Racconto pubblicato il 22/04/2009 Autore: RAMSAY
La pioggia è cessata.Da flagellante diluvio a debole stillicidio. Anche il vento ha smorzato il suo impeto, lambendo con più clemenza i simulacri che compongono quel mosaico di desolazione che ancora ci ostiniamo a chiamare villaggio, retaggio di un mondo che è andato avanti, memento della follia umana.Le tenebre sono scese più velocemente rispetto a ieri, se oggi è già un altro giorno; il tempo si è dilatato, dilaniando lo scandire fluido delle ore. Le ombre ghermiscono i ruderi degli edifici diroccati, delle strade smembrate, adornate da blasfemi menhir: uomini, donne e bambini mutilati ed impalati, tributo alla Guerra Eterna, elogio alla spietatezza dei Demiurghi del conflitto.Dall’alba dei tempi gli osservatori sapevano sarebbe accaduto, che sarebbe stato inevitabile. L’uomo è rimasto sordo all’Enclave composto da profeti, sciamani, preti, rabbini e qualsiasi altro detentore di quel mistico segreto, ignorando le loro esortazioni; tronfio del progresso tecnologico acquisito, ha preferito mettere in campo la propria conoscenza chimico-bellica, piuttosto che rassegnarsi dinnanzi ad un invasore inconcepibile per la maggior parte delle nostre menti. La società moderna ha manipolato ed alterato le nostre percezioni sensoriali tanto da renderci schiavi del sistema, automi dotati di coscienza che si propagano in tutto il mondo senza cognizione, sviliti della nostra personalità, sbalzati in un’altra realtà troppo aliena e pragmatica.E il risultato è questo: terre desolate. Una sconfinata distesa ammorbata dai miasmi velenosi e chimici delle armi nucleari, in cui imperversano ora i nuovi dominatori: Demoni.Perché il tempo è giunto, e il tempo, indipendentemente dalle nostre credenze religiose, ha un nome univoco: Adunanza. Gli anfratti ancestrali che custodivano le bestie infernali sono stati distrutti, vomitando nel nostro mondo i suoi abitanti primordiali. Un lungo, non-eterno letargo: ed ora hanno fame.Così siamo costretti, come in questo momento, a barricarci dietro gli ultimi edifici ancora resi praticabili, disegnando su ogni parete o stipite l’unico sigul capace di tenere distanti gli abomini. Almeno nelle ore diurne. La notte sembra conferire loro una sorta di immunità, inducendoli ad assediare le nostre ruderi-fortezza, mettendo a dura prova il nostro temperamento, la nostra volontà di sopravvivere. Siamo più intelligenti di quelle creature, abbiamo un acume più sviluppato, ma non ci sono i mezzi per poterli contrastare, almeno non ci sono più.La società è regredita ad un modello che rasenta quello medievale, condito delle medesime superstizioni: alla pazzia dell’uomo non c’è limite. Solo coloro che furono i Colossi della nostra società hanno l’ardire di guidare le loro truppe attraverso quelle terre timorate di un dio dimenticato. Sinuosi serpenti metallici che si snodano compatti, fronteggiando quella minaccia proveniente dal baratro più profondo: ma non illudetevi, non sono eroi immolati ad una giusta crociata per scacciare gli oppressori. Tentano solo di riconquistare gli ultimi territori (se ancora ve ne sono) rimasti incontaminati: unica prerogativa è sopravvivere.Io sono l’Osservatore ed a questo compito mi limito, non ho coraggio né poteri tali per alimentare la speranza che un giorno tutto questo sarà solo un brutto ricordo: cazzate. L’unica cosa certa è che dovremo morire, dipende solo come: vittime sacrificali, peste, fame, solitudine, disperazione.Ma sono elucubrazioni in cui non mi diletto e soffermo troppo, non sono un filosofo o un letterato, sono un semplice reietto sbalzato in un tempo in cui è impossibile riconoscersi: ed osservo.Dalla verdastra foschia miasmatica emerge un viandante con un saio color dell’acciaio, appoggiato ad un bastone, la cui sommità è decorata con alcune campanelle. Tintinnano scandendo i suoi passi, peana alla morte. Anche i demoni sembrano percepirlo, voltandosi in suo favore: avanzano.L’uomo sembra essere indifferente all’aria avvelenata ed alle schiere infernali che dinnanzi gli si parano, chiedendo il loro tributo di carne, fameliche. Loro sono tanti, lo accerchiano, bava nerastra che cola tra quelle fauci predatrici, una facile vittima. Ma loro ignorano che quello che considerano il loro pasto, noi lo chiamiamo Argodadh: uomini che hanno abbracciato le tenebre per combattere le tenebre stesse, uomini tramutati in bestia per combattere le bestie stesse. E lui è l’ultimo degli Argodadh, veterano della Guerra Eterna, comandante della Sacra Falange del Conclave: Ramsay, l’Ecatombe.Gli occhi glauchi, pallidi come la morte, passano in rassegna le bestie immonde che vogliono sovrastarlo, annientarlo. Ferma il proprio incedere, pianta a terra il bastone. L’atmosfera si carica di sacralità quando il canto gutturale che s’innalza dalla sua voce si espande tutt’attorno; parole antiche come la Terra, inno alla battaglia. I demoni retrocedono di qualche passo confabulando tra loro in quel linguaggio arcano, stridulo, forse hanno capito. Ma è troppo tardi.Un’aura intangibile, con fulcro l’Argodadh, s’espande con impeto tsunamico, dando avvio alla metamorfosi. Muscoli si contorcono, membra si dilatano, ossa si frantumano e ricompongono, conferendo al pellegrino la sua vera forma: un corpo interamente coperto di peli rossi e neri, zampe, artigli, corna, fauci affilate e ampie ali simili a quelle dei pipistrelli. Ultimo fra i dannati, bestia tra le bestie. Un urlo agghiacciante si leva ed il mattatoio ha inizio. Vomito.Il tutto avviene nella frazione di pochi minuti, i demoni soccombono alla ferocia oscura che alimenta gli attacchi dell’Argodadh. Nessuna clemenza nelle Terre Desolate, nessuna esitazione nel campo da combattimento. Il nemico: carne da macello.Esultano gli uomini dinnanzi a quello scempio di abomini. Accorrono, incuranti dei veleni tossici che il vento mordente porta nell’aria, ad acclamare a gran voce il loro campione. Forse ho sbagliato, dopotutto non siamo così intelligenti come credevo.Ramsay si volta verso la folla di reietti, imponente creatura ammantata di blasfeme vestigia. E’ il loro Eroe. S’inginocchiano salmodiando preghiere strampalate, piangono ignari che quella battaglia è solo una parvenza di gioia in quel mondo che è andato avanti; ma l’uomo è fatto così, ha bisogno d’illudersi.L’Argodadh avanza con portamento sacrale tra loro, venerato come fosse un Dio. Forse lo è. Gli occhi sono ancora febbrili, bramano qualcosa? Nessuno pare dargliene importanza. Lui è il Salvatore.Un battito d’ali, l’Argodadh prende quota, ma non è solo: tra le braccia stringe un bambino, sorride il pargolo credendolo un gioco. Si alzano così gli sguardi dei presenti, alcuni sorridono, altri perseverano con le loro lodi mistiche, altri applaudono: un siparietto da teatro.Ma tutti rimangono interdetti alle parole gutturali pronunciate dall’uomo maledetto, idioma incomprensibile. A loro ma non a me. TRIBUTO.
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