Racconto pubblicato il 27/10/06 Autore: ROBERTO ZAGO
Esistono luoghi che hanno bisogno di un nome per esistere. È così che l'universo si espande, che diventa ogni giorno più grande. Ma il capitano Krowelitz e i suoi uomini non sapevano a cosa stavano per dare vita quando approdarono sulle coste di quell'isola sconosciuta. La battezzarono Naar.Era apparsa improvvisa e inaspettata, simile ad un miraggio che allieti, ingannevole e fugace visione di gioie eteree, la disperazione dell'animo dello sventurato viaggiatore sperduto nel mare di sabbia di un'implacabile deserto.Così era balenata agli occhi dell'equipaggio della Nettuno, dopo ore di un'incerta navigazione tra le acque ammantate da un'impenetrabile cortina di nebbia. Una nebbia sorta dal nulla in pochi attimi, così fitta da far apparire i marinai simili a solitari aviatori nel latteo cuore di una gigantesca nuvola.Persino il dispositivo radar e la radio di bordo avevano cessato di funzionare correttamente dopo solo pochi istanti del viaggio in quel mondo impalpabile in cui persino i suoni più acuti parevano perdere il loro vigore in una vaga immensità.Alla fine era comparsa l'isola, improvvisamente, quasi come generata dallo stesso oceano nell'istante preciso in cui l'opaco manto della nebbia aveva iniziato a dissolversi. Un'isola non segnata sulle carte nautiche e dalla bellezza sconvolgente.Furono gettate le ancore e calate un paio di scialuppe tra l'eccitazione generale per una scoperta tanto inusuale.Ogni cosa pareva il frutto di un pittore divino, parte di un quadro in cui il più spento dei colori era in realtà più carico di ogni altro visto sino ad allora; e così il verde della vegetazione diveniva smeraldo, l'arena assumeva la parvenza dell'oro fino, il mare del più puro zaffiro e i fiori apparivano adornati con petali di rubini e topazi.Quando un membro dell'equipaggio chiese al capitano quale nome sarebbe mai stato adatto a battezzare un simile splendore, dalle labbra di Krowelitz uscì come richiamato dagli oscuri recessi della memoria un suono ormai dimenticato da lungo tempo: Naar.Naar era stata una potente divinità della selva, amante della lussuriosa vegetazione e distruttrice di ogni forma animale, da essa considerata impura e imperfetta; creatrice di un mondo di estasiante bellezza le cui notti erano adornate da una coppia di lune gemelle, ma la cui esistenza era aborrita persino dagli stessi dei.Tutto ciò, ovviamente, solo in un breve racconto scritto negli anni della sua gioventù, composto con infinita passione e tenuto nel segreto più assoluto in uno dei cassetti di un antico scrittoio della sua casa di Danzica.Seppur stupiti per un nome tanto insolito, nessuno dell'equipaggio, rapito dalla bellezza della scoperta, ne chiese il motivo, e Krowelitz dal canto suo si guardò bene dal fornirne anche una minima spiegazione.Immobile sul bagnasciuga, incurante della risacca che gli lambiva gli stivali e del sole cocente del primo pomeriggio, stava con lo sguardo perso nell'intrico della vegetazione pregustando le dolcezze che un simile eden avrebbe offerto ai suoi scopritori.Si chiese come fosse possibile che l'isola non fosse conosciuta, che nessuno vi avesse mai posato il piede e che la cui esistenza fosse sfuggita persino a lui nonostante la vicinanza alle rotte commerciali che innumerevoli volte aveva percorso.La risposta naturalmente non arrivò. Krowelitz chiuse gli occhi, facendosi cullare dallo sciacquio delle onde che risaltava perfetto in un silenzio assoluto."Capitano!", lo richiamò alla realtà il suo secondo raggiungendolo con un Walkie-talkie stretto in pugno."Notizie dal Nettuno, Robert?".L'uomo fece un breve cenno con il capo prima di passare l'apparecchio "E' Adam, dice di avere qualche problema con la radio".Krowelitz premette l'interruttore per agganciare la frequenza. "Dimmi tutto"."La strumentazione ha ripreso a funzionare, capitano, ma c'è qualcosa di molto strano…"."Strano in che senso?"."Beh… il fatto è che non riusciamo né a ricevere né a metterci in contatto con nessuno".Krowelitz corrugò la fronte. "Evidentemente la radio è ancora fuori uso"."Le assicuro che è tutto in ordine, l'ho già controllata almeno tre volte"."Ascolta, Adam, l'unica spiegazione è che non funzioni, non ti sembra? Sto valutando l'idea di rimanere ancorati sino a domattina, tu cerca di farla funzionare… smontala se necessario. Più tardi dovrò contattare il magazzino e inventare una scusa plausibile per il ritardo"."D’accordo, capitano, vedo cosa posso fare".Krowelitz chiuse la conversazione e ridiede il walkie-talkie a Robert. "Allora, che ne dici?", gli chiese lanciando uno sguardo verso gli alti alberi a pochi metri da loro."Dico che ora so dove venire ad abitare una volta che smetterò di navigare e deciderò di restare con i piedi ben ancorati a terra".Se mai il Paradiso fosse esistito, quell'isola ne sarebbe certo stata l'anticamera.Voltandosi verso il Nettuno, Krowelitz si rese conto di quanto lontana apparisse quella nave dalla stupefacente realtà di cui ora facevano parte. La sua forma e i colori che la contraddistinguevano parevano appartenere ad un mondo lontano interi universi dalla perfezione che li aveva accolti.Allontanandosi dalla spiaggia si avvicinò ad un'alta palma posando sul tronco il palmo di una mano.Quel contatto lo fece quasi rabbrividire. Seppur indiscutibilmente lignea, quella corteccia gli apparve così calda e pregna di vita da sembrare simile alla pelle della mano che in quel momento vi era posata sopra.Dopo pochi secondi quella sensazione divenne rassicurante, persino appagante in un qualche modo che Krowelitz non seppe spiegarsi.Nuovamente la voce di Robert lo distolse dai suoi pensieri. "Gli uomini vorrebbero restare ancora qualche ora e fare un bagno"."Ci fermiamo sino a domattina", acconsentì dopo un breve cenno del capo. "E di' al cuoco di procurarsi del pesce fresco per la cena".Il suo secondo sorrise soddisfatto. "Sarebbe una pubblicità perfetta per qualsiasi agenzia turistica. Un buon imprenditore potrebbe guadagnare più soldi di quanto non riuscirebbe a spendere in una vita di dissolutezze", disse comprendendo con un gesto l'intera porzione di isola a loro visibile."Non correre troppo con la fantasia, Robert. Non hai abbastanza denaro per accaparrarti i diritti di costruzione".L'uomo sorrise nuovamente e si allontanò in direzione delle scialuppe.Krowelitz chiuse gli occhi per ascoltare il silenzio.Le voci dell'equipaggio risaltavano tenui in una natura altera e serena, priva di ogni rumore che non fosse quello del mare, immenso e incontaminato a cingere quella purezza assoluta sulla quale ora si trovavano.Nessuna imperfezione a turbare la pace di quegli attimi, nemmeno il gracchiare dei gabbiani.Probabilmente entro qualche anno la spiaggia su cui erano sbarcati avrebbe ospitato un molo e al posto dei palmeti sarebbero sorti sontuosi hotel o, nel migliore dei casi, villaggi turistici con un impatto ambientale più o meno contenuto.In verità qualsiasi opera dell'uomo sarebbe apparsa largamente inadatta ad una simile grandiosità del creato, ma così sarebbero andate le cose e per quanto la prospettiva gli ripugnasse non poté fare a meno di pensare all'orda di turisti che inevitabilmente sarebbero giunti da ogni angolo del mondo come api attratte dal miele.Lentamente riaprì gli occhi tornando a posare lo sguardo sulla realtà del presente e si consolò pensando al fatto che sarebbe comunque stato tra i pochi fortunati ad aver potuto ammirare l'isola in quella verginità che solo una miracolosa lontananza dall'industrioso operato dell'uomo aveva potuto garantire.Il pomeriggio trascorse sin troppo velocemente, tra nuotate e risate. Venne persino organizzato un breve torneo di calcio a cinque sulla spiaggia, e per qualche ora sembrò davvero a tutti che il tempo si fosse fermato. Anzi per ognuno dei membri dell'equipaggio fu come se le lancette dell'orologio si fossero mosse a ritroso, riportandoli al tempo delle classiche scampagnate giovanili in compagnia degli amici.E così giunse la sera e con essa un tramonto irreale in cui tutte le sfumature dell'oro e del rubino parevano glorificarsi vicendevolmente in combinazioni cromatiche di una magnificenza tale da lasciare lo stupito osservatore privo di ogni parola, muto e immobile davanti ad un tale divino splendore.Persino il mare pareva rendere omaggio ad un tale miracolo rilucendo di caldi colori, similmente alla luce della candela che posta dietro un maestoso zaffiro ne attraversi la materia evidenziandone la purezza e la perfezione in un universo di riflessi colorati.Le ombre iniziarono lentamente ad allungarsi, più scure di quanto Krowelitz si rammentasse avrebbero dovuto essere. Specialmente quelle delle alte palme, simili a giganti dalle inquiete chiome in perenne movimento.Quando il sole fu ormai basso all'orizzonte, vennero sistemati i tavoli e le sedie a poca distanza dal bagnasciuga. Non fu però possibile accendere alcun falò dato che nessuno riuscì a trovare del legname abbastanza secco per l'occasione, e così si utilizzarono alcune candele rinvenute in uno degli scomparti della stiva e che erano state dimenticate da non si sa quanto tempo.Nemmeno per la cena andò meglio. Non un solo pesce fu pescato, anzi, non uno solo fu visto da alcuno dell'equipaggio, né grande né piccolo.Per quanto ci si immergesse non fu possibile scorgere spugne o coralli, ma solo roccia e sabbia fine.Nessuno diede troppa importanza al fatto, non in un simile paradiso, dove ogni colore pareva un inno alla gioia.La radio di bordo continuava a tacere; nulla che fosse possibile ricevere, nulla che fosse possibile trasmettere.Seduti sull'arena, il capitano Krowelitz e il suo secondo ammiravano le ultime screziature cremisi di un crepuscolo il cui sole era ormai scomparso oltre l'orizzonte, mentre le prime stelle iniziavano a scintillare in una volta più viva di quanto lo fosse mai stata. A far da sottofondo solo una lieve risacca e il mormorio sommesso dell'equipaggio ancora a terra."Sai, Robert… nonostante tutti gli anni che ho trascorso per mare, non avrei mai potuto credere all'esistenza di un simile splendore"."Già!", concordò l'uomo traendo una sorsata dalla bottiglia di Whisky che si erano portati appresso. "E' così bello da sembrare falso".Krowelitz gli lanciò un'occhiata interrogativa."Sai quello che si dice per i fiori, no…? Se sono belli e sono veri si dice che sembrano finti, mentre se sono belli e sono finti si dice che sembrano veri"."Quello che proprio non capisco è come sia possibile che nessuno l'abbia notata prima di noi".Improvvisa, un'algida brezza sfiorò i loro corpi facendoli rabbrividire. Fu solo un attimo, una stonatura momentanea in mezzo a tanta perfezione. Poi di nuovo il silenzio e il lento movimento delle onde."Forse sarà meglio tornare sul Nettuno", disse Robert allungando la bottiglia al capitano dopo averne tratto una nuova sorsata.Krowelitz non rispose né afferrò il whisky. Una vaga inquietudine aveva cominciato ad assalirlo, un'indefinibile apprensione per un qualcosa di cui non sapeva spiegarsi la ragione."Tutto a posto?", chiese il suo secondo notandone il brusco cambiamento d'espressione."Si… si. Sto bene, non preoccuparti"."Siamo tutti molto stanchi… anche gli uomini, senti? Hanno smesso di parlare".Senza dire alcuna parola, Krowelitz si alzò e si diresse verso i vicini tavoli dov'erano seduti."Allora, giornata dura, oggi!", disse con tono scherzoso quasi per esorcizzare il proprio malessere.Nessuna riposta. Fece per ripetere l'osservazione ma all'improvviso il fiato gli morì in gola. Ciò che vide rischiarato dalla luce delle candele, ora che si era avvicinato, non furono i marinai che aveva lasciato solo pochi minuti prima, ma pallidi simulacri di ciò che erano stati.Immobili, simili a statue di cera, non era possibile scorgere in loro la più piccola scintilla di vita. Non uno sbattere di ciglia, non il più piccolo movimento del petto.Posato su uno dei tavoli vide il Walkie-talkie che avevano portato con loro per comunicare con il Nettuno. Cercando di reprimere il senso d'oppressione che pareva schiacciarlo, lo afferrò con forza e pregò perché una voce gli rispondesse. Solo un soffocante silenzio.Con un moto di rabbia gettò l'apparecchio sull'arena e si diresse verso il più vicino di quelli che un tempo erano stati il suo equipaggio. Lo afferrò per la leggera camicetta e lo scosse con forza, fino a sfinirsi. Quando l'indumento si strappò, la sua mano finì per cadergli sull'avambraccio.Krowelitz urlò di disgusto a quella sensazione, poiché era la stessa che aveva provato nel toccare l'albero subito dopo il suo sbarco.Staccò la mano da quel contatto immondo e si ritrasse di scatto. La fronte divenne madida di sudore e la respirazione si fece affannosa.L'unico pensiero in quell'orda di delirio era la fuga, disperata e selvaggia dall'Inferno sul quale erano giunti. Si voltò verso il luogo dove aveva lasciato il suo secondo per chiamarlo verso la salvezza, ma capì che ormai era troppo tardi.Immobile, ritto a pochi metri da dove lo aveva lasciato, con ancora stretta in pugno la bottiglia di Whisky, una nuova statua si era aggiunta alle altre.Krowelitz fu preso da un senso di vertigine e la vista sembrò appannarsi per un attimo.Rise sguaiatamente, disperatamente, poi si mosse all'indietro ma le gambe non risposero più al suo volere. L'inerzia di quel movimento lo fece cadere, la schiena a terra e lo sguardo fisso verso la volta stellata.La sua volontà era viva, cosciente di una pazzia incontrollata e incontrollabile, ma il suo corpo giaceva ormai rigido e immobile.Poi, improvvisamente, le vide e nella follia tutto riprese senso. Ora sapeva. Sapeva il motivo dell'assenza dei pesci e del profondo silenzio dell'isola… non vi può essere il suono della vita là dove la vita animale non può esistere.Aveva sbagliato. Lui e il suo equipaggio non sarebbero divenuti statue, ma parte della rigogliosa vegetazione che li stava pazientemente attendendo poco più in là. Solo ombre di ciò che avrebbero dovuto essere e che invece sarebbero stati. Ombre come quelle che aveva visto agitarsi inquiete quella sera.Così Naar aveva deciso, lasciandolo per ultimo, immobile e disteso ad ammirare per sempre la coppia di lune gemelle. I suoi occhi.
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