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 Il Marchio

Racconto pubblicato il 16/09/2009
Autore: RZABELIN


Non so se è la testa di un drago o quella di un grifone. So solo di avere questo tatuaggio da quando inizia il ricordo di me. Un disegno scuro, inciso nella pelle, sopra i miei occhi. “Chi ti ha impresso questo marchio sulla fronte?”. E’ la domanda che tutti mi fanno, corrucciando gli occhi e arcuando le labbra verso il basso. “Chi ti ha voluta così male?”. Già, chi si è preso la briga di scolpire l’effige oscura su una neonata. Doveva essere un pazzo, un delinquente o un disperato. Per questo mi sono spinta lontana dalla mia terra, lasciando il freddo pungente del Nord, per il caldo umido e piovoso del Sud. Per tanti, troppi quel simbolo è come un timbro maledetto. Nuvole oscure che potrebbero diventare tempesta e poi uragano. Fa paura il solo pensiero. Non ho potuto scegliere.Me ne sono andata seguendo una scia di inchiostro, quella impressa nella cute di chiunque abbia incontrato. E’ come leggere un libro che respira, si nutre, sogna, si addormenta, piange e si innamora. Un libro vivo, rilegato di sangue e carne.

La prima volta che ho visto un’immagine simile alla mia è stato sul braccio di un uomo che diceva essere un pirata. La testa di un grifo parlava e si arruffava al movimento dei suoi muscoli. “Di dove sei uomo e chi ti ha fatto quel segno sul braccio?” “Vengo da un fiordo affogato nel mare, quella che vedi è l’effige della mia gente”. Poteva assomigliare al mio, pensai. All’indomani salii con lui sulla nave per approdare su quella lingua di terra lambita dalle onde scure del Nord. Chiesi a quello che si definiva essere il capo del popolo vikingo.Mi spiegò che quello è il segno di appartenenza che ogni genitore appone al figlio maschio sul braccio destro. “Ma nessuno, mai, delle mie genti lo inciderebbe sulla fronte di una bambina – disse quell’uomo corpulento e barbuto -. Solo gli assassini hanno tatuaggi sul volto”. Le sue parole mi sprofondarono nel silenzio e nel turbamento. Ero io forse figlia di una coppia di persone dedite all’omicidio su commissione? Chi erano. Chi ero e chi sono. Per giorni pensai a quelle parole, fino a che un altro tenue filo di gallato di ferro comparve a me.

Emblema simile, ma stavolta dietro al collo appena sotto una nuca folta di capelli castani. Una donna che diceva conoscere le magie. La incontrai al porto, si era spinta dal delta del grande fiume per comperare certe sostanze strane, necessarie al suo villaggio. “Cosa significa quel disegno che hai lì, seminascosto?”, le chiesi con la foga di chi mescola l’ansia alla curiosità. “E’ il simbolo che allontana i malefici – mi rispose con occhi astuti e svegli -. Dalle mie parti ci sono maghi cattivi, capaci di grandi sortilegi. Si aggirano in certe notti, quando le lune si pongono come un triangolo nel cielo. I neonati senza questo disegno rischiano di essere presi da loro, diventandone schiavi .Per questo ogni famiglia della mia terra alla nascita di un bambino o un bambina tatuano questa immagine laddove la scorgi”. Tremando, posi la seconda domanda. Quella che più mi interessava: “Nessuno di voi la incide sulla fronte?” La donna portò le mani alla fronte, chiuse per un attimo gli occhi e inspirò profondamente: “Che abbia visto io no, ma so di alcune famiglie che, colte dalla fretta, hanno tatuato l’immagine in altre parti del corpo dei loro neonati”. Le sue parole mi aprirono una porta, facendo entrare quell’aria che per giorni avevo tenuto chiusa nei polmoni.

Il viaggio fu lungo e pericoloso, ma al ventesimo passaggio delle lune i miei piedi calcarono il legno fradicio di salsedine e di umidità del delta. Per un lungo tempo vagabondai per quel villaggio, spingendomi lungo il reticolo tortuoso che il fiume disegnava alla sua foce. Arrivai nei capanni dei pescatori e lì compresi che la loro fretta aveva inciso i loro figli e le loro figlie sulle spalle e sulla schiena, ma nessuno si era azzardato a lavorare di inchiostro sulle loro fronti. Tornai indietro sulle sottili e piatte imbarcazioni di quel popolo. E quando ormai la mia mente concepiva i segni inequivocabili di una resa, sulla banchina dei condannati scorsi il volto di un uomo molto scuro di pelle. Era chiuso in una gabbia e con pesanti catene che gli bloccavano i polsi. Cercai di avvicinarmi ma i due guerrieri, messi di guardia, me lo impedirono. “Stai lontana donna – urlarono -. Questa bestia potrebbe sbranarti e mangiarti davanti a noi”. Dovetti guardarlo da lontano, aguzzando lo sguardo per capire cosa avesse sul volto. Nonostante la sua carnagione nera, le sue guance mostravano motivi più scuri. I suo capelli nerissimi erano adornati di piume colorate e le due braccia erano colme di bracciali dorati. Anche i suoi vestiti erano particolari: pelli e penne di non so quale volatile si alternavano a monili lucenti e caldi come il sole. Non capii cosa gli marchiasse il volto, come nemmeno riuscii a sapere da dove proveniva. Alle mie domande, quel popolo si ritraeva, dicendo soltant: “E’ una bestia”. Mi domandai se fosse lui per caso uno di quei maghi cattivi di cui mi raccontò la donna incontrata sul molo dei fiordi del Nord. Ma nemmeno a questo nessuno rispose.

Per sapere chi fosse, dovetti ancora una volta attendere che il caso provvedesse. Dormii sulla banchina opposta alla sua e proprio quando la mia mente stava per tuffarsi nei sogni, udii dei rumori. Aprii gli occhi e vidi le due guardie per terra e un nugolo di pelli, penne e oro, agitarsi attorno a quella gabbia. Tre uomini-bestia stavano liberando il loro compagno imprigionato. Mi alzai di scatto e mi misi a correre verso di loro. Parlavano uno strano linguaggio, mai sentito prima. Una fonetica gutturale come il battito dei tamburi. D’istinto alzai le mani e, forse, fu questo a salvarmi. O forse no, forse fu quella immagine d’assassina ben impressa sul mio viso. Li guardai, avevano i volti completamente ricoperti di segni, simboli, immagini. Fuggii con loro, mangiai la loro carne essiccata e dopo un viaggio che mi stracciò le vesti della gonna e la pelle morbida dei calzari, mi ritrovai nella loro città, dentro alla giungla, nel cuore di quel mondo duro e affascinante. Non conoscendo la lingua, cercai di farmi comprendere a gesti. Di sicuro – pensavo – mi avrebbero imprigionata. Di sicuro sarei finita come piatto prelibato del loro banchetto serale.

Mi preparai al peggio. Superata la porta di pietra, entrammo in quello che mi sembrava un grande piazzale. Due occhi neri, adornati da un complesso intrico di segni, sovrastati da un copricapo sfavillante e multicolore, mi fece indietreggiare di un passo. Il suo sguardo non era cattivo. Solo curioso. Sentii la sua mano alzarmi il ciuffo di capelli che nascondeva una parte della mia fronte. Lo vidi scrutarmi e poi girarsi lanciando urla verso il punto più lontano della piazza. “Ho-Da-Ri”, parola che sembrava come il rullo di un tamburo percosso con sempre maggiore violenza. Mi sentii girare la testa. Al culmine di quel rollio, mi ritrovai di fronte una donna bruna. Quello che era il capo la spingeva verso di me e lei ritrosa lo guardava, pregandolo di non lasciarla sola. Come spesso mi accade, quando la mia paura è al culmine, invece di gettarmi per terra e piangere, sorrisi. Quell’espressione buffa, la rassicurò e quando girò il volto verso di me, la riconobbi. Aveva il mio stesso sguardo e lo stesso tatuaggio sulla fronte. Era il mio specchio, la mia immagine rovesciata. Il mio doppio. Ero arrivata. A casa.




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