Racconto pubblicato il 13/01/2009 Autore: DANIELE A.
Il vento soffiava incessante, i vetri alle finestre si lamentavano della sua prepotenza.Un cigolio di legno e la porta si chiuse di colpo in un frastuono, svegliandolo di soprassalto.Era freddo. Di notte lasciavano che il fuoco nel camino si addormentasse con loro e la mattina, in quel periodo, togliersi di dosso le coperte di lana e indossare i vestiti gelidi era una vera tortura.Stropicciandosi gli occhi, sempre sotto le coperte, guardò fuori dalla finestra. Un lievissimo raggio di sole faceva capolino tra le nuvole nere che stavano occupando a forza il cielo. Pareva cadere proprio sul suo letto.Si girò sul fianco sinistro e chiuse gli occhi.Si alzò di scatto fissando incredulo il raggio di sole.Saltò via dal letto con un bruttissimo presentimento. In due secondi indossò pantaloni, casacca e maglione. La scarpa destra era sparita. Guardò sotto il letto, vicino alla finestra, sotto il suo comodino. Niente da fare, non c'era. E lui era drammaticamente in ritardo.Si gettò così com'era, con solo una scarpa sinistra ai piedi, in cucina. La casa di mattina era sempre vuota. Non poteva nemmeno chiedere a sua madre dove l'avesse messa. La scarpa.Mentre mangiava di corsa un po' di pane secco inzuppato nel latte, fatto bollire qualche ora prima, ecco arrivare l'illuminazione: la sera prima aveva giocato con Thode ed era finito in una pozzanghera con tutta la gamba destra.Corse vicino al camino e ai suoi piedi trovò la tanto agognata scarpa destra.Posò la tazza ormai vuota al posto della scarpa e si precipitò fuori sbattendo la porta alle sue spalle.La casa di ciottoli rimase muta, mentre fuori il vento cercava di penetrare da tutti gli spifferi che riusciva a trovare.Improvvisamente la porta d'ingresso tornò a spalancarsi, mentre un ragazzino alto non più di cinque piedi, magro, con gli occhi castani e lo sguardo allarmato, corse all'interno della casa. Si buttò sulle spalle un mantello di lana grigio, raccolse un sacco grande la metà di lui gettandoselo sulla schiena e tornò fuori senza nemmeno dare il tempo alla porta di richiudersi.Aveva tutte e due le scarpe ai piedi.Quella mattina era più in ritardo del solito, il che era già di per sé preoccupante, ma, cosa fondamentale, era in ritardo per il suo esame. Il giorno prima aveva compiuto tredici anni e, si sa, quella è l'età in cui si deve sostenere l'esame per avere accesso a una delle dieci Accademie.Quella mattina aveva chiesto a suo fratello maggiore di svegliarlo prima di andare all'accademia del Viaggio, ma, come c'era da aspettarsi, non l'aveva fatto. Probabilmente se n'era dimenticato. Probabilmente.Si tolse dalla testa quel cattivo pensiero e, mentre gli occhi gli piangevano per il troppo vento, continuò a correre attraverso le scorciatoie che solo lui conosceva e che, ne era sicuro, gli avrebbero permesso di essere al Palazzo Centrale in un batter d'occhio.Le strade erano tutte di terra battuta nella zona dove abitava lui, le case erano piccole e a ogni folata di vento sembrava che il tetto di legno dovesse spezzarsi. Ma le finestre avevano il vetro, e da tutti i tetti faceva capolino il braccio di un camino. Non era come stare ai Giardini Centrali, ma a lui piaceva lo stesso.Le case si fecero sempre più fitte, la strada sempre più larga e, in un attimo, si ritrovò a correre sui ciottoli, gli stessi di cui era fatta la sua casa.Lì le case erano di mattoni di tutti i colori, alte il doppio della sua e dalle finestre si intravedevano grandi lampadari di vetro. Era nel Quartiere Verde.Si era sempre chiesto il perché di quel nome, ma non aveva trovato risposta. Non c'erano alberi, non c'erano giardini, solo case su case e gente che chiacchierava da una finestra all'altra. L'unico verde che si poteva vedere era quello delle piante che decoravano alcuni balconi, ma niente di più.Scosse la testa come a schiarirsi le idee. Aveva smesso di correre. Si stava perdendo in pensieri inutili. Ed era in ritardo.Riprese a correre più veloce di prima, evitando la gente che gli si parava innanzi.Già vedeva a meno di mezzo miglio innalzarsi, tra le altre sfarzose torri, il Palazzo Centrale.La cupola azzurra sembrava brillare di luce propria nonostante il grigiore delle nubi.Attorno a lui le case mutarono gradualmente. La strada divenne piastrellata e le case assunsero tonalità tenui dell'azzurro, fino a raggiungere, attorno allo spiazzo antecedente il Palazzo, un colore bianco sgargiante.Passò, senza nemmeno guardarle, case ai cui ingressi statue di marmo raffiguranti divinità dimenticate facevano la guardia. Colonne azzurre come il cielo d'estate, placcate di un materiale iridescente e ornate di porcellana bianca come nuvole, lo sfidarono ad ignorarle. Lui non le degnò nemmeno di uno sguardo.I suoi occhi erano solo per la scalinata bianca che ora distava da lui solo una ventina di piedi.Lo splendore del palazzo era indiscutibile.I gradini di marmo terminavano in un loggiato lungo centocinquanta piedi, anch'esso pallido e puro come la neve. Dieci colonne ricoperte di porcellana azzurra sorreggevano la volta di marmo, sotto la quale brillavano mosaici di rubini, smeraldi e ogni sorta di pietra preziosa presente sul Continente Occidentale.La torre centrale, prima di culminare nel celeste della cupola, era abbracciata da una spirale squamosa e adamantina, al cui termine spiccava la bocca spalancata di un Hannon, un mostro mitologico dal cui corpo di serpente spuntava un viso di demone.La purezza di quel posto sembrava come eclissarsi alla bellezza di quella scultura immane alta centinaia e centinaia di piedi. Una bellezza terribile, ma affascinante.Una volta raggiunta la loggia si guardò attorno.Un gruppo di ragazzini della sua età era radunato attorno a un uomo, palesemente annoiato, vestito di una tunica rossa con in testa un buffo cappello bianco che, flaccido, gli cadeva lungo la schiena come una gelatina.In mano aveva una pergamena infinita.«Kevyn Francis Bulin..»Un ragazzino coi capelli neri spettinati, più alto e più robusto di lui si fece avanti, gli occhi blu, la pelle abbronzata e un sorriso perfetto, nonostante la tensione. Alcune ragazze ridacchiarono e una vocina dalla massa urlò.«Kevyn sei bellissimo!»Il ragazzo si voltò indietro mentre le gote diventavano rosse e il sorriso incerto.L'uomo tossicchiò e gli diete il bracciale azzurro per sostenere l'esame.«Lora Karlin Finnean»Una bimbetta alta appena quattro piedi e gracile come un ramo d'inverno si fece avanti timorosa. Aveva i capelli lunghi e di un biondo pallidissimo, la pelle poi, era assurdamente bianca, quasi che non avesse mai visto il sole. Prese velocemente il bracciale e si mise in disparte guardando fissa le sue scarpeL'uomo vestito di rosso continuò, quasi sbadigliando a chiamare i tredicenni che avrebbero sostenuto l'esame. Ormai mancavano poco più di cinquanta ragazzini.«Ni.. Nyo.. Come si pronuncia questo.. Nycoh Tohri Danies»«Eccomi, sono io!»Il cuore gli batteva all'impazzata, sembrava voler scappare dal petto e finire in gola.Corse, forse un po' troppo entusiasta, verso l'uomo che aveva appena pronunciato il suo nome.«Prendi. Non lo perdere, mettitelo subito al braccio.»Nycoh strinse il monile azzurro come se fosse il dono più prezioso che avesse mai ricevuto. Il che non era troppo lontano dalla realtà.Il braccialetto era una catenella d'argento a cui era saldata una piastrina azzurra che portava incise le sue iniziali N.T.D.Lo mise al polso e si sentì importantissimo.Si guardò intorno curioso e notò che alcuni dei ragazzi lì presenti erano eccitati quanto lui, ma la maggior parte aveva un'aria di assoluta sufficienza, come se essere lì fosse una seccatura.L'ultimo a ricevere il bracciale fu un ragazzo decisamente sovrappeso che sudava copiosamente e si guardava attorno terrorizzato.«Bene» l'uomo in rosso si stirò vistosamente e trasse un profondo respiro. «Questo era l'ultimo.»La sua voce, anche se cantilenata, aveva un timbro che attirava inevitabilmente l'attenzione.«Bambini... Ehm, ragazzi. Per chi fosse arrivato tardi.» A Nycoh parve che guardasse lui, sentì la faccia andare a fuoco e guardò fisso le scarpe. In particolare quella destra.«Vi ricordo il mio nome: William Jonathan Bruce. Sono il rettore dell'accademia del Suono.»La mascella di Nycoh cadde facendogli assumere un'espressione assurda. Lo stesso fecero altri suoi compagni.L'uomo in rosso parve accorgersene, ma non curarsene.«Ora vi accompagnerò nel luogo dove sosterrete l'esame. Seguitemi.»Il sacco che era corso a recuperare gli cadde dalle mani.Non è possibile. Rettore dell'Accademia del Suono? Quello?Non voleva crederci. Dal sacco estrasse una pergamena tutta rovinata su cui erano elencate le accademie.Accademie di terzo prestigio:Accademia del Viaggio, Accademia della Creazione e Accademia del Suono.Ma è una delle più importanti! Quello lì dovrebbe.. No, impossibile, sarà un segretario, avrò capito male.«Incredibile vero?»La voce lo colse di sorpresa facendolo sussultare.«Ehi, scusa non volevo farti paura.»Nycoh posò la pergamena nel sacco e guardò il suo interlocutore.Era quello per cui le ragazze erano impazzite. Come si chiamava, già?«Kevyn, piacere.»«Piacere, io mi chiamo Nycoh.»Strinse la mano tesa con vigore.«Che nome strano.»«Infatti, lo so. Ma i miei amici mi chiamano Nik. È più facile da pronunciare.»Risero entrambi.«Beh, Nik allora, muoviamoci o rischiamo di perdere il gruppo.»I ragazzi erano già entrati nel palazzo quando i due corsero loro dietro.Continua...
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