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 Cronache di Oscure Distese

Racconto pubblicato il 10/09/08
Autore: ANDRYAK666


Cala la pioggia disperatamente sui prati morenti e le costruzioni diroccate. La reggia si erge minacciosa sul colle. Acqua, maledetta acqua. Giorni che non cessa di cadere e la vita spezza repente. I raccolti marciti, la finestra soffre del picchiettar monotono delle gocce che s'infrangono su di essa.



Così, la mia piuma gelata scivola sulla carta donandole dolcemente un lieve filo di china. Alzo lo sguardo ed un lampo m'acceca rivelando nell'istante di folgore la sua temibile sagoma. All'enorme vetrata della lontana Rocca della Tirannide sembra danzare con l'ali strette e le fauci latre. Tutti sappiamo quali bestie dimorano lì, tutti sappiamo che quei mostri tutto possono su di noi. Padre...



Padre mio, venisti portato via giorni fa, le guardie argentee dal volto squarciato dalla rabbia funesta ti afferrarono con violenta decisione e ti colpirono, ancora ed ancora sotto le scale della nostra minuta casa. Cosa ho fatto per meritare di vedere questo padre? Cosa ho fatto?



Il mio fiocco rosso di lino, unico regalo della madre mia ormai polvere di rubini scivola via dai lisci capelli castani. So dove siete, lì tra le mute rocce immense che abbracciano quella vetrata sterile. Dei non ne sono mai esistiti per me e per voi, Padre.



Sfioro lentamente il tomo che mi donaste quando ero fanciulla, che mi diceste di celare e disconoscere finchè non sarebbe stato tempo. Ed ora lo è, Padre? Come potrei mai saperlo?

E voi lontano morite mille e mille volte straziato dalle fauci di quei mostri, nessuno può sfuggirvi, nessuno può. Vostro unico crimine resistere alla Tirannia con le unghie e con i denti, ma cosa possono contro zanne possenti di fuoco temprate?



Lascio che l'iridi mie si posino ancora su quella costruzione lontana, il vetro lucido della vetrata sua si tinge di rosso e torna quindi celere alla sua trasparenza. Fiamme. Il caldo infernale che quelle bestie sprigionano quasi l'avverto sulla mia pelle. Perchè mi avete lasciata Padre? Perchè?



Lacrime gelide scivolano dalle mie guance alle mie mani indugiando quindi sulla fresca carta di questo inutile diario. La vista s'annebbia mentre altre ne riverso intorno ancora ed ancora e la china si macchia, e tutto perde importanza.



L'ora non è ancora giunta perché io possa schiudere il vostro sapere ma non importa, cosa vale una possibilità se poi si muore?



Le mie dita corrono al massiccio libro svelandone la copertina impolverata. Ne avverto il profondo potere. Sangue fresco si distende da quelle pagine ingiallite, non mio, non vostro. Inorridisco.



Ritiro la mia mano già pregna di rosso. Il vento ulula con maggior forza. La finestra si spalanca e l'aria fredda cinge il mio corpo color della morte. Chiudo gli occhi e attendo un solo segno, non un solo gemito e sono al suolo immobile, una lunga ferita sulla mia fronte ridiscende sino al mento e gronda di sangue. Tremo convulsamente, qualcosa di più grande è stato risvegliato.



L'ombra mia scissa ondeggia malevola carezzandomi e smuovendomi in terra come fa la guardia malvagia calciando il mendicante. Mi contorco, godo di quei colpi violenti. Ancora!



L'oscurità sottile si scinde dunque in fili assalendo la mia gola, ivi penetra ed attraverso le mie nari. Sgrano gli occhi rossi come il sangue più puro, il libro di mio padre trema su quel ligneo ripiano scosso da forte vento ed or brucia avvolto da furiose fiamme tetre. Rido sadica, un ghigno lungo, assordate, malefico. Me ne compiaccio, odo intorno clangor di armi, echi di spiriti morti da secoli. Proibizioni dimenticate riverberano nell'oscurità più profonda.



Scrollo il capo. Son qui, ferma. Tranquilla.



Sulla sedia e me innanzi la finestra ben chiusa. Il diario bagnato da leggere lacrime. Il tomo di mio Padre riposa invece in terra stracciato. Mi guardo intorno, soffio con forza sulla fiamma tremolante della candela che mi rischiara, la odio. Nel buio completo lascio che le mie iridi risplendano profane. Sorrido mostrando alle pareti i lunghi canini che mi sfiorano le labbra inferiori.



Abbandono questo mondo alla sua morte urlando a suo avviso follemente il mio orrore, la mia vergogna, il mio destino.




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