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 Mondo Perfetto

Racconto pubblicato il 20/12/06
Autore: BLACKANGEL


Notte di primavera che diventa estate.
Profumo d’erba tagliata e di fiori, dalla portafinestra socchiusa, portati dal vento che appena fa oscillare le tende.
Notte tranquilla, perfetta, che sta per morire nel giorno.

La ragazza si girò nel sonno.
6:59.
Il cielo iniziò a colorarsi appena.
La ragazza aprì piano gli occhi.
7:00.
Come ogni mattina, da quindici anni a quella parte.

***
“Cosa avete intenzione di fare?”.
Bedlam incrociò le braccia al petto fissando Angel: troppo giovane, nessuno aveva mai ottenuto il comando di una nave a soli 19 anni. L’artigliere scosse piano il capo.
Angel sorrise.
“Non è incantevole, mentre dorme? Che bella cucciola…”
“Comandante, le ricordo che restare in ascolto implica sempre un certo rischio di intercettazione e tracciamento…”.
Fairy si accostò a Bedlam, la stessa espressione di disapprovazione sul viso. Angel si scostò dai monitor, sbuffando.
“Dannazione quanto la fate lunga…osservazioni preliminari sono necessarie prima della missione: il Consiglio vuole un rapporto dettagliato…devo ricordarvi quanto sono importanti quei sorgenti?”
“Questo è perfettamente inutile, Comandante”. Madmax si girò a sua volta sulla poltroncina girevole, sfilandosi la cuffia da operatore e sorridendo in maniera accondiscendente. Angel lo fulminò con lo sguardo.
“Intendo…è perfettamente inutile ricordarci l’importanza dei codici” si corresse l’uomo…”Ogni membro di questo equipaggio ce l’ha ben presente…io, l’artigliere e il navigatore. E lei, beninteso.”. Bedlam sorrise, imitato da Fairy.
Angel sbuffò nuovamente, voltando le spalle all’operatore ed agli altri per tornare a scrutare lo schermo.
“Restiamo in ascolto. Ma qualcuno tenga d’occhio il radar, non voglio che arrivi compagnia”.

***
La ragazza si girò nelle coperte, sbadigliando.
7:05, come sempre.
Odore di caffè, misto al sentore dei fiori e dell’erba. Il sole che piano piano inizia a far sentire il suo calore.
La ragazza si tirò su dal letto, stiracchiandosi, per iniziare a vestirsi: voci dal piano terra…qualcuno che bussa alla porta.
“Ada? Sei sveglia?”.
Come ogni mattina la ragazza borbottò un assenso assonnato, finendo di infilarsi la maglietta per poi afferrare di malavoglia lo zaino, già preparato dalla sera prima (come d’abitudine) ed issarselo in spalla.

Il marmo della scalinata, freddo sotto i piedi anche d’estate: ma è sempre così; Ada scese con calma, al piano terra della grande villa la aspettava la colazione.
Come sempre mangiò in fretta, perché era in ritardo; come sempre la tata Granny le diede un panino al tonno, perché il Mercoledì il panino è sempre al tonno, una bottiglietta di succo d’arancia e una fetta di torta.
Come sempre Ada uscì di casa camminando sul vialetto fino al grande cancello, salutando il giardiniere che stava potando le solite rose, per andare alla fermata dell’autobus; come sempre l’autobus arrivò in orario per portarla a scuola, come sempre vi trovò le sue amiche…come sempre quel ragazzo carino, più grande di lei di qualche anno, era seduto nei posti in fondo coi suoi amici; come sempre Ada non ebbe il coraggio di andarsi a sedere vicino a lui, accontentandosi di sospirarlo dalle prime file tra le risatine delle sue amiche.

Come sempre un’altra giornata era iniziata.

***
“Impressionante…la sua vita è totalmente programmata, la routine non ha che…scarti marginali, probabilmente randomizzazioni periferiche gestite da sottoprogrammi locali. Pazzesco.”.
“E ve ne meravigliate, Comandante?”.
Madmax sorrise, Angel gli rivolse di rimando una smorfia.
“Non è strano, dato il luogo di cui stiamo parlando” continuò l’operatore, digitando qualcosa sulla tastiera: sullo schermo si aprì una finestra. “Osservi queste intestazioni, Comandante…”.
“È da quindici anni la stessa situazione che si ripete…”.
“…con cambiamenti del tutto marginali, esatto. Volendo se ne potrebbe agilmente determinare la distribuzione statistica.”.
“Lascia perdere la probabilità: siamo sicuri che…voglio dire, lei è Umana?”.
L’operatore sorrise.
“Lei lo è, come lo sono gran parte delle comparse che la circondano: sono tutti inconsapevoli, vivono ricorsivamente un insieme di situazioni programmate. Se sta pensando all’eventualità di liberarla, comunque…”…il sorriso non scomparve dal volto abbronzato dell’uomo, “…le ricordo che è necessaria un’autorizzazione specifica del Consiglio”.
“Lo so, operatore”. Frustrazione nel tono del ragazzo, che si lasciò ricadere sullo schienale.
“È lei la chiave per quei dati?”.
Fairy incrociò le braccia al petto, a sua volta distogliendosi dagli schermi per rivolgersi al Comandante.
“L’Oracolo ritiene che il Costruttore, prima di venire messo in quarantena, abbia avuto il tempo di ricreare delle condizioni stabili in una parte della simulazione per conservare al sicuro i sorgenti…un mondo perfetto, se vogliamo, un insieme di situazioni eterno ed immutabile, ripetuto ciclicamente per un tempo indefinito, giorno dopo giorno, con adattamenti poco più che marginali”.
La donna bevve un sorso di caffè freddo da una tazza sbreccata, prima di continuare.
“Ada Lovelace, la ragazza, è la…figlia quindicenne del Costruttore: è Umana, ed inconsapevole; l’Oracolo insiste nel ritenerla un ’accesso’, ma questo termine si presta a molte interpretazioni, la più immediata delle quali potrebbe non essere quella giusta. In sostanza, dobbiamo capire come usarla per arrivare ai sorgenti”.
“Senza dimenticare che anche altri possono essere a conoscenza del suo segreto” si intromise Madmax, “Il Merovingio, ad esempio…o gli stessi Agenti di sistema: sicuramente è a loro nota l’esistenza dei sorgenti, anche se è un mistero che non abbiano provveduto alla loro cancellazione…personalmente ho rinunciato a capire come ragionano i programmi”.
“Come dobbiamo procedere?”.
Fairy si versò dell’altro caffè, scrutando Angel da dietro il bordo della tazza.
“Il Consiglio ci ha dato larga autonomia, ma la missione va conclusa in tempi brevi: probabilmente, intrometterci nel mondo perfetto del Costruttore causerà un immediato allarme di sistema…ed una degenerazione progressiva del mondo stesso. Quindi dobbiamo essere rapidi nell’arrivare ai sorgenti e rubarli”.
“Dovremo…liberarla?”.
L’uomo sorrise, notando come il ragazzo insisteva.
“Se sarà necessario chiederemo autorizzazione al Consiglio: ora come ora, è necessario capire come usarla, prima di pensare ad una eventuale liberazione”. Madmax bevve a sua volta, direttamente dalla caraffa.
“Va bene, io entro”.
La caraffa traballò nelle mani dell’operatore, il caffè gli finì di traverso: egli la scostò dal viso tossicchiando, nel rivolgere uno sguardo stralunato al ragazzo.
Fairy inarcò un sopracciglio.
“A che scopo, Comandante?”.
“Iniziamo a muoverci: come se stessimo giocando a scacchi…qualcuno deve pur fare la prima mossa, no? Se restiamo qui a bere caffè, non risolviamo niente”.
“Ma…è prematuro…e poco prudente…”.
“Navigatore, ho appena dato un ordine e gradirei che questo venisse accolto: dica al signor Scissor di portare la nave a quota trasmissione”. La voce del ragazzo si fece decisa. “Entrerò da solo, e mentre sarò dentro voi manderete una comunicazione al Consiglio avvisandoli che abbiamo preso l’iniziativa. E non voglio sentire obiezioni”.

***
Una mattinata noiosa, come ogni Mercoledì: due ore di matematica, due di scienze, una di letteratura ed una di ginnastica. Nei due intervalli Ada rimase, come sempre, con le sue amiche a godersi il tepore del sole nell’ampio giardino dell’istituto privato di cui frequentava il secondo anno…accontentandosi di rimirare da lontano i ragazzi delle classi maschili in uniforme improvvisare partite a football con palloni di plastica troppo piccoli.
Ma c’era qualcosa di diverso dal solito, quella mattina…quel ragazzo che la fissava seduto sui gradini della scuola; non era uno dell’istituto: senza uniforme, vestito di un completo di jeans, i capelli lunghi ed un paio di occhiali neri a specchio…era impossibile non notarlo: un bidello l’aveva fatto alzare ed allontanare, nel primo intervallo, ma lui era tornato…nel passargli accanto per rientrare, al termine della seconda pausa della mattinata, la ragazza aveva avvertito il suo sguardo accompagnarla fin dentro il corridoio.

L’aveva ritrovato all’uscita da scuola, come se la stesse aspettando, alla fermata dell’autobus…l’aveva seguita salendo, e si era seduto nel posto dietro al suo prima di rivolgerle la parola.
“Ada, ti devo parlare” aveva detto solamente…lei lo aveva guardato.
“Scusa, ma tu chi saresti?”.
“Un amico” aveva risposto, e lei aveva pensato seriamente che la volesse adescare…anche se non aveva l’aria di quel tipo di ragazzo.
“Scusa, ma io non ho amici grandi…” aveva cercato di troncare, e lui aveva ridacchiato.
“Tuo padre mi conosceva…”.
Era bastato questo perché lei si girasse di scatto, con le mani strette ad artigliare l’imbottitura del sedile.
“COSA?!?”. Le amiche l’avevano guardata con lo sguardo che di solito si riserva a chi non sta tanto bene di testa.
“Tuo padre si chiama Ian Lovelace, è vicepresidente di una importante società di informatica… lavora all’estero da quando ha divorziato da tua madre…che poco dopo è morta di leucemia. Vi telefonate tutte le sere, comunque, e tu gli vuoi bene. L’ultima volta che l’hai visto è stata…due mesi fa?”.
Ada era sbiancata, lui si era accontentato di sorridere.
“Ci sono delle cose che devi sapere” aveva ripreso, sfruttando il suo disorientamento, “Ti devo parlare Ada, è importante, te lo giuro”.
Aveva cercato di carezzarla sul viso, lei si era ritratta.
Il bus, proprio in quel momento, era arrivato ad una fermata: il ragazzo le aveva rivolto un ultimo sorriso, si era alzato, ed era sceso…anche sporgendosi dal finestrino non era più riuscita a vederlo.

Ci ripensava nel letto, quella sera, rigirandosi… era la prima volta che non riusciva a prendere sonno: non aveva detto nulla alla tata Granny, nè al giardiniere, né a nessuno della servitù…neppure lei sapeva il perché. E suo padre quella sera non l’aveva chiamata.
Ada non riuscì a prendere sonno che a notte inoltrata, ed ebbe gli incubi. Era la prima volta che succedeva.

***
“Dunque?”.
In mensa faceva caldo, e l’odore della pappetta di proteine, fin troppo simile a quello della colla liquida, era più insopportabile del solito.
“Abbiamo avvertito il Consiglio, mentre eravate dentro”.
Fairy rimestava nella gavetta col cucchiaino, senza troppa convinzione.
“Hanno raccomandato di essere cauti” aggiunse, con una vaga nota di rimprovero, scrutando il ragazzo con occhi grigi e penetranti. Angel sfoderò di rimando un sorriso a trentadue denti, tremendamente da bambino.
“Comandante, in tutta franchezza…io non credo sia l’approccio giusto…”.
“Ho rilevato un’attività insolita del codice, oggi, mentre eravate connesso” le fece eco Madmax, “Quel sistema chiuso reagisce agli stimoli esterni in maniera anomala...e ancora da valutare, allo stato attuale delle cose: può darsi che si tratti di un meccanismo di allarme appositamente progettato per scattare se qualcosa si intromette nella routine”.
“Smith? Ma l’Eletto non l’aveva annientato?”. Angel rivolse un’occhiata annoiata all’operatore, il quale alzò gli occhi al cielo, spazientito
“Dannazione Comandante…Smith non è l’unico Agente del sistema!”. Frustrazione nella voce dell’uomo…”Smith potrà anche essere stato cancellato, ma ci sono altri Agenti in giro…”.
“…che mi sento in grado di trattare relativamente senza problemi” proclamò il ragazzo.
All’istante il rumore dei cucchiaini nelle gavette cessò.
“Con tutto il dovuto rispetto, Comandante…”…questa volta fu Bedlam a parlare, dopo qualche momento di imbarazzato silenzio generale, “…nessuno di noi ha le capacità di un Eletto: nessuno di noi riesce con facilità a fare overriding delle procedure della simulazione senza usare una interfaccia, né a farlo in modo continuativo al pari di un Agente. Non vogliamo mettere in dubbio la vostra affinità con Matrix…” continuò l’artigliere, “…e lo stesso Consiglio si fida delle vostre capacità: siete uno dei più giovani capitani di vascello mai vissuti…noi vogliamo solo invitarvi alla prudenza, per non compromettere la missione”.
“Allora, che cosa suggerite?”. Angel spostò con stizza lo sguardo sui membri de suo equipaggio, uno ad uno, attorno al tavolo di ferro…”Di sospendere tutto?”
“Ormai non è più possibile” riprese Fairy in un sospiro, “Avete messo in moto degli eventi…la partita a scacchi è incominciata, per usare una vostra metafora”.
Il ragazzo sbuffò, cambiando discorso.
“Qualche comunicazione da Zion?”.
Madmax annuì.
“Aspettavo il momento giusto per dirvelo. L’Oracolo vuole vedervi, Comandante: la trasmissione ci è arrivata oggi stesso dalla Nabucodonosor”.
“Morpheus mi cerca? Che onore…”. Angel sbadigliò.
“Non è Morhpeus, Comandante…l’Eletto in persona ha chiesto di voi: lui ha fatto da latore per il messaggio dell’Oracolo, raccomandandosi di contattarlo non appena avessimo potuto…ci avrebbe attesi per tutta la notte, se necessario”.
Angel si alzò, spolverandosi i pantaloni di jeans strappati e macchiati d’olio.
“Non sta bene far aspettare le personalità, dunque…signor Scissor, energia ai motori: porti la nave a quota trasmissione e programmi una rotta per il rendez-vous; Madmax, contatti la Nabucodonosor e dica loro che stiamo arrivando”.

***
“Ti ringrazio di essere venuto”.
L’uomo, o per meglio dire l’essere più simile a Dio esistente sulla terra, strinse la mano al ragazzo, scrutandolo da dietro gli occhiali scuri a specchio. Sorrideva appena, il tono di voce era calmo.
Il ragazzo ricambiò la stretta e l’occhiata.
“Se posso essere utile all’Eletto…”.
I due si incamminarono con calma lungo l’ampio viale trafficato della metropoli, le mani in tasca: intorno persone in giacca e cravatta miste a gente comune…donne, uomini, vecchi, ciascuno intento ad inseguire i propri affari.
“L’Oracolo ti ha detto perché vuole vedermi?” riprese il ragazzo, dopo qualche minuto di silenzio.
L’uomo scosse il capo.
“L’Oracolo dirà a te, ed a te soltanto, il motivo della convocazione. Io sono qui soltanto per garantire la tua sicurezza…”.
Il ragazzo sorrise.
“E avrebbero mandato l’Eletto per fare da scorta…a ME?! Questa si che è grossa!”.
L’uomo fece spallucce.
“Siamo tutti chiamati a fare ciò che dobbiamo fare, Comandante Angel. Questa è una zona molto controllata…un po’ come il mondo perfetto del Costruttore…e non c’è ragione di correre rischi inutili”.
“Come a dire che non me la so cavare da solo” replicò il ragazzo, imbronciato. L’Eletto non cambiò di una virgola l’espressione.
“Come a dire che non c’è ragione di correre rischi inutili”.
“E comunque, il mio operatore non ha detto di aver visto nessun Agente, mente ero dentro”.
“Probabilmente perché non ce n’erano…non oggi almeno. Non dubitare, comunque: la tua intrusione è stata di certo notata. Io l’ho percepita, ed ero connesso a più di cinquecento miglia dalla tua posizione”.
“Si, ma tu sei l’Eletto”. Il ragazzo sorrise, un autobus si fermò stridendo alla fermata, giusto davanti a loro. L’uomo vi si avvicinò lestamente, salendo…il ragazzo gli tenne dietro.
Le porte si richiusero, il mezzo ripartì con un sussulto. Lunghi minuti di silenzio.
“Zion sta per subire un attacco” riprese alla fine l’Eletto, con calma; il ragazzo strabuzzò gli occhi.
“Lo sento, c’è qualcosa nell’aria, come l’odore della tempesta che si addensa…posso avvertirlo. Matrix non è mai stata così…indeterministica. Per questo ti ho detto che devi essere prudente, rischi di rimanere solo quando gli eventi si scateneranno”.
“L’Oracolo ha parlato di attacchi?”.
“No, non l’ha ancora fatto…ma penso lo farà presto”.
L’uomo sorrise, l’autobus si fermò, egli si alzò e scese…disorientato, il ragazzo lo seguì; dietro di loro, ancora il lungo viale brulicante…ma la zona, intorno, era cambiata, assumendo i tratti di un sobborgo di periferia. Un alto palazzo popolare poco distante dalla fermata, il muro scrostato, qua e là dei graffiti…un gruppo di ragazzi accampati nell’androne di un edificio più piccolo li seguirono con lo sguardo mente passavano, al ritmo di musica rap dalle casse di uno stereo d’archeologia.

La hall del palazzo era squallida, deserta e puzzava d’orina; muri sporchi, di un rivoltante color verde chiaro, altri graffiti…altri ancora sulle porte dello sgangherato ascensore, altri all’interno, nella cabina dalla moquette imbrattata di chewing-gum e mozziconi di sigaretta.
“L’Oracolo…per te, intendo dire…quando ti ha ricevuto…era lo stesso luogo?” chiese il ragazzo; l’uomo sorrise.
“Forse. Lei ama isolarsi in posti come questo, senza mai rimanere ferma troppo tempo”.
L’ascensore si fermò sobbalzando, l’uomo uscì per primo; un anonimo corridoio, muri coperti da tappezzeria strappata, odore di fumo nell’aria polverosa. Superarono quattro porte, alla quinta l’uomo si fermò…ma prima che potesse bussare il battente si dischiuse, ed il viso rugoso e sorridente di una donna di colore fece capolino.
“Eccovi, finalmente” disse soltanto, “Sapevo sareste arrivati, avevo appena messo i biscotti in forno”.
La porta si aprì un poco di più, l’uomo si fece da parte sorridendo.
Il ragazzo esitò ancora qualche momento, per poi decidersi ad entrare.

***
Formicolio alla base del cranio, seguito da un momento di disorientamento…brividi, sensazione come di resuscitare…è sempre così, quando si esce.
Due paia di occhi fissati su di lui. mentre si tirava a sedere.
“Allora?”.
Domanda posta pressoché insieme, dall’ufficiale di rotta e dall’artigliere. Il ragazzo si sfregò gli occhi, come se si fosse appena svegliato.
“Tutto ok, non preoccupatevi”.
Fairy si stropicciò una manica rattoppata della maglia, con nervosismo.
“L’oracolo…”.
“L’oracolo mi ha detto ciò che dovevo sapere” tagliò corto Angel, bruscamente, come se non volesse parlarne. L’ufficiale di rotta ammutolì.
“Bedlam, verrai con me” proseguì, “Se hai delle cose urgenti da sistemare, ti consiglio di farlo al più presto perché domani mattina entriamo. Andiamo a liberarla”.
Silenzio. Occhiate confuse dei due.
“Comandante…non abbiamo autorizzazione esplicita dal Consiglio.” La voce di Fairy suonò insieme stizzita e piagnucolosa, il ragazzo fece spallucce.
“La avremo, quando dirò loro che lei è la chiave…in senso letterale, capite?”.
Sguardi confusi.
“Non importa…” sbuffò il ragazzo, “Vi basti sapere che lei ci serve fuori dalla simulazione. Fidatevi di me, hm?”.
Un sorriso.
“Comandante…non è che non ci fidiamo…” riprese l’artigliere, qualche attimo di silenzio dopo…la medesima espressione confusa sul viso…”…ma saremmo più tranquilli se lei si spiegasse meglio…”.
Angel sospirò.
“Lei è la ‘chiave’ nel senso che nei suoi files di personalità sono criptate le primitive del Costruttore: non è uno strumento, nel senso stretto del termine…ma un archivio inconsapevole di dati”.
“Ve l’ha detto l’oracolo?”.
Scetticismo nella voce dell’ufficiale.
“In un certo senso è così…però non voglio parlarne”.
“Come preferite. Avete ordini?”.
“Dica al signor Scissor di portare la nave a quota trasmissione: non c’è ragione di aspettare, voglio trasmettere subito”.

***
Notte di primavera che diventa estate.
La ragazza fissava il soffitto, distesa sul letto, senza riuscire a prendere sonno.
Dalla finestra aperta, odore di fiori ed erba tagliata.
Notte che sta per morire nel giorno.

6.59
La ragazza sospirò…erano due giorni che andava avanti, quella strana sensazione…qualcosa di indecifrabile, di tremendamente fuori posto nella sua vita perfetta.
Due giorni dall’incontro con quel ragazzo…ma chi cavolo era? Come faceva a sapere di papà?
Due giorni che papà non si faceva sentire.
7.00
La ragazza si alzò dal letto, tirandosi lentamente a sedere…uno sbadiglio. Non aveva dormito più di due ore. Si vestì lentamente. Odore di pane tostato e caffelatte, dal piano di sotto.
7.05
Qualcuno bussò alla porta.
“Ada? Sei sveglia?”.
Improvvisamente la ragazza decise che oggi non sarebbe andata a scuola: avrebbe passato la giornata al centro commerciale, a guardare le vetrine.
Non aveva mai tagliato prima di allora.
Ma c’è sempre una prima volta.

***
“Comandante, penso che dovrebbe venire a vedere…”.
Raramente Madmax si preoccupava…ma, anche se rare, le preoccupazioni di un operatore vanno sempre tenute nella giusta considerazione.
Angel si avvicinò alla consolle: mancava poco all’ora X…il Consiglio aveva dato a stretta maggioranza il suo avallo per la liberazione, ritenendo fondate le conclusioni a cui il capitano era giunto.
La comunicazione era arrivata quella notte.
“Guardi queste intestazioni…non ho mai visto un’attività del codice così frenetica: sembra che il mondo perfetto sia in allarme…la routine sta collassando. Non so se è una buona idea entrare adesso.
Angel sbuffò.
“A maggior ragione non bisogna attendere: date energia agli hard-drive…voglio tirarla fuori di lì”.
L’operatore sospirò.
“Inutile che io vi rammenti i rischi del confronto con un Agente di sistema, comandante...”.
Angel si stese sulla poltrona di connessione, senza neppure più ascoltarlo: la mano di Fairy, sulla sua fronte era fredda e umida…la stessa sensazione della spina che entra dentro il cranio; se uscire è un po’ come rinascere, entrare è certamente la sensazione che si avvicina di più alla morte fisica.
Il ragazzo chiuse gli occhi: un sospiro, cercando di rilassarsi.
Sarebbe durata solo un attimo, come sempre.

***
Il riflesso nelle vetrine rimandava agli occhi della ragazza il viavai di gente alle sue spalle, sullo sfondo dell’esposizione di telefonini e notebook.
Le sue amiche non erano volute venire.
E, come se non bastasse, aveva la sensazione che i suoi l’avrebbero saputo: non sapeva il perché, se lo sentiva a pelle.
Come non sapeva perché quella mattina aveva deciso di fare la cattiva ragazza.
Era come se…fosse stata la cosa giusta da fare.
Abbandonò la vetrina, proseguendo lungo il corridoio del mall: profumo di dolci, dal panettiere poco più avanti; la ragazza si accoccolò su una panchina, ripescò il lettore MP3 dallo zaino, si infilò le cuffie nelle orecchie e fece partire la musica.
Chiuse gli occhi, lasciandosi cullare…sensazione di tristezza, senza un perché: che cosa c’era che non andava nella sua vita? Cosa le dava quel senso di…fuori posto?
Quel ragazzo…di nuovo a pensare a lui: ma chi era? Come faceva a sapere tutte quelle cose su di lei?

Impulso improvviso di aprire gli occhi.

Un riflesso, nella vetrina del panettiere…qualcuno che la stava guardando.
La ragazza si girò di scatto: due figure, contro la ringhiera della balconata del primo piano, un po’ distanti, seminascoste alla vista ad una colonna.
Una aveva i capelli lunghi, sembrava proprio…lui!
La ragazza si alzò, gli auricolari si sfilarono: che fare?
I due non si mossero…accontentandosi di guardare nella sua direzione.
La figura dai capelli lunghi inclinò il capo di lato.
La ragazza si staccò dalla panchina, iniziando ad avvicinarsi dopo qualche attimo di indugio.

“Ciao, Ada”.
Il tono con cui il ragazzo si rivolse a lei era tranquillo. Un sorriso, gli occhi nascosti dietro un paio di occhiali scuri a specchio.
“Dobbiamo parlare” continuò…la ragazza inghiottì saliva.
“Si, lo penso anche io..”.
Lo stesso sorriso, imperturbabile.
Vicino al ragazzo, la figura più massiccia di un uomo di colore…con l’aria guardinga di un ladro che tema di essere colto con le mani nel sacco.
“Tutto ti sembrerà assurdo, Ada…” continuò il ragazzo, sempre calmo, sempre tranquillo, con una vaga aria di supponenza nel tono…le mani seppellite nelle ampie tasche di una giacca di jeans.
“C’è molta gente che ha bisogno di te”.
La ragazza inghiottì ancora…forte senso di inquietudine…ma chi erano quei due??
“…scusa?”. Tono incerto, traballante.
“Ti sembrerà tutto assurdo Ada…neppure so da che parte iniziare per spiegarti: forse la soluzione più semplice starebbe nel dirti che devi guardare oltre il mondo che ti è stato imposto, e ribellarti alla routine…ma temo che questo non farebbe altro che aumentare la tua confusione”.
L’uomo di colore portò una mano enorme all’orecchio, dove era appeso un piccolo auricolare, come quello delle guardie del corpo.
“Comandante, abbiamo un problema…”.
Il ragazzo si girò a guardarlo. L’uomo continuò.
“Siamo stati tracciati, l’operatore ha rilevato delle autopattuglie in rapido avvicinamento. Saranno qui a breve, dobbiamo andare”.
La ragazza spostò gli occhi sgranati sull’uno, prima, quindi sull’altro…per poi tornare sul ragazzo.
Autopattuglie??
“Cosa…succede?”.
“Succede che la routine si ribella, Ada, il sistema vuole difendere sé stesso”.
Il ragazzo avanzò con calma verso di lei, di qualche passo…la ragazza arretrò di scatto.
“Ti prego, non rendere le cose difficili…abbiamo bisogno di te, ti prego…”.
La ragazza arretrò, finendo contro la balaustra del primo piano del mall, paura negli occhi. La gente, intorno, iniziò a fermarsi…curiosi…
“Comandante, non c‘è più tempo…”.
Il ragazzo si avvicinò ancora…eppure non sembrava pericoloso…la ragazza lo vide allungare una mano verso di lei, con calma, come se volesse invitarla…era tutto così assurdo…
“Ti prego…vieni con noi, scegli di vedere, Ada…scegli di vedere coi tuoi occhi…”.

Lo scatto di un’arma ben oliata fece trasalire il ragazzo, che si bloccò di scatto.
“Alt! Sorveglianza! Allontanati da lei!”.
Un uomo che imbracciava a due mani la sua pistola d’ordinanza, puntata ad altezza d’uomo con fare minaccioso, era comparso dal corridoio dei negozi, a qualche metro di distanza. Qualcuno iniziò ad urlare.
“Cazzo…” mormorò, ritraendo piano la mano tesa…girandosi. L’uomo di colore rimase dietro la colonna, la ragazza lo vide mettere la mano all’interno della giacca scura che indossava.
“Via da lì! Allontanati ho detto! Stenditi a terra!”
La gente…che scappa…l’eco delle loro grida…il ragazzo sembrò ammiccare, quindi scartò di lato, rapido, tuffandosi sul pavimento di marmo lucido mentre dall’interno della giacca di jeans compariva nelle sue mani una pistola.
Detonazioni, in rapida successione, da entrambe le parti.
Altre grida, fuga confusa di persone.
Il sorvegliante si inarcò all’indietro, come una bambola di pezza, rotolando a terra.
Sangue, che schizza, che si allarga in ampie chiazze.
La ragazza gridò, l’uomo di colore scattò verso di lei, afferrandola, premendole una mano sulla bocca.
Una sirena d’allarme iniziò a suonare.
Il ragazzo si alzò, estraendo una seconda pistola dalla seconda fondina, nascosta sotto la giacca. Zoppicava, uno strappo sui pantaloni all’altezza della coscia, una smorfia in viso.
Sangue. La ragazza sgranò gli occhi.
“Siete ferito comandante?”.
“Cazzo cazzo cazzo…non doveva andare così dannazione!”.
La ragazza tentò di divincolarsi. L’uomo gridò di dolore quando lei le affondò i denti nella mano, ma non la lasciò.
“Ada, ti prego…tu devi venire con noi, io…non so cosa potrebbe succedere ora che il sistema sta collassando. Potrebbero ucciderti, ora che sanno che vogliamo liberarti.
Perché è soltanto questo vogliamo, la tua liberazione.
Ti prego, anche se ti sembra assurdo…non puoi immaginare cosa sia in realtà il tuo mondo perfetto…” .
La ragazza sembrò all’improvviso calmarsi. Sangue colava dalla mano dell’uomo, che iniziò a staccarsi dal suo volto. La presa si fece meno costrittiva. Sangue le aveva macchiato la maglietta, finendo sul colletto
Era tutto così assurdo…ma qualcosa le diceva che il vero pericolo non veniva da loro.
“Tu chi sei?”. Voce sul punto di spezzarsi.
Il ragazzo si guardò alle spalle.
“Un angelo” disse semplicemente, “Ora andiamo”.

***
“Cazzo, sono fottuti…!”.
Fairy sbattè con rabbia il pugno sulla consolle di comando, quando il sorvegliante si materializzò a minacciare Angel.
“Li hanno tracciati…”. Madmax si sforzò di mantenere la calma, “Ho rilevato almeno quattro pattuglie di polizia in arrivo. È quasi come se ci stessero aspettando…come se l’avessero usata come esca”.
Fairy trattenne il fiato, quando vide Angel tuffarsi, estrarre e fare fuoco contro il sorvegliante…la donna fece una smorfia quando vide il ragazzo accusare un colpo di striscio.
“Devono venire fuori, subito!”.
“Non hanno uscite, la più vicina è dall’altra parte della città, alla stazione…dovranno comunque attraversare una parte estesa della simulazione. E comunque, non potrebbero portarla con loro se prima non avviano il processo di localizzazione”.
“Possiamo aiutarli in qualche modo?”.
Madmax fece una smorfia, senza rispondere.

***
Di corsa…la sirena dell’allarme che rimbombava nel caos del mall, le persone che si accalcavano alle uscite, come tante formiche disturbate…
Il ragazzo aveva smesso di zoppicare, dopo essersi fasciato alla meglio la ferita di striscio con un fazzoletto: ora correva accanto a lei, le armi in pugno, e l’uomo di colore gli teneva dietro, anch’egli armato…un fucile a pompa, come nei film. Soltanto che questa non era finzione.
Il cuore martellò nelle orecchie della ragazza, quando il gruppo si lanciò fuori dalle porte antincendio dell’uscita di sicurezza e guadagnò il parcheggio sopraelevato, dopo una corsa che sembrava essere stata lunga dieci chilometri.
Non c’era nessuno.
Si appiattarono, il fiato corto, dietro una fila di macchine; l’uomo di colore subito si allontanò correndo verso il fondo del parcheggio: che avessero un’auto? O semplicemente ne avrebbero rubata una?
“Prima hai ammazzato quel poliziotto…me lo vuoi dire cosa sta succedendo adesso?”.
Vago isterismo nella voce, misto a rassegnazione.
Il ragazzo sospirò, sfilandosi gli occgiali.
“Hai mai fatto un sogno così realistico da sembrarti vero?”.
La fissò negli occhi, con uno sguardo di intensità innaturale…lei ebbe paura…
“E se così fosse” continuò, “Come potresti svegliarti? Come sapresti che il sogno è finito?”.
“Non…capisco…”.
Voce sul punto di spezzarsi.
“Tu hai la pistola…hai ucciso quell’uomo…”.
Lacrime che iniziano a spuntare.
“Cazzo Ada, dimentica quell’uomo, e cerca di capire ciò che sto per dirti…”.
Un sospiro, come a cercare le parole giuste.
“Tu hai vissuto tutta la vita, tutta la tua vita finora, dentro una simulazione virtuale. Un mondo fittizio, simulato al calcolatore, che ti è stato messo davanti agli occhi…col solo fine di controllarti.
Non è aria questa che tu respiri, non è sangue, quello che hai nelle vene; questa pistola, con i proiettili al suo interno, non è più reale di un miraggio…quell’uomo che, tu dici, ho ‘ucciso’, esisteva soltanto come programma elementare di difesa interno al sistema”.
“Ma che…cazzo stai dicendo”?.
Smarrimento. Il ragazzo scosse il capo. Rumore di un motore di grossa cilindrata in avvicinamento, rumore di gomme che stridono sull’asfalto.
Una grossa automobile si fermò di traverso davanti a loro, oltre la fila di auto parcheggiate.
La ragazza trasalì. Alla guida, l’uomo di colore.
“Dobbiamo andare…”. Mano tesa.
Il ragazzo…quel tono tranquillizzante che usava…di nuovo quella sensazione, per quanto la situazione fosse paradossale…di star facendo la cosa giusta.
La ragazza si alzò in piedi.
“Dove volete portarmi?”.
“Dobbiamo cercare di far perdere le nostre tracce”.
Il ragazzo rimise le pistole in due fondine, allacciate appena sotto le ascelle, nascoste dalla giacca di jeans.
“Anche se temo sarà difficile. Il mondo in cui hai vissuto finora è quello che i tecnici di Matrix chiamano “sistema wrapped”: sono rari, ed hanno la caratteristica di essere modellati in funzione di una situazione specifica, un pattern, che viene mantenuta fissa ed immutabile nello scorrere del tempo con correzioni ed aggiustamenti del tutto marginali. Nel tuo caso, la situazione era la tua vita senza tuo padre…e sarebbe andata avanti all’infinito. Saresti cresciuta, avresti finito le scuole, il sistema si sarebbe assestato ma il nucleo della situazione non sarebbe cambiato”.
Il ragazzo le aprì la portiera dell’auto: dentro, poltrone foderate di pelle nera…odore di cuoio e deodorante. La ragazza si lasciò cadere sul sedile, sentendosi improvvisamente stanca e nauseata. Che ne sapeva lui di papà??
Il ragazzo salì con lei, e non appena richiuse la portiera l’uomo di colore ripartì sgommando. L’accelerazione improvvisa la schiacciò contro lo schienale.
“Saresti cresciuta nella tua casa di sempre, con le amiche di sempre…altri programmi, o comparse…esseri umani prigionieri come te…in un certo senso, tuoi schiavi”.
Il ragazzo sorrise.
“Saresti cresciuta, ti saresti trovata un lavoro, ed un marito…e non avresti mai sentito il bisogno di cambiare la tua tranquilla esistenza, né di stravolgere le situazioni di sempre…né tantomeno di abbandonare la città per qualche motivo; per te sarebbe stato del tutto naturale, questo ordine di cose…la configurazione del sistema wrapped sarebbe cambiata per adattarsi alla tua crescita, nello stesso tempo cancellando i tuoi ricordi selettivamente, ogni sera.
Per far si che ti sembrasse di aver sentito tuo padre soltanto da poco tempo.
Perché non ti rendessi conto del ciclo infinito della consuetudine.
E quando saresti morta, tra molti anni, un’altra persona sarebbe stata scelta al tuo posto per perpetuare la routine…ricominciando daccapo, ancora e ancora. Diabolico, non trovi?”.
Il sorriso non scomparve dalle labbra del ragazzo.
“Tu…che ne sai di papà?”.
Niente più paura nella voce della ragazza…soltanto rassegnazione, apatia…e tristezza.
Eco di sirene dall’esterno…che li stessero inseguendo? La macchina imboccò con la velocità di un proiettile la corsia d’accelerazione per entrare in tangenziale. Gocce di pioggia sul parabrezza…non si era accorta che avesse iniziato a piovere.
“Tu conosci tuo padre come Ian Lovelace: è un programma ribelle, in realtà…e tu sei sua ‘figlia’ soltanto perché lui ha scelto di depositare dentro di te le primitive di altri programmi da lui creati, di utilità estrema per gli hacker della simulazione, prima di venire messo in quarantena dagli agenti di sistema”.
Sirene…ora più vicine…la ragazza si riscosse, girandosi sul sedile…oltre il velo di pioggia, più indietro …luci puntiformi e slavate di lampeggianti rossi e blu. Li stavano inseguendo…era logico, quei due avevano ucciso un sorvegliante…e l’avevano rapita; probabilmente erano due pazzi scappati da un manicomio…plausibile, data la storia senza capo ne coda che gli era stata raccontata.
Eppure…quella sensazione, che continuava a pulsarle nel cuore…quella sensazione irrazionale di star facendo la cosa giusta…doveva crederci?
“Scusa, mi passi quel borsone nel bagagliaio?”.
La voce del ragazzo la riportò alla realtà, facendola sussultare…la ragazza si sporse, vedendo una sacca voluminosa color verde militare, adagiata sul fondo del vano bagagli. Ne afferrò le cinghie, strattonò…non riuscì a smuoverla di un millimetro.
“Pesante…” mugolò, il ragazzo fece spallucce; una brusca sterzata dell’auto la mandò a finirgli addosso…si scansò di scatto, come se avesse sfiorato del ferro rovente. Il ragazzo rise, le sirene si fecero più vicine.
“Guarda che non mordo, sai?”.
Sporgendosi a sua volta, egli sollevò con attenzione il borsone, piazzandolo di traverso sul sedile ed aprendolo: dentro, un impressionante assortimento di armi.
“Oh signore…”.
La ragazza gemette quando lo vide imbracciare un fucile come quelli che a volte aveva visto tenere in mano dai soldati mediorientali, al telegiornale.
“Che hai intenzione di fare?”.
Il ragazzo fece spallucce.
“O noi o loro, Ada: è probabile che tra loro ci sia qualche schiavo del sistema come te…me ne rammarico, credimi, perché non è possibile che siano tutti programmi…ma non possiamo fare altrimenti”.
“Vuoi sparare?”.
“È necessario. Bedlam, cerchi di tenere in assetto il veicolo” continuò, rivolgendosi all’uomo di colore, “Qualche notizia per un’uscita?”.
“L’operatore ne ha una alla stazione di King’s Cross, dovremo esserci tra dieci minuti: la tangenziale prosegue sopraelevata, un viadotto costeggia la stazione”.
“Chi è…l’operatore?”.
Il ragazzo spalancò la portiera di scatto: gocce di pioggia si fecero strada nell’abitacolo, insieme al vento freddo della folle corsa, sferzandola. I lampeggianti erano sempre più vicini.
Rumore secco…uno sparo, o era solo un lampo?
“L’operatore è ai miei ordini: lui sta monitorando i nostri spostamenti dall’esterno della simulazione, tramite una connessione pirata…per darci consigli e aiutarci a venire fuori dai guai: è il nostro migliore amico in questi casi…quando usciremo te lo presento”.
Rumore secco, come di grandine sulla carrozzeria: la ragazza gridò, il ragazzo si ritrasse.
Incrinature sul vetro del lunotto. Stavano sparando. Scintille.
“Stai giù!”.
Il ragazzo si sporse nuovamente dalla portiera, sparando a sua volta varie raffiche: l’autopattuglia che immediatamente li tallonava sbandò paurosamente prima a destra, poi a sinistra, andando in testacoda sull’asfalto bagnato…stridore di pneumatici…una seconda gazzella che veniva da dietro vi si schiantò contro, impennandosi in un groviglio di acqua e lamiere.
Altri colpi impattarono sul vetro blindato, la ragazza si rannicchiò sul sedile, premendosi le mani sulle orecchie.
“Questa uscita, artigliere?“.
Senso di stizza nella voce del ragazzo, che sparò ancora.
“Ci siamo quasi comandante…ancora pochi minuti…siamo proprio sopra il viadotto…”.
“Cazzo, rischiamo di non averli questi ‘pochi minuti’! Facci scendere, piuttosto sfonda il guard-rail e buttiamoci di sotto!”.
L’auto sbandò pericolosamente verso destra, neppure a voler accontentare quell’aspettativa…il ragazzo finì lungo e tirato sul sedile, addosso alla ragazza.
Il lunotto blindato esplose in mille pezzi, altra acqua all’interno.
Il ragazzo lasciò cadere il fucile, afferrando con rabbia un piccolo oggetto rotondo dalla sacca e scagliandolo fuori dalla macchina.
“Tappati le orecchie Ada!”.
Un’esplosione…violenta: una palla di fuoco arancione scaraventò di lato l’autopattuglia superstite, come fosse una lattina vuota; la vettura venne sbalzata in avanti, completamente fuori dal controllo del conducente, finendo contro il guard-rail nello stridore del metallo torturato.

Il ragazzo sferrò un calcio alla portiera dal lato del guidatore, mettendosi a tracolla il fucile d’assalto. La ragazza piangeva...lui l’aiutò a tirarsi su, ad uscire dalla macchina accartocciata.
Pioggia battente.
L’uomo di colore era già fuori, e si guardava attorno con apprensione: a tracolla il fucile.
Un centinaio di metri più indietro, sulla rampa di salita del viadotto, carcasse di automobili che bruciavano…la volante della polizia, più altre vetture prese in mezzo dallo scoppio della granata…un grosso cratere nell’asfalto, in mezzo alla strada, fumo nero.
Il ragazzo strappò dall’orecchio dell’uomo l’auricolare.
“Operatore!”.
Scariche statiche…a fatica una voce…in cielo, lampi ad intersecarsi.
“Comandante…abbiamo visto tutto. Non potete stare lì, ci sono altre autopattuglie in arrivo, stimiamo siano sul posto entro due minuti al massimo”.
“Qualche idea?”.
“Tra circa un minuto e mezzo passerà il treno delle dodici…dovete prenderlo: siete proprio sopra il viadotto…dovrebbe bastarvi saltare di sotto, sono soltanto sette metri di dislivello”.

Il ragazzo prese la ragazza per mano, una stretta che non ammetteva repliche; la ragazza si arrese.
Fischio del treno in arrivo. La sagoma che iniziava a distinguersi tra gli scrosci, sui binari, ad ancora più di un chilometro.
“Adesso ascolta Ada….”.
Il ragazzo sospirò, l’uomo di colore scavalcò il guard-rail del viadotto, di già posizionandosi.
“Salteremo sul treno. Lo so, suona brutto dirlo così…però ti chiedo di fidarti ancora, ok?”.
Le sorrise.
“Tu sei fuori…”.
Il ragazzo la prese in braccio, lei non fece resistenza, apatica…accontentandosi di passargli le braccia attorno al collo.
Il fischio del treno, quasi coperto dai tuoni…dalla sopraelevata, in avvicinamento rapido alla rampa di accesso, i lampeggianti di altre autopattuglie.
Il ragazzo scavalcò il guard-rail, la ragazza chiuse gli occhi.
Il ragazzo respirò profondamente…era facile manipolare Matrix…bastava crederci; non era una cosa che si poteva controllare razionalmente, era più simile alla magia…bisognava crederci e basta.
Il treno sfrecciò sferragliando sulle rotaie, sette metri più sotto.
L’uomo di colore spiccò un balzo, atterrando compostamente sul tetto di lamiera bagnata.
Il ragazzo chiuse gli occhi, e saltò a sua volta.

***
“Sicuro che sia una buona idea?”.
Fairy osservò i monitor con aria preoccupata…stava andando tutto storto.
Madmax non staccò gli occhi dal video.
“Non hanno altra scelta: in stazione potremmo farli uscire…se restano lì, invece,non hanno speranze”.
I due osservarono il salto di Bedlam, sul treno in corsa…seguito a ruota ad Angel: la donna trattenne il respiro quando lo vide scivolare sulla lastra bagnata del tetto.
“Cazzo…”.
“Rilassati, il ragazzo ci sa fare: hai visto come ha sistemato gli sbirri?”.
Fairy aggrottò la fronte, rilassandosi solo quando vide l’artigliere correre a sostenere il comandante.
“Come faranno a liberare la ragazza?”.
“Dimenticatela, ora non è più possibile…è prioritario farli uscire, e…oh, NO!”.
L’operatore sbattè il pugno sulla console, con rabbia, facendo cascare a terra la tazza di caffè.
“Che c’è?”.
“Guarda…”.
Disperazione nella voce dell’uomo.
“Oh merda…”.
Fairy artigliò il bordo della plancia di comando, protendendosi in avanti versi i monitor.
“Falli uscire subito, dannazione, digli di correre!”.

***
Il ragazzo sentì l’acqua ed il vento sferzargli il viso…qualche secondo nel vuoto, le dita della ragazza strette attorno al collo…quindi il contatto, violento, con la superficie scivolosa del treno in corsa: slittò di lato, la gamba pericolosamente vicina al bordo del vagone. La cuffia gli scivolò dalle orecchie. La ragazza urlò.
Eco di sirene, sul viadotto alle loro spalle. Eco di spari.
L’uomo di colore si gettò ad afferrare il ragazzo per la collottola, strattonandolo.
“Attenzione, comandante…”.
“Ce la faccio, Bedlam…!”.
Il ragazzo si alzò in piedi, barcollando all’indietro sferzato dal vento…la ragazza rimase rannicchiata, paralizzata dalla paura.
Il treno iniziò a rallentare, qualche secondo dopo, mentre le costruzioni della stazione centrale si avvicinavano.
“Ada…devi alzarti, dobbiamo rimetterci a correre”.
La ragazza si avvinghiò al braccio del ragazzo, tremando. Lui le carezzò i capelli fradici. Lei si ritrasse.
Scariche statiche dalla cuffia, penzoloni al collo…
“Coman…non…ete…rrere!”.
Il ragazzo afferrò l’auricolare.
“Qui Angel! Ripetere comunicazione!”.
Voce di una donna.
“Comandante, dovete…rrere, non…are lì! Abb…ato…ente, ripeto: abbiamo rilevato un Agente!”.
“Fairy? Come sarebbe un Agente?!?”.
Il treno rallentò bruscamente, sbilanciando il ragazzo, facendolo finire lungo disteso sul tetto del vagone.
Sotto, le massicciate del terminal…semideserte in quel giorno di pioggia.
Il ragazzo si rialzò imprecando, stringendo la cuffia saldamente, rimettendosela all’orecchio.
L’uomo di colore saltò giù.
“Ada dobbiamo muoverci…ti prego, un ultimo sforzo…”.
La ragazza barcollò aggrappandosi al ragazzo.
Saltarono giù, scompostamente, rotolando sul cemento bagnato.
Persone fuori dalle porte del treno, passeggeri che scendono…che si fermano a guardare.
I tre corsero, tra la gente…qualcuno vide le loro armi.
Panico. Grida. Ancora.
Ad un centinaio di metri le luci della stazione…odore di caffè e detergenti per pavimenti.

Le porte a vetri della sala d’arrivo non fecero resistenza, aprendosi pigramente al loro arrivo.
Altra gente all’interno li guardò senza capire.
Scariche dalla cuffia.
“Madmax, amico mio, ci serve un’uscita!”.
L’uomo di colore spianò il fucile, sparando un colpo in aria.
Fuggi fuggi, altre grida…la ragazza si tappò le orecchie, gli occhi terrorizzati.
“Coma…ete…efoni…nresso…”.
“Ripetere!”.
Rumore di persone in corsa…scatti di armi estratte e preparate: almeno cinque poliziotti irruppero dalla parte opposta della sala d’arrivo puntando le pistole.
“Polizia! Fermi dove siete!”.

Il ragazzo lasciò cadere la cuffia, girandosi di scatto.
La ragazza si afferrò a lui.
L’uomo di colore spianò il fucile.
I poliziotti aprirono il fuoco, tutti insieme.

***
“Hai rilevato l’agente?”.
Madmax sospirò.
“Temo di si…è ancora al viadotto, deve essere arrivato con gli sbirri…ma non penso ci metterà molto a raggiungerli se non si muovono”.
“Sono lontani dall’uscita?”.
L’uomo fece per dire qualcosa…quindi la fermò con un gesto secco.
“Aspetta, zitta un attimo…ricevo una comunicazione…”.
Madmax corrugò la fronte, per cercare di decifrare la trasmissione disturbata, distogliendo un momento gli occhi dal monitor.
“Comandante” scandì bene nella cuffia, “Dovete andare ai telefoni della stazione, nell’ingresso…”.
“Guarda!”.
La voce allarmata di Fairy lo fece sobbalzare: l’uomo si girò di scatto verso i monitor.
“Oh no…”.
Madmax si portò una mano al volto, sentendosi terribilmente impotente davanti alla situazione.

***
Successe tutto molto in fretta…il ragazzo si girò di scatto, protendendo una mano come a cercare, istintivamente, di ripararsi dai proiettili che stavano per investirlo.

E i proiettili si fermarono a mezz’aria, ben prima di arrivare a raggiungerli, per poi grandinare pigramente a terra quando la routine pirata li istruì a fermarsi ed esaurire la loro carica offensiva.

Il ragazzo sgranò gli occhi…non si accorse neppure del sangue che gli colava dal naso.
I poliziotti rimasero a bocca aperta.
L’uomo di colore aprì il fuoco col fucile.
Successe tutto molto in fretta.

***
Madmax sgranò gli occhi, quando la meraviglia prese il posto della rassegnazione.
“Non…non è possibile…” balbettò, lasciando cadere il microfono da operatore…Fairy a sua volta sgranò gli occhi.
I due osservarono, senza crederci, il prodigio.

***
L’uomo di colore aprì il fuoco col fucile.
Altro sangue, schegge dalle piastrelle sui muri, schizzi di sangue…un poliziotto venne scaraventato all’indietro come un bambolotto, impattando contro la porta a vetri alle sue spalle, gli altri furono lesti ritirarsi riavendosi dallo sbalordimento.
Altre pallottole fischiarono.
L’uomo di colore arretrò sparando ancora…altre schegge…il ragazzo si asciugò il sangue dal naso, sorpreso e smarrito.
“Comandante! Prenda quel fucile e faccia fuoco!”.
Scariche statiche dalla cuffia.
Il gruppo corse verso l’uscita dalla sala d’attesa, praticamente disputando la via ai sorveglianti: un secondo uomo venne falciato da una fucilata, il ragazzo sferrò un calcio ad un terzo, scagliandolo all’indietro con violenza sul muro piastrellato.
Liberi, per ora.
Altre pallottole fischiarono alle spalle dei tre mentre correvano lungo il corridoio deserto.

***
Madmax si riebbe a fatica dallo stupore, in tempo per seguire la fuga del gruppo: l’uomo si sorprese proteso verso i monitor, come a volerli incitare.
Li vide arrivare alle uscite.
“Su ragazzi, siete fuori” mormorò, “Non fate cazzate…via di lì…”.

***
Il ragazzo si accucciò dietro un bidone della spazzatura, sparando a raffica nel corridoio verso la sala degli arrivi, tenendo inchiodati i poliziotti.
L’uomo di colore parlò nella cuffia, quindi sollevò la cornetta da un telefono.
La ragazza, inebetita, lo guardò senza capire.
L’uomo strinse una mano attorno alla spalla del ragazzo.
“Comandante, vada…non possiamo più restare qui”.
Il ragazzo si girò a guardarlo.
Sorrideva.
“Prima tu, artigliere; io ho ancora da fare…non vorrai che un capitano lasci in sospeso le sue faccende vero?”.
L’uomo fece per replicare, il ragazzo lo azzittì.
“Via da qui compagno, io verrò appena possibile”.
L’uomo sospirò, accostandosi la cornetta all’orecchio…rumore strano, come di scariche statiche…la ragazza vide l’uomo…disfarsi, sotto i suoi occhi…scomporsi in…numeri, così sembrava, risucchiati dalla cornetta che ricadde ciondolando.
Il ragazzo le si accostò: teneva qualcosa in mano.
“Ada, ora ascoltami bene…adesso noi correremo verso la zona delle partenze, poi ci divideremo…io li fermerò per darti tempo di far perdere le tue tracce.”.
Il ragazzo le prese la mano, lei non si oppose, depositandovi qualcosa…una caramella, no meglio…una pillola, ovoidale, di colore rosso.
“È necessario che tu inghiotta questa pillola, una volta al sicuro…se ancora sceglierai di vedere coi tuoi occhi. Nel caso io non sopravvivessi, ci penseranno i miei compagni a tornare per salvarti”.
Sorrise.
Scariche dalla cuffia…in qualche modo più minacciose…la ragazza provò paura.
“…ante…etevi…ente è arrivato!”.
Rumore di plastica frantumata, scintille…prima ancora che il ragazzo potesse rispondere, la cornetta del telefono esplose in mille pezzi. Dal corridoio della sala arrivi…una figura totalmente fuori posto…un uomo in giacca e cravatta, che veniva verso di loro.
Massiccio, alto.
Con una pistola in pugno.
“Corri!”.
Il ragazzo la spinse verso il passaggio della zona partenze, spianando il fucile verso la figura ed aprendo il fuoco, consapevole che non sarebbe servito.
La ragazza corse senza guardarsi indietro.

***
Fairy aiutò Bedlam a rialzarsi dalla poltroncina…stordito, l’uomo scosse il capo, riavendosi dall’esperienza di uscita.
“Lui dov’è?!” gridò, l’ufficiale di rotta si ritrasse.
“Ancora dentro...”.
Bedlam parlò con tono funereo.
“Ho rilevato l’Agente…cazzo!”.
L’operatore imprecò…i due si accostarono immediatamente ai monitor, a loro volta constatando l’arrivo dell’Agente.
Madmax parlò nella cuffia.
“Comandante, mi sente? Vada via di lì, ripeto vada via di lì! Si diriga ai magazzini dei bagagli, abbiamo una vecchia uscita!”.
Fairy trattenne il respiro quando vide il comandante spianare l’AK-47 verso l’Agente.
“Non serve a nulla…” mormorò…avvertendo lacrime di frustrazione rigargli il viso. Bedlam le passò un braccio i




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