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 Morte nella Valle

Racconto pubblicato il 01/04/2009
Autore: ALUCARD95


Marciavo ormai da otto giorni. Il mio cavallo era stanco e io più di lui. Al mio fianco la spada lunga pesava più di qualsiasi altra cosa. Dietro la mia schiena la mia ascia cominciava a sbilanciarmi, e il mio elmo mi fiaccava il collo. La pioggia aveva reso zuppa la mia armatura di cuoio, e riuscivo a stento a sostenere il suo peso. Mi feci coraggio e guardai ancora davanti a me. Non scorsi niente perché ero circondato dai miei commilitoni. Li conoscevo ormai da quasi due anni ed ero affezionato a ognuno di loro. Ognuno di noi era stanco e nessuno riusciva a guardarsi in faccia. Tutti sapevamo che quella notte saremmo morti. Fu allora che mi tornarono in mente le parole di mio padre, prima che io partissi:
“figlio, tu non stai andando in guerra solo per l’onore o per la gloria. Tu ci stai andando perché altrimenti ogni cosa sarebbe perduta. Tu combatterai fino alla morte e niente ti porterà via dal campo di battaglia prematuramente” la sua era stata più una previsione che un ordine, infatti io in due anni avevo sempre combattuto con onore, senza paura né esitazione nel calare la mia spada. Però quella notte ero convinto che mi avrebbero portato via. Mentre pensavo a questo, il comandante diede ordine di fermarci e noi smontammo da cavallo. Eravamo giunti in una radura spaziosa e dove una volta potevano crescere erba e fiori. Ormai, però non cresceva più niente. Solo pietre e sterpaie. Il mio cavallo come quelli dei miei amici si mise a brucare quella poca erba secca che cresceva, per avere un minimo di energia in più per la battaglia. Intanto io con i miei commilitoni cominciavamo a montare delle tende approssimative, per mangiare e bere idromele prima dello scontro. Aspettammo due ore, e le passammo a bere e mangiare. Nessuno osò chiudere occhio, sebbene non avessimo dormito tutta la notte e ormai era quasi mattina. Quando uscimmo pioveva anche più forte di prima e l’acqua che precipitava dal cielo ci rendeva quasi impossibile vedere a più di tre metri da noi. Avanzammo a tentoni per arrivare ai nostri cavalli. Ci mettemmo un po’ di tempo, perché non si vedeva niente, ma ad un tratto uno di noi inciampò in qualcosa. Guidati dalla sua voce che imprecava nel fango trovammo i cadaveri delle nostre bestie morte avvelenate. I loro occhi neri erano vitrei e le loro carni gonfie e cancrenose. Disgustati bruciammo le loro salme e ci incamminammo ancora una volta per il sentiero di prima. In mezz’ora di cammino arrivammo ad una vallata. Una volta era il letto di un fiume, ma ora il corso d’acqua era prosciugato e la pioggia aveva rimodellato il terreno per renderla una semplice infossatura nel terreno. Ci posizionammo tutti in fila uno accanto all’altro. Io presi il mio scudo tondo dalla mia schiena, dove era legato insieme all’ascia da delle cinghie di cuoio, e lo misi davanti a me, come tutti. Aspettammo non troppo, prima di vedere delle sagome all’orizzonte. Le vedevamo avanzare lentamente, ritte sulle loro schiene e con gli occhi che brillavano attraverso la cortina di pioggia. Tutta la nostra compagnia teneva gli scudi alzati, pronti a bloccare. Poi ad un tratto si sentì un corno suonare e i nemici partirono all’attacco. Presto ci furono addosso, e sentivamo il puzzo di morte che si levava dai loro corpi putrefatti. Si aggrappavano ai nostri scudi e cercavano di distruggerli o di lanciarli via. Sapevamo che se uno di noi fosse caduto, anche gli altri affianco avrebbero incontrato la morte, e quindi tutti eravamo sospinti dall’amicizia e dal sentimento di cameratismo. Il primo a cadere fu un giovane soldato che mi distava di due persone. Subito altra gente andò al suolo e ululati di gioia si levarono dalle bocche putrefatte dei non-morti. Poi, infine toccò a me perdere lo scudo. La mia protezione volò via e io rimasi indifeso, con la mia ascia in mano e ancora la spada lunga al fianco destro. Fortunatamente riuscii a mozzare la testa al mio nemico, con un colpo rapido, ma subito altri due mi furono addosso, bramosi di farmi unire al loro esercito. Poi si udì un altro corno, stavolta il nostro, e ci ritirammo sul sentiero, dove ci sparpagliammo e il vero scontro ebbe inizio: io mi ritrovai contro altri due non-morti. Da quella cortissima distanza potevo vedere la loro carne grigia in putrefazione, con le barbe nere unte appiccicate all’armatura dalla pioggia e i denti senza labbra a coprirli. Uno di loro mi sferrò un colpo al fianco destro, che io parai per poco, vista la potenza, e per poco non finii a terra. Fortunatamente rimasi in piedi, e mi occupai subito di quello che per primo aveva attaccato, mentre con la coda dell’occhio vedevo il secondo che già caricava un fendente verso il basso. Così feci semplicemente un passo avanti, affondai l’ascia nelle carni del primo non-morto, e poi tirandomi indietro sfilai la mia lama dalla carne in putrefazione, per affondarla nel cranio dell’altro mio nemico. Purtroppo non era finita, e mi voltai verso destra, mentre i miei precedenti nemici si accasciavano sul suolo fangoso. Vidi Runig, un mio amico in difficoltà, così corsi verso di lui, tentando di salvarlo dalla furia del non-morto, ma quando arrivai era già troppo tardi: la spada dello zombi era già finita nella gola del mio commilitone, e io non potevo farci niente. Per vendicare allora la morte del mio compagno d’armi tranciai di netto la testa a quel mostro e mi voltai verso il cadavere di Runig. Vedevo il suo sangue che sgorgava nel fango e nella terra e vedevo le sue dita serrate su quella lama che ancora gli perforava la trachea. Poi lo vidi aprire gli occhi. Le sue fredde mani scattarono verso l’elsa della spada che lo aveva ucciso e la impugnarono contro di me. Nei suoi occhi bianchi ora c’era la rabbia e l’odio verso la vita degno di ogni zombi. Fui costretto ad ucciderlo, ma non versai lacrime o altro: lo avrei disonorato. Mi limitai a voltarmi da un’altra parte, per cercare altri nemici, ma subito un colpo in testa mi mandò a terra. Non persi i sensi, ma l’ascia mi volò di mano. La spada al mio fianco si era sganciata dalla mia cintura e io ero praticamente privo di difese. Vidi il non-morto arrancare verso di me, e io non potevo fare niente. Fu orribile e io mi sentii completamente inutile. Vedevo la sua lama che scivolava lentamente verso di me, ma accadde un miracolo: il vento cominciò a soffiare, e le nubi si scostarono dal sole. Quello era senza dubbio alcuno il volere di un Dio, che si rifiutava di cedere le nostre anime all’oscurità eterna del Limbo, e a vedere che il sole stava illuminando il campo di battaglia, i nostri animi si gonfiarono d’orgoglio. La lama del mio avversario si fermò, e i suoi occhi animaleschi e vitrei fissarono la sfera di fuoco nel cielo. La pioggia era cessata, e i non-morti stavano perdendo forze. Io afferrai un sasso e lo tirai in pieno viso al cadavere-vivente che mi stava davanti, frantumandogli il cranio. Mi rialzai e raccolsi la mia spada, giusto in tempo per sentire le grida di gioia dei miei commilitoni che si levavano, insieme alle loro armi, verso il cielo. Persino io urlai, contento di essere sopravvissuto e di aver rispedito tante anime nell’oscurità del Limbo. Ci guardammo tutti intorno, e dietro le maschere di fango e sporcizia che ci copriva la faccia vedemmo speranza e un futuro per tutti noi. Intanto a fondo valle i non-morti correvano incespicando sui loro stessi piedi e cercavano di non farsi accecare dal sole. Esultammo una seconda volta, e tornammo tutti alla radura che avevamo lasciato poco prima, per dormire e finalmente tornare alle nostre case.




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