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 La Fuga dalla Realtà nel mondo del Fantastico e del GDR - 1° Parte

Articolo pubblicato il 13/12/04
Autore: KADATH


Introduzione
L’Essere Umano è, al di là di ogni ragionevole dubbio, una creatura alquanto paradossale, dai processi mentali singolarmente imprevedibili, che ne esaltano l’unicità del soggetto. E’ altresì vero come, se si analizzano intere masse dell’animale Uomo, le reazioni collettive ad un particolare stimolo siano prevedibili entro un certo limite d’approssimazione.
Questo concetto è alla base di tutto il sistema sociopolitico moderno (e non solo), che si basa principalmente sul condizionamento delle masse dietro stimoli mediatici di vario genere. Invero, la medesima, sempre più universale, applicazione di tale strumento culturale è stata fonte di ispirazione per molteplici astrazioni letterarie, a partire a dir poco dagli anni ’40. Indimenticabile a tal proposito lo sviluppo della “Psicostoria” nell’opera Asimoviana, ripetutamente dipinta con la calzante metafora molecolare della teoria cinetica dei gas… “così come i moti della singola molecola sono assolutamente imprevedibili a priori, le azioni di un essere umano sono totalmente al di fuori della previsione matematica. Ma, allo stesso modo, così come è statisticamente prevedibile il comportamento di masse molecolari, è statisticamente prevedibile il comportamento di masse umane.”
La possibilità di inquadrare in precise equazioni statistiche la previsione delle azioni umane collettive resta, ovviamente, nel puro campo della fantascienza, ma è innegabile che, al di fuori della stretta matematica, è possibile effettuare tale previsioni a livello concettuale, o forse più correttamente filosofico. In campo pur scientifico, quanto può esserlo per definizione l’analisi umanistica della psicologia, è altresì vero come si studino le reazioni dell’uomo in risposta a particolari stimoli, e come esse vengano quantificate e classificate entro certi standard ristretti.
In maniera similare, seguendo la stessa linea concettuale, possiamo analizzare le più disparate correnti culturali passate, individuando quali siano stati quegli “stimoli” che hanno portato intere società a certi usi piuttosto che ad altri. Questo, anzi, è enormemente più semplice che non effettuare una previsione, in quanto l’analisi a posteriori è supportata da fondamenta preconcette di studi e valutazioni ben consolidate, tali, spesso, da divenire bagaglio nozionistico medio.


Seguendo tale linea, affronteremo l’argomento in questione, cercando di porre solide basi di ragionamento allo scopo ultimo che ci poniamo, ovvero l’ambiziosa intenzione di poter affrontare ed analizzare una caratteristica comune dell’uomo moderno, quella che è divenuta quasi una necessità psichica, in taluni casi persino una patologia. Parliamo della “fuga dalla realtà”, dei suoi aspetti positivi e negativi, ed in particolare delle sue forme applicate all’ambito che stiamo trattando, quello del Gioco di Ruolo.
Saremo d’altronde coadiuvati, in tal proposito, da molteplici casi da porre ad esempio, ed è opinione concreta la supposizione di come gran parte di voi che state leggendo troverete in queste pagine riscontri nella vostra stessa esperienza, tanto personale quanto in passate interazioni con altri individui.
Premettiamo, infine, che sarà portato ad esempio un discorso basato sulla religione e religiosità, argomento che sottolineiamo immediatamente sarà trattato unicamente sotto l’aspetto logico-scientifico. Non ci poniamo minimamente intenzione di valutare una religione, o di dichiararne l’effettiva veridicità dei contenuti, né tantomeno il contrario. Ciò è ben al di fuori degli obiettivi di questo saggio, ed, anzi, costituirebbe unicamente una deviazione inutile rispetto alla nostra linea di conduzione. Non si intende dunque urtare la sensibilità di nessuno, tanto che non sarà riportato alcun esempio specifico, e del punto si tratterà unicamente sul piano generico, senza chiamare in causa alcun culto religioso in particolare.



I fondamenti psicologici dell’astrazione intellettuale
Veniamo dunque al punto, e cerchiamo di identificare le basi che hanno, nella storia del mondo occidentale, costituito i punti cardine per l’esplicazione di massa di quello che è un desiderio insito nell’animo umano. Invero, le fondamenta primarie, le troviamo comuni in qualsiasi cultura, in qualsivoglia culla intellettuale.
Evoluzionisticamente parlando, è opinione comune della collettività scientifica che una delle più evidenti differenziazioni dell’essere umano rispetto al mondo animale sia la capacità di pensiero astratto sin dalle sue forme più materiali ed immediate. Questa è, a dire il vero, una approssimazione di comodo, in quanto si possono porre in discussione diverse eccezioni, ma al fine del nostro ciclo di ragionamento, questa approssimazione è più che sufficiente.
E’ plausibile quindi come, sin dal primo momento in cui le forme più primitive di essere umano siano state capaci di astrazione intellettuale, l’uomo sia stato istintivamente portato ad immaginare, potremmo dire a sognare, materializzazioni di desideri, di necessità in un tale istante non raggiungibili, o non soddisfabili. Tale capacità è, del resto, quella che ha consentito ogni genere di sviluppo tecnico, a partire dall’apprendimento nell’uso di utensili a supporto dei limitati mezzi biologici che la natura ha messo a disposizione all’uomo.
Non deve essere trascorso molto da quello stadio a quello successivo, infinitamente più ampio, che nell’astrazione del pensiero andava a cercare non la soddisfazione di un bisogno materiale e ben definito dell’immediato, ma la soddisfazione di un desiderio più intimo, intellettuale, potremmo dire sentimentale. A riprova di ciò, possiamo addurre il primo e più palese esempio, quello delle religioni. Esse sono, per altro, una delle maggiori riprove di quel concetto sull’uniformità comportamentale umana che abbiamo introdotto sin dalle prime battute di questo testo. Nate in innumerevoli tempi e luoghi differenti, ognuna cresciuta da ben distinti humus emozionali, ciascuna presenta parallelismi totali con tutte le altre in ognuno dei suoi fondamenti basilari, primo fra tutti la Morte, o più precisamente la fuga da essa.
Tutte le religioni, infatti, sin dalle più arcaiche, si basano sul culto della mortalità, forse prima ancora dell’antropomorfizzazione divina di costanti naturali. I primi riti di cui si hanno tracce, infatti, vertono sul trattamento dei defunti mediante sistemi che esulano completamente dall’utilità e dall’efficienza in ambito di mera sopravvivenza, e sono anzi in tale contrasto con questo primario istinto animale da evidenziare chiaramente come la formazione di credenze astratte abbia spinto l’uomo a comportamenti, dal punto di vista strettamente terreno, d’economia evolutiva, irrazionali.
In Religioni relativamente più recenti troviamo addirittura la creazione totale, ed incredibilmente articolata e complessa, di interi mondi immaginari, pantheon sconfinati di creature ultraterrene, non raramente, per altro, antropomorfizzazioni, come accennato prima, di aspetti della natura, di eventi o ancora di emozioni umane. E’ plausibile supporre che, seppure in forme più primitive, tali caratteristiche fossero comuni anche in religioni più antiche, ma per nostra sfortuna cominciamo ad avere elementi chiari su cui trattare principalmente dal momento dello sviluppo della scrittura in forma sufficientemente articolata.
Riscontriamo dunque come, dall’Asia alle Americhe, dal Caucaso all’Africa, le religioni abbiano fondamenta comuni, e ruotino attorno ad un fulcro altrettanto comune, quello della creazione e della fine della vita. Fine della vita che, in un modo o nell’altro, tutte le religioni risolvono teorizzando l’effettiva assenza di una fine nel proprio senso del termine, ma semplicemente di un mutamento della stessa. Vi siano infatti traslazioni dell’anima (concettualizzazione e materializzazione frequentissima del puro ed etereo intelletto umano) in mondi ultraterreni (paradisi ed inferni in seguito alle azioni nella vita terrena sono piuttosto comuni in molte religioni), o che quest’anima rinasca sotto altre forme, si riscontra la perpetua creazione di vari espedienti per l’impossibilità del cervello umano di metabolizzare un concetto quale la non esistenza che è non assimilabile, inconcepibile per i nostri sensi e per la nostra stessa natura.
Insomma, questa necessità ineluttabile di trovare soluzione per un concetto scientemente inafferrabile come la non esistenza, sommata alla frequente propensione ad umanizzare elementi, concetti, persino oggetti, spinge la creazione di universi fittizi più o meno complessi, l’esplicazione spirituale di bisogni non altrimenti capaci di soddisfazione. Una fuga intellettuale da una realtà insufficiente ed inadatta per le proprie necessità e desideri.
Potremmo andare ad identificare in uno sviluppo metaforico del primario istinto di sopravvivenza le ragioni più strettamente “fisiche” di tali processi mentali. Così come infatti l’evoluzione di tale istinto nel mondo moderno ha trasformato la mera sopravvivenza in un bisogno di accumulare e ricavarsi sempre più benefici tecnicamente superflui, nel proprio personale intelletto questa medesima mutazione dell’istinto porta a creare una visualizzazione eterea di quei desideri spesso più emozionali che non materiali.
Se, dunque, l’intelletto umano è spinto a simili creazioni astratte da punti così indiscutibilmente primari, non si comporterà in maniera similare su altri concetti? Non andrà a creare, in differenti forme e metodi, altri universi figli della propria immaginazione? La risposta è, ovviamente, affermativa.



La creatività collettiva
Abbiamo sinora postulato delle basi remote onde gettare maggiore chiarezza su quel processo mentale che rende l’essere umano istintivamente portato alla creazione e divulgazione di artifizi immaginari come strumento per alleviare certe mancanze. Ma sinora, se non per le religioni stesse, che hanno per antonomasia una particolare presa sull’animo umano, a causa degli argomenti che trattano, non abbiamo identificato simili esplicazioni su scala tale da poter essere rimembrate, o da poter essere, tantomeno, considerate correnti culturali degne di tal nome.
Questo è rapidamente illuminabile. E’ assolutamente plausibile, per non dire certo con sicurezza nozionistica, che anche su ben altri temi si siano sviluppate astrazioni collettive, tramandate e divulgate per via orale, su piani di rilevanza inferiore a quello della religione. Credenze popolari, leggende, superstizioni sono nate, cresciute, e morte in innumerevoli forme ed in innumerevoli luoghi. Invero non poche di esse ci giungono ancora ai giorni nostri, ma, sfortunatamente, sinché l’alfabetismo non ha raggiunto una larga fascia di popolazione, per la stessa natura labile della divulgazione orale, esse non hanno avuto chance di articolarsi in forme particolarmente complesse, né di assumere forme costanti nel tempo e nello spazio.
Per interi millenni dunque, la stragrande maggioranza delle produzioni letterarie astratte giunteci sono da attribuirsi alla interazione di ristrettissime fasce delle classi dominanti e, sebbene sia innegabile che non possano essersi certo sottratte all’influenza delle credenze popolari, non possono essere considerate puramente fedeli rappresentazioni dell’immaginario collettivo, e similarmente non hanno avuto una neppur sufficiente gamma di lettori da poter influenzare lo sviluppo di questo stesso immaginario. Non possiamo dimenticarci, a tal proposito, che non di rado tali produzioni erano subordinate a precisi desideri di regnanti e come, anche in quei rari casi in cui la libera analisi intellettuale ne era l’unica fonte, non vi erano che pochi eletti, poche caste di privilegiati, a poterne in seguito usufruire.
Dobbiamo risalire sino a tempi drammaticamente recenti prima di poter trovare le prime avvisaglie di quello che è un genere totalmente nuovo di letteratura, avente un target ben più elevato di persone, e che, in seguito, si è cristallizzato in quello che oggi definiamo narrativa. Se i semi di ciò li troviamo già germogliati nel diciottesimo secolo, i frutti li riscopriamo nel diciannovesimo, periodo nel quale l’alfabetizzazione in numerosi paesi europei ed occidentali in genere aveva ormai raggiunto elevatissime percentuali.
Non si scrive più dietro diretto compenso di un committente, ma nella speranza d’un compenso derivante dal numero di lettori attratti dalle opere prodotte. Questo, da un certo punto di vista, spinge gli autori a dirigersi verso stili meno, sotto certi aspetti, ricercati, pomposi, superbi. Il prodotto dovrà essere appetibile tanto all’intellettuale quanto al lavoratore medio, la cui unica lettura, spesso, è tutt’al più il quotidiano di stampa. Ed, anzi, sono proprio i quotidiani in molti casi ad aver dato i primi spazi alla breve narrativa popolare.
Questo anche per il fatto piuttosto evidente di come, generalmente, nei primi decenni della propria esistenza, tale narrativa si scoprisse legata alla struttura delle novelle del secolo precedente, probabilmente nella comune autodeterminazione di una forma che fosse accessibile alla massa per la quantità ridotta, prima ancora che per la qualità.
Tale narrativa, nelle sue prime forme, trovava come preponderante il tema avventuroso, eppur realistico, cogliendo gran parte della propria ispirazione dalla cultura colonialistica di quelle stesse nazioni che ne sono state la culla primaria. Avventure dunque esotiche, basate sì su luoghi ed eventi plausibili, se non propriamente realistici, eppure, per il limitato habitat dell’uomo medio della Città, un’ambientazione abbastanza lontana, aliena, fantastica, tale da poter, all’occhio attento, permettere di individuare immediatamente l’avvisaglia del prossimo sviluppo di tale filone.
Ma, prima di giungere a questo, torniamo alla nostra iniziale linea di ragionamento, e domandiamoci perché l’uomo di quei tempi abbisognasse nella sua astrazione intellettuale mondi tanto estranei, tanto alieni, tanto violentemente differenti dal loro, comunemente più “arretrati” sotto ogni aspetto. Abbiamo posto in precedenza come assioma che l’astrazione intellettuale sia spesso rivelazione, valvola di sfogo, di necessità insoddisfatte, o di fuga da aspetti sgradevoli eppure irrinunciabili della propria esistenza. Tenendo a mente questi punti, osservando come quella narrativa sin dal principio cercasse ambientazioni avventurose, in mondi selvatici ed antichi, e dando una semplice occhiata a quello che era il 1800, la conclusione è estremamente palese.
Lo sconvolgimento culturale portato in una larghissima fetta della popolazione produttiva dalla rivoluzione industriale, lo sappiamo bene, ha dato vita a nuovissime e lancinanti piaghe sociali, ha portato nell’uomo comune un crescente terrore per il futuro, dovuto al sentimento di perdita di quelle solidissime basi formatesi in lunghi millenni e venute a cadere nel giro di pochi repentini anni, in virtù di uno sviluppo tecnico arduamente assimilabile. L’uomo si viene a scoprire di colpo solo, abbandonato su di un treno che corre a velocità folli verso una meta oscura, attorniato da milioni di suoi simili, eppure più solo che mai, individuo anonimo in tutto e per tutto identico ad innumerevoli altri, assimilato in un’enorme catena di montaggio quale è divenuta l’intera società.
Non c’è da sorprendersi, dunque, se una nostalgia per un passato, chiaramente rivisto solo nei suoi lati emozionalmente positivi e non nelle sue tragedie sociali, se un desiderio di fuga dal moderno tanto sconosciuto quanto prepotente, ha creato le basi per la prima collettiva fuga dalla realtà verso mondi così infinitamente poetici, mondi privi di queste manifestazioni così freddamente materiali, e pieni sino a traboccare di rivalutazione ed eroicizzazione della qualità dell’individuo, della sua quasi divina unicità.
Ne è d’altronde riprova come tali correnti cultural-letterarie (ne riscontriamo svariate forme anche in molteplici altre forme d’arte, che però, nel nostro ambito, sarebbero unicamente fuorvianti e dilazionatorie di un tema estremamente vasto) abbiano fatto presa principalmente nelle neonate realtà urbano-metropolitane. Il fatto che nel mondo rurale e contadino esse siano giunte solo molto più tardi non è attribuibile unicamente al fatto che l’alfabetizzazione di tali aree sia giunta altrettanto in ritardo, questa ne è solo una concausa, nella più ampia concomitanza di come l’intera influenza “modernistica” abbia raggiunto tali luoghi più di un secolo dopo (ed, invero, ancora oggi possiamo notare resti di questa differenza culturale fra le zone rurali e quelle cittadine).
Ormai ci siamo, i bisogni ci sono, l’insoddisfazione anche, questi vengono per ora soddisfatti da una semplice e lineare fuga verso la pur fittizia reinterpretazione di quanto, appena dietro l’angolo, è ancora chiaramente palpabile. Siamo di fronte ad uno dei più fertili humus emozionali che si ricordi, quanto ci vorrà affinché altri fattori si intersechino sino a creare qualcosa di più “elevato”? Ciò che temiamo, infatti, per paradossali e forse persino morbosi istinti, ci attrae al medesimo tempo. Quanto ci vorrà affinché venga soddisfatta anche la nostra maniacalità, e quanto ci vorrà prima che da una semplice e terrena fuga si venga ad affrontare al contrario una vera e propria immaginaria lotta fra il Bene, l’Essere Umano, ed il Male, una Tecnologia fredda e senz’anima, divoratrice dell’individualità e del sentimento? Un concetto di lotta sicuramente semplicistico, eppure un così tipico, e sollevante, visualizzare monocromaticamente la soluzione d’ogni problema?
La risposta, anche questa volta, è scontata. Molto, molto poco.


Il Mondo Fantastico
E’ a partire dalla seconda metà dell’800 che la narrativa popolare compie un primo, essenziale, giro di boa, la strada pur aperta già nel 1818 da quel Frankenstein di Mary Shelley il quale, pur col senno di poi opera di evidente ingenuità, ha rappresentato una abbagliante novità. Esso è il primo, importante romanzo, che sfugga all’ambientazione avventurosa e colonialistica, e che introduca due delle future costanti narrative che in seguito si affermeranno con prepotente rapidità : la fantascienza ed il neogoticismo. Della prima abbiamo la più tipica caratteristica dell’immaginaria previsione di quali valli ben presto la scienza potrebbe valicare, del secondo abbiamo la totale atmosfera di negatività, di inutilità, di tenebroso e quasi superstizioso tabù che l’essere umano mai dovrebbe osare violare, esplicazione di quel timore reverenziale per i tanti dogmi preconcetti che l’evoluzione tecnologica sta in quel periodo abbattendo come castelli di carte.
Ed è per altro curiosa, ed esplicita, coincidenza, come tale giro di boa verta nel caso particolare proprio su quel primario argomento, trattato in precedenza, della Morte e dell’atavico bisogno di sfuggire ad Essa? In un’analisi logico-deduttiva quale è quella che stiamo seguendo, poco spazio vi è per le “coincidenze”, così come ancor meno ve ne è per un’inafferrabile concetto del “destino”. Infatti tale ricorrenza non è né l’una né l’altra cosa, ma, ben più semplicemente, è riprova di come quanto abbiamo postulato sinora si stia rivelando fondamento corretto, di come i bisogni umani, pur espressi sotto differenti forme nel tempo e nel luogo, serbino sempre costanti similitudini di base, e non possano mai sfuggire se non solo superficialmente a questi fondamenti.
Sempre attorno alle metà del XIX secolo, troviamo un secondo precursore dei tempi, indubbiamente ancor più avveniristico di Mary Shelley. Se infatti quel genere nato dal neogotico Frankenstein vedrà molto presto venire alla luce altri importanti esempi, l’approccio molto più scientificamente mirato di Jules Verne non troverà degni successori sino alle prime decadi del XX secolo. Nell’opera di Verne infatti troviamo solo la più attenta e ragionata previsione dello sviluppo scientifico, e, seppur frammiste a delle evidenti e comprensibili ingenuità, molte sorprendenti intuizioni su quanto la società sarebbe cambiata un secolo più tardi. Dovremo attendere sino alla nascita della fantascienza statunitense per ritrovare nuovi esponenti di una narrativa sci fi fondata su basi nozionistiche d’alto livello, e capaci di plausibilità tale da non creare solo universi fittizi, ma letteralmente indovinare un futuro non lontano.
Come detto, Frankenstein è precursore di numerosi esempi che ci attendono nella seconda metà dell’800, periodo che ospita numerosi narratori di un Fantasy dalle tinte estremamente oscure, genere che, rivisto oggi, non di poco si discosta rispetto a quel Fantasy epico al quale siamo abituati. Ne sono esponenti oggi purtroppo quasi dimenticati autori quali William H. Hodgson, H. Rider Haggard, Edgar Burroughs.
Sempre a cavallo di questo periodo, vi sono alcuni autori che si distinguono in modo particolare, discostandosi con una individuale originalità da quella linea guida comune che d’altronde certo non dimenticano. Edgar Allan Poe, in primis, che fece suo principalmente l’aspetto Neogotico della narrativa dell’epoca, e in una struttura ancor novellistica lo portò alla saturazione estrema. Sino all’opposto estremo, rappresentato da H.G.Wells, che riprese invece le tematiche di Jules Verne.
Questo è anche il periodo in cui produsse le proprie opere il tanto noto Arthur Conan Doyle, la cui fama giunge ancora ai giorni nostri per la sua creazione forse più semplicistica, e da lui medesimo meno amata, vale a dire l’Investigatore Sherlock Holmes. Ma Conan Doyle, non dimentichiamocelo, non si è mai riuscito a slegare del tutto dall’ambientazione colonialistica, se non nelle decadi della sua vita nelle quali le sue produzioni mostrano un repentino giro di boa, andando a sfociare nel soprannaturale e nello spiritistico. In tali scritti il neogoticismo è visto in maniera sin troppo stereotipata, nient’altro che ulteriore riprova di come tale argomento divenne una mania patologica per l’autore sino agli ultimi istanti della sua vita.
Traghettati da questi narratori giungiamo, infine, al XX secolo, che in pochi anni ci condurrà ad assistere al fulgido esplodere dell’età d’oro della narrativa fantastica popolare. Il tema Neogotico sopravviverà solo per una quarantina d’anni, per essere poi spazzato via dal Fantasy Epico, dalla Fantascienza moderna e, sfortunatamente, da quella che oggi conosciamo con l’appellativo di Narrativa dell’Orrore, che rispetto ai predecessori mostra un terrificante crollo qualitativo.
Massimo esponente, pur all’epoca poco considerato, dell’ultime decadi di vita del Neogoticismo narrativo è Howard Phillips Lovecraft, indimenticati ed indimenticabili i suoi Miti di Cthulhu, d’altronde strutturati con certe colonne portanti che non possono non farci notare come il tema fantascientifico stesse prendendo piede ed influenzando il corpus anche degli altri generi.
Questo boom dei suddetti generi è in principio caratterizzato dalla struttura a brevi racconti, poiché è condotto principalmente dalla nascita ed enorme diffusione negli States delle riviste tematiche, per altro ottimo, ed economico, sistema per portare a galla i molti piccoli autori del periodo. Basti nominarne le due più famose, Weird Tales ed Astounding. La prima ospitò racconti dello stesso Lovecraft, di Robert Bloch, Seabury Quinn, ed in genere accoglieva racconti dell’orrore, sempre meno soprannaturali e sempre più simili a quelli moderni. La seconda, di contro, fra le innumerevoli dedicate alla fiorente sci fi, fu l’unica ad avere lunga e stabile vita, e fra gli autori allora giovanissimi che portò alla ribalta, ve ne sono molti fra quelli che ancor oggi sono considerati i padri fondatori della fantascienza. Robert Heinlein, Alfred E.Van Vogt, Jack Vance, e, non ultimo, l’autore con una cui analogia abbiamo aperto questo testo, Isaac Asimov, padre indiscusso del Robot moderno (il primo robot, infatti, a sfuggire a quel vecchio complesso di Frankenstein, che sempre lo dipingeva quale creatura frutto della superbia umana e destinata a ribellarsi a simboleggiare la collera divina verso il moderno Prometeo) e della Fantascienza realistica.
E’ dunque epoca nella quale assistiamo alla lenta morte della narrativa Neogotica, eccezion fatta per pochi singoli capaci di mostrare ancora scintille di qualità superiore, e di contro alla diffusione senza freni della fantascienza, talvolta ingenua sino a divenire ridicola, talvolta di qualità indiscutibile. In questo universo in cambiamento, caotico, pare esserci poco spazio per un vecchio Fantasy di cappa e spada dalle tinte dark. E di fatti a trovar spazio sul genere ci riesce forse il solo Robert E. Howard, che trova sì spazio in quelle riviste, ma è sommerso dalla quantità di produzioni di ben altro genere.
Ed è forse proprio per tali ragioni che vengono a porsi le condizioni fruttuose alla nascita di un Fantasy di nuovo stile, che dalla Fantascienza prende in prestito il tema dell’Alieno, della creatura non umana, non trattata più come entità a sé stante, quanto come analisi della possibilità di intelletti differenti, di stili di vita, ragionamento, approccio totalmente differente da quello umano.
A J.R.R. Tolkien dobbiamo la creazione di quelle colonne del Fantasy che ancora oggi sono imprescindibili, costanti sì rielaborate, ma mai nella loro profonda essenza. A lui dobbiamo Elfi, Nani, Orchi, la magia epica, tutte quelle caratteristiche che identificano il Fantasy moderno.
Il suo primo lavoro pubblicato è Lo Hobbit, romanzo per ragazzi, che ci introduce con garbo in un mondo terribilmente complesso e, seppur costellato di impossibilità pratiche e di creature fantastiche, incredibilmente plausibile.
Lo Hobbit è un successo, e merita dunque un seguito, che Tolkien decide, d’altronde, di strutturare per un target maturo. E’ Il Signore degli Anelli, trilogia di volumi considerata e votata quale massima opera narrativa del XX secolo, ed, indubbiamente, libro più letto di tutti i tempi. Ben più tardi, dopo la sua morte, seguiranno le raccolte rielaborate dal figlio Christopher di racconti inediti, Albero e Foglia, Le avventure di Tom Bombadil, Racconti Incompleti, Racconti Ritrovati e, soprattutto, qual capolavoro rappresentato da Il Silmarillion.
Una domanda sorge spontanea : cosa ha fatto del Signore degli Anelli l’opera di narrativa più letta e più nota dell’intero XX secolo? I motivi sono innumerevoli, ricollegandoci al tema portante di questo testo potremmo supporre che in esso vi sia la massima componente di fuga dalla realtà, non infatti una realtà futuristica o futuribile, né passata con palesi legami alla realtà materiale, bensì una vera e propria realtà alternativa plausibile, per certi versi, pur totalmente aliena.
Indubbiamente il SdA trae gioco forza da quella tematica dell’individualità che abbiamo trattato in precedenza in rapporto alla perdita d’identità individuale sofferta in un mondo industriale. Ne è palesazione come, nella trama, è la più piccola, innocua, apparentemente insignificante delle creature a porre materialmente fine al millenario e soprannaturale giogo oscuro del Signore di Mordor, Sauron.
Abbiamo dunque un romanzo che si avvantaggia di tutte quelle caratteristiche che abbiamo visto essere il fulcro del successo di alcuni generi letterari, ma che aggiunge qualcos’altro, una profondità di sviluppo ed articolazione che attrae anche un pubblico non medio, bensì di intellettuali e colti. Non solo in senso lato il SdA tratta con metafore fittizie tematiche intellettuali scottanti, ma in senso ben più materiale mostra un maniacale lavoro di plausibilizzazione del mondo creato. Tolkien, come fondamenta del suo mondo magico-cavalleresco, appronta veri e propri idiomi totalmente inventati (eccezion fatta per l’ovvio ispirarsi nella semantica e nella grammatica ad alcune lingue reali), un corpus miti estremamente complesso che, trattato nel Silmarillion, nel SdA trapela solo fra le righe, dando un senso di completezza al tutto. Egli si diverte persino a creare un calendario tutto suo per regolare le stagioni di questa Terra di Mezzo.
Il risultato nel suo complesso è tale da consentirci di definire Il Signore degli Anelli non solo un romanzo di narrativa fantasy, ma anche, a pieno titolo, un romanzo storico, certo, di una storia parallela, ben lungi da quella reale, pur tanto complessa e costellata di avvenimenti e personaggi da scatenare interesse anche al di fuori della sola trama portante della narrazione. Pensiamo, ad esempio, come ai giorni nostri esistano intere associazioni di studio internazionali che si dedicano all’analisi delle lingue create da J.R.R. Tolkien, come letteratura e linguistica tolkieniana sia persino materia d’esame alla facoltà di Oxford.
E’ dunque su questa sconfinata opera che tutto il Fantasy della seconda metà del XX secolo si basa, e non potrebbe far altrimenti, in quanto i concetti postulati da Tolkien sono entrati nell’immaginario collettivo come dogmi imprescindibili e quasi scontati. Diverrebbe di fatti persino ostico accettare narrazioni in cui i Nani non siano un popolo rozzo e guerriero, in cui gli Elfi non godano di lunga vita e non siano un popolo di grande levatura intellettuale, poiché apparirebbero poco realistici, seppur tale sarebbe una deduzione riferita ad un postulato altrettanto, almeno in teoria, tutt’altro che reale o realistico.
La portata di questo capolavoro, di contro, rappresenta paradossalmente un argine per successivi esempi di questa narrativa, che risentono ancor oggi di un confronto estremamente arduo da sostenere, e l’automatica competizione che si viene a creare fra nuovi romanzi fantasy ed il SdA ha fatto sì che ci siano pochi esempi degni di nota da nominare in questa sede. Solo in tempi recenti, de facto, meritano riferimento la saga di Dragonlance e quella di Shannara, in taluni casi più per la loro diffusione popolare che non per vette di originalità o qualità. Menzione che per motivi opposti merita la saga di Earthsea di Ursula Le Guin, poco nota al grande pubblico, ma che presenta originalissimi spunti di reinterpretazione di alcuni fondamenti del Fantasy, quali, ad esempio, una visione pseudoscientifica della “magia”.
In definitiva, la seconda metà del XX secolo presenta, in ambito strettamente letterario, un certo periodo di ristagno per i generi narrativi di alternate reality di cui abbiamo trattato. Vi sono, indubbiamente, alcuni singoli autori notevolissimi, ma rare sono le vere innovazioni culturali, se non, nel campo della Sci Fi, la comparsa del Cyberpunk negli anni ’80, ovvia conseguenza di una profonda rielaborazione degli universi futuristici per via dell’inizio dell’era informatica, che ha sconvolto non pochi dogmi narrativi.
Pur in ristagno evolutivo, la narrativa Fantasy-Sci Fi come non mai ha distribuzione di massa, ed è innegabilmente buon campo per qualsivoglia operazione commerciale. Il cinema stesso, sin dagli anni ’50, pur spesso in maniera terribilmente esemplificativa, ha contribuito alla diffusione di massa di queste tematiche.
Ed una originalissima operazione commerciale d’aspetto ludico nasce infatti negli States attorno alla fine degli anni ’70. Ne è più noto fautore Gary Gigax, e la sua invenzione, il Gioco di Ruolo, trova la sua prima forma nel celeberrimo D&D, acronimo che sta per Dungeons and Dragons.



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