Racconto pubblicato il 30/05/04 Autore: CALIMAR
"Tre decenni fa, in una notte d'inverno, mentre vegliavo al capezzale della culla di mia sorella, successe una cosa strana! Una luce... " - chiuse gli occhi, intento a rievocare immagini lontane nel tempo - " ...un bagliore... sopra la culla di Calithra, una sfera luminosa apparve, lacerando l'oscurità che incombeva nella nostra stanza. Io, abbassando gli occhi offesi, vidi Calithra destarsi all'improvviso e allungare le mani verso la sfera, come per ghermirla. Non aveva paura!" - quando riaprì gli occhi, del colore dell'ambra, sembrò che catturassero la fioca luce della luna, che non riusciva a dissipare le numerose ombre danzanti su di loro. La figura seduta di fronte a lui scosse la testa compiaciuta: "Quen Illumini protegge le vostre anime. Con luci affranca neonati dormienti in luoghi dove la dolce luce della luna o del sole non può arrivare." "Allora fu qualcosa di strano, incomprensibile. Ora so che quella luce era un evento di ciò che sarebbe stato. Una luce rivelatrice!" Calimar si voltò verso il fuoco da campo che bruciava nella radura. Le figure che vi danzavano intorno erano sacerdotesse di Elistree, divinità di tutti i drow rinnegati. Tornò a puntare lo sguardo innanzi a sé , fissando T'risstree, per il giovane una perla fra tutti i drow: carnagione chiara come avorio, vivaci occhi viola e capelli di un argento fatato. Se ne era innamorato subito, quando per la prima volta l'aveva vista di fronte all'ingresso della sala riunioni appartenente alla casata Melarn, la loro. Stava scortando sua madre ad un incontro con la matrona, ed era rimasto fuori: come guerriero e drow maschio non gli era permesso l'accesso. T'risstree era in piedi davanti alla porta: allora era solo una giovane adepta che accompagnava la matrona. Lui l'aveva guardata negli occhi, neanche questo avrebbe dovuto fare. In una società in cui le donne dominavano, agli uomini erano permesse poche cose. Lei lo aveva guardato, preoccupata, poi aveva scosso la testa con disappunto e con lo sguardo aveva indicato due guardie a pochi metri da lei. Calimar con la coda dell'occhio le aveva focalizzate. Erano voltate di spalle. Aveva tirato su col naso, si era tastato il petto per sentire se la pietra che portava sotto la tunica era al suo posto. Una pietra della luna, la pietra degli audaci. Si era mosso verso di lei, con un gesto T'risstree gli aveva intimato di fermarsi. Calimar però non lo aveva fatto e, quando le era stato vicino aveva parlato con un sussurro trasportato da un alito di vento: "Se la dea bendata arriderà ai due amanti, un mantello scuro celerà i loro gesti agli occhi indiscreti." Lei era rimasta stupita, aveva sollevato le sopracciglia e dilatato le pupille, ma, in fretta, aveva ritrovato la compostezza consona ad una sacerdotessa e lo aveva ammonito sottovoce: "venerare dei pagani è un reato." "Tutto è migliore della tua dea ragno, ora ne ho la prova. Lolth non può aver generato una creatura d'inestimabile bellezza quale sei tu." "Ciò che dici potrebbe metterti in pericolo! Se qualcun altro ti sentisse non potresti più pronunciare le tue dolci parole - aveva sorriso - ora però ritorna al tuo posto o ci potranno scorgere!" Calimar aveva dato un'ultima occhiata alle guardie ancora voltate e dopo aver nuovamente incrociato i suoi occhi le aveva dato un casto bacio. Sotto lo sbalordito sguardo di T'risstree, poi, aveva fatto ritorno al suo posto. Ritornato alla realtà vide l'elfa levarsi e la udì dire, porgendogli la sottile mano: "è ora di andare." «Si hai ragione» le afferrò la mano e anche lui si mise in piedi. Per un fugace istante intravedette un movimento nella foresta, come di un'ombra che scappava. «Dannazione!» esclamò. Intanto nelle profondità oscure dell'Underdark, Calithra era intenta nello studio di un voluminoso tomo di pagine ingiallite e sciupate dai secoli. La fioca e tremolante luce di una candela, ormai consumata irrecuperabilmente dall'ardente fiamma, illuminava le magiche scritte e sui muri una vedova nera proiettava minacciosa una terrificante ombra. Fece scorrere velocemente il dito sugli arcani caratteri che riempivano la pagina, giunta in fondo, poi, sospirò soddisfatta. Lo chiuse con cautela, facendo attenzione a non rovinare le pagine sgualcite da decine e decine di maldestri studenti, che in passato, come lei ora, ne avevano attinto formule magiche. Calithra alzò gli occhi sull'aracnide «che fai Suprina? Vieni a fare due passi con me?» Detto questo allungò la mano per accarezzarlo, poi gli mise davanti il dorso e attese che salisse. La vedova nera velocemente si arrampicò sul suo braccio e, mentre si adagiava dietro la spalla, Calithra soffiò sulla fiamma facendo ricadere le familiari tenebre. Uscì dai suoi alloggi e s'infilò per le vie della città. Una voce alle sue spalle la chiamò facendola fermare «Calithra hai visto Vuzlyn?» Vuzlyn era suo fratello minore. Lei si voltò e vide suo padre «non l'ho visto perché?» «Lo stavo cercando. Tutto qui...» scrollò le spalle, si voltò e se ne andò di fretta.Calimar discese l'insidioso Underdark con passo sicuro e svelto per raggiungere le caverne della sua casata. Il padre lo attendeva all'imboccatura della via principale. Calimar lo salutò con un cenno del capo. «Dove sei stato?» domandò duramente il padre. «Sono stato a fare un giro.» «Che cos'é questa?» Calimar si sentì aprire la tunica sul petto, che rivelò una cotta di maglia nera e la pietra della luna. «Questa non è la tua corazza di adamantite! E... ancora questo stupido talismano!» il disgusto affiorava dalle sue parole. Calimar ricordò la sua armatura dissolta alla luce del sole, una delle prime volte che era uscito in superficie con T'risstree. L'aveva sostituita con una di ferro normale tinta di nero, da lontano non si notava la differenza, ma per un drow questa era abbastanza evidente. «Non l'ho più!» «Sei stato in superficie, non è vero? Questa sera hai partecipato ad un rito sacrilego, non è vero?» gli mollò un pugno in faccia. Calimar cadde all'indietro trattenendo un gemito. Prima di andarsene il padre gli inveì contro «tradimento! Tu meriti la morte! Se non avessi riguardo verso di te ti ammazzerei!»Un immenso campo verde illuminato dalla luna, una ridente giovane drow corre a perdifiato dinnanzi a lui, quando la raggiunge la cinge con un braccio. Una vampata di calore lo avvolge... Un silenzio ristagna nella sua stanza, c'è ansia in lui. Il rumore della porta che si apre, dischiude gli occhi e vede suo padre entrare. Si alza e gli va incontro. Punta lo sguardo sull'alto drow, questo estrae un oggetto da sotto la tunica, sorridente glielo porge. Una pietra blu, alza le braccia e l'afferra. L'ansia si dissipa... Un folto bosco in fiori, sotto T'risstree. Spostando lo sguardo un anziano elfo con mani callose mostra due spade, sono identiche. Una sensazione di felicità e un pensiero riempie la sua testa Lame gemelle... Una gelida paura lo possiede, sopra di lui incombe un enorme ragno con il busto e la testa di un abominevole drow. Supino e disarmato è impotente, il volto è imperlato di sudore... Calithra, di fronte a lui, gesticola e mormora delle parole, c'é una distorsione della sua immagine per, poi, dividersi in due. Sorride e indica davanti a lei. Interesse e confusione annega la sua testa... Carponi su di un tavolo di marmo scuro e freddo. Intorno a lui tre giovani drow. Un lieve dolore alla scapola sinistra dove una drow sta incidendo la sua pelle con un pugnale. In mente delle voci Ammazzaragni... Terra nuda chiazzata di rosso, nottata buia dove è sovrano Cyric. Intorno a lui una sanguinosa battaglia, ovunque cadaveri sovrastati da malvagi elfi scuri con in pugno spade arrossate. Ritira la spada dal ventre di un uomo che crolla a terra, davanti a lui ora le spalle scoperte di un drow, solleva il braccio armato. Il rimorso lo scuote violento... dissolvenza«Calimar, Calimar...» Calithra lo stava scuotendo per farlo riprendere dal suo riposo. Il drow seduto a gambe incrociate riaprì di scatto gli occhi facendo morire in gola un grido. «Calimar sono venuto a portarti notizie di T'risstree, ascoltami!» Rapidamente si riprese dalla reminiscenza, lo stato di trance in cui cadono gli elfi per recuperare le forze fisiche e mentali. Così facendo rivivono vicende del loro passato. «Parla! E' da una settimana che non la vedo, dimmi dov'é?» la sua voce era carica di tensione, ma il suo volto rimase impassibile. «Qualche giorno fa gli è stato richiesto di fare la prova di fede a Lolth» si fece triste «non c'é l'ha fatta!» Ora il volto di Calimar si dipinse di amarezza. Si alzò e senza parole affrettò il passo verso le caverne sotterranee. Prima di giungere a destinazione, ad un incrocio incontrò suo fratello «dove vai Calimar?» la sua voce era un'esplicita forma di derisione. «Sei stato tu! Non è vero? Brutto idiota!» gli occhi di Calimar dardeggiarono di un rosso acceso. «Non so, di cosa stai parlando?» Vuzlyn assunse una faccia da vittima alzando le mani aperte davanti a se. «Io ti ammazzo!» esplose Calimar. Il fratello non attese nemmeno un attimo di più per scappare.Raggiunse le caverne sotterranee, e dopo aver vagato per qualche minuto, come si aspettava trovò un grosso ragno che aveva al posto della testa il busto contorto di un drow. Il drider, così veniva conosciuta dagli elfi scuri questa creatura, aveva il volto deformato della sua amata T'risstree. «Che cosa ti hanno fatto quei maledetti?» Il drider con uno scatto fulmineo lo raggiunse ed emettendo gridi terrificanti parlò con voce distorta «vattene via Calimar! Ti potrei fare del male se rimani qui!» «Non me ne andrò.» Il ragno lo iniziò a colpire agitando due delle otto zampe artigliate «vattene! Te ne prego, non riesco a controllare i miei istinti... Per favore Calimar» per quelle ultime parole la voce divenne più chiara e dolce. «Anche maledetta per me sei la migliore!» immobile nel suo torbido pensiero, Calimar sosteneva i colpi passivamente, fino a quando un morso alla spalla non gli squarciò l'armatura. Dei lunghi denti aguzzi gli penetrarono la spalla. «Arghh!» strinse i denti con una smorfia «bevi pure il mio sangue.» Il drider arretrò «ti prego... ti prego vattene!» Questa volta se ne andò camminando a ritroso, senza mai abbassare lo sguardo da quella creatura.Il padre e la madre erano ad attenderlo all'uscita delle caverne sotterranee. Dietro di loro, felice, c'era Vuzlyn. La madre, come capofamiglia, prese parola additandolo «Calimar hai tradito Lolth, aiutando quella sacerdotessa. Avresti dovuto ucciderla...» Calimar chiuse gli occhi e abbassò il capo, i pugni si serrarono «...non appena scoperto le sue intenzioni. Hai disonorato la nostra famiglia e tutta la casata. I drow sono nati nell'oscurità e qui rimarranno, per sempre!» «Correzione, madre» Vuzlyn si stava prendendo la sua rivincita «Calimar ci ha già disonorato altre volte, come quella volta che si fece chiamare ammazzaragni e quella della poesia in onore di Lolth e...» «Sta zitto!» lo ammonì il padre, più per sfizio che per necessità. Vuzlyn arrabbiato serrò la bocca. La madre, turbata in volto da quell'interruzione, continuò «avresti potuto diventare un grande guerriero, il maestro d'ascia della casata contava su di te. Avresti potuto far aumentare di potere la nostra famiglia, ma quella sgualdrina...» Calimar si portò una mano al petto ed estrasse la pietra. Il suo contatto gli infondeva coraggio, con la mano la strinse più forte che poté. «Non mi stai ascoltando, vero? Provi rancore verso di noi, non è vero? Per questo ti dobbiamo uccidere!» Con voce suadente, poi, cercò di far leva sul cuore di suo figlio, in modo che abbassasse le difese. «Tuo padre non vorrebbe levare la spada contr...» si blocco vedendo la reazione del giovane. Calimar alzò il volto, incrociando le braccia sul petto, e per la prima volta nell'Underdark, con un unico movimento, fluido e naturale, estrasse entrambe le sue spade. Forgiate da abili mani dallo stesso blocco d'acciaio elfico, erano due gocce d'acqua tranne per le rune incise sul piatto della lama, vicino l'elsa. Le incisioni recitavano la stessa parola "Lame gemelle", ma su una erano in elfico drow e nell'altra in elfico alto. Aprì gli occhi «hai ragione madre, mio padre non lo farebbe, ma Wulverin si!» puntò una spada in direzione del padrino «avanti bastardo cosa aspetti, vienimi ad uccidere.» «No padre! Non lo farete» gridò Calithra giunta di corsa in quel momento. Il padre con la sinistra sfoderò la sua spada, intarsiata di ragni e rune perverse, e menò un fendente a Calimar. Questi lo parò incrociando le lame. «Con queste ho siglato un patto con gli elfi alti. Ora sono dalla loro parte!» «Madre non potete permettere questo!» Calithra si mise ad urlare «Fermatevi tutti!» Wulverin, ancora più arrabbiato, aumentò la raffica di colpi al ritmo crescente del disprezzo che provava verso di lui. La madre e Vuzlyn guardavano impazienti il duello dall'incerto esito. «Guarda la pietra che non sei mai riuscito a togliermi e soffri per la tua impotenza» dicendo questo Calimar bloccò con una spada l'arma del padrino e con l'altra lo colpì al fianco scoperto. Wulverin digrignò i denti per la ferita, poi con il braccio libero lo spintonò, facendolo finire lungo e disteso. In fretta, poi, prima che Calimar riuscisse ad alzarsi, lo maledisse «che i tuoi occhi non vedano più nell'oscurità!» e così fu. Calimar urlò rotolandosi alla cieca sulla roccia, per evitare i colpi. E in quegli istanti, forse, fu il primo drow a rendersi conto di quanto ci si potesse sentire soli in quelle tenebre che fino a poco fa' chiamava casa. Calithra non avendo altra scelta convogliò l'energia magica e puntando una bacchetta di cristallo evocò un fulmine. Questo saettò a mezz'aria colpendo i tre congiunti. Nella confusione raggiunse Calimar che stava arrancando nel buio. Gli toccò una spalla intimandogli «vieni con me!» Quindi lo guidò fuori dalle caverne dell'Underdark.Raggiunsero una radura boscosa e sentendosi al riparo si fermarono un attimo a riposare. Calithra aiutò il fratello ferito ad adagiarsi a ridosso di un tronco, e facendo qualche passo indietro lo guardò con apprensione. Teneva gli occhi chiusi e le membra distese. Aveva ferite leggere su tutto il corpo e una più grave alla spalla, ma non ricordava quando Wulverin l'avesse colpito. Si ritrovò a pensare a quanto dovesse esser triste per la perdita di T'risstree, forse non avrebbe potuto più rivederla, ma era meglio così del resto non era più un'elfa, col tempo avrebbe dimenticato. Un fruscio la mise in allerta, ma voltandosi, con sollievo si accorse che erano solo due scoiattoli che scappavano da chissà cosa, sospirò. Si sorprese, ritrovandosi, ad immaginare di essere come quei due animaletti, che scesi da un albero, per paura di essere attaccati correvano subito ad arrampicarsi su un altro. Non sarebbe stato facile andare avanti, ora, in un mondo a loro così sconosciuto. Lei era consapevole che con il potere della sua magia e la benedizione di Mistra poteva farcela, ma suo fratello non era così potente e si ostinava a non credere in nessuna divinità. Come stregone, Calimar, non conosceva molti incantesimi ed era ad un livello magico inferiore di lei. Si limitava a fare l'indispensabile e chiedere spiegazioni e, formule, a sua sorella. Calithra non sempre era contenta di aiutarlo, perché sapeva che doveva iniziare a studiare da solo e trovare le risposte che lo tormentavano nei libri. Sapeva combattere bene, ma dentro di lei sapeva che questo non gli sarebbe bastato e se in futuro non ci sarebbe stata lei a prendersi cura di lui, forse sarebbe morto. Questo la faceva soffrire, voleva bene a suo fratello. Come in risposta, Calimar apri gli occhi un attimo, per guardarsi attorno, e Calithra rimase sbigottita perché non erano più del suo colore originale. Erano divenuti gialli. Stava per dire qualcosa, ma si morse un labbro ricordandosi della maledizione, sarebbe stato un problema liberarsene. Calithra sapendo che oramai era impossibile recuperare qualcosa dichiarò «fratello qui non faremo più ritorno, non apparteniamo più a loro, rinunceremo a tutto e vivremo nella luce del sole e nessuno di loro ci ritroverà mai.» Mentre il sole morente irradiava la sua luce rosseggiante, Calithra aiutò Calimar a rialzarsi per incamminarsi verso una nuova vita. Entrambi sapevano che sarebbero stati perseguitati, perché come dice il proverbio drow, uscire dalla casata è solo il primo passo per raggiungere la propria tomba.
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