Racconto pubblicato il 18/02/09 Autore: MARCO
Piove, piove da giorni il cielo grigio del tramonto, talmente cupo da far apparire quella come fosse la sera stessa, io sorrido in piedi al centro di quel nulla, terreno reso fangoso dall’acqua ed osservo il bastardo davanti a me. E’ in ginocchio a meno di un metro, ricoperto di ferite che gli ho causato io, non ne ha per molto ancora probabilmente. Mi guarda da quella sua infima altezza ed io gli pongo la spada sulla spalla a sfiorare il collo, prega, farfuglia le sue ultime volontà forse, non gli concederò la vita o una morte rapida, no dovrà trapassare nell’agonia della mia tortura.-Credi che avrò pietà di te?-Glielo domando, l’ho umiliato nel combattimento, ma non mi basta; mi guardo attorno per un momento in quel paesaggio di verde spento, guardo il suolo dove stanno le sue armi, due katane fin troppo pregiate per un combattente del genere e una delle mie spade infilzata nel terreno accanto a me, l’ho lasciata lì, per ora non serve. Torno a fissarlo tra le gocce, i capelli ormai zuppi che mi si attaccano al volto, gli parlo con quella freddezza che ormai conosce, lascio qualche istante il silenzio di proposito, così da alimentare quell’ultimo granello di speranza in lui, non prega nemmeno più.-Hai sbagliato ancora.-Un movimento netto e deciso del mio braccio, il polso fermo e la lama scintillante che fende le carni mortali recidendogli la gola di netto, è in quell’istante che ogni singolo attimo di questi anni mi passa davanti agli occhi, quella rabbia che ancora mi muove, quella sete di vendetta che rivedo ribollire nel rosso dei miei occhi ogni volta che mi guardo nell'immaginario specchio, quella morte da cui tutto è nato. Avrei potuto decapitarlo, ma no lui deve desiderare la morte stessa rantolando a terra come un verme quale è, e mentre il sangue inizia a zampillare da quella ferita lui finisce nel fango a contorcersi dal dolore poiché è ancora cosciente. Sorrido ancora, mi nutro di quella linfa con lo sguardo soltanto, il sangue di un essere simile mi sarebbe indigesto; qualcosa in me non sono ancora soddisfatto, tanto che mi avvicino, gli cammino a fianco e mi chino sulle punte vicino a lui nel modo più strafottente possibile.-No no non è il momento di morire così presto, non vuoi sapere come sono finiti gli altri?-Probabilmente a breve parlerò con un cadavere, ma voglio che vada all’altro mondo come uno sconfitto, uno che ha fallito miseramente in quello che era, voglio che si ricordi di me, dei miei occhi e che nell’eternità soffra più di quanto ho penato io. Non lascio il corpo lì, no, raccolgo le sue armi e gliele pianto nel petto, mi serviranno per appenderlo alle porte della città, così che tutti sappiano che ormai è solo cibo per vermi.
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