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 Il Paladino dello Sprawl

Racconto pubblicato il 09/06/2010
Autore: ORMAGODEN


Guardo lo Sprawl da dietro il vetro opaco della mia finestra. Dietro di me la macchina per la cioccolata calda ronza e poi trilla, per avvertirmi che la mia colazione è pronta. Colazione. Come se si potesse veramente stabilire che ora è. Per me è impossibile. Dormo quando ho sonno, mangio quando ho fame. Da quando mi sono svegliato questo è stato il mio primo pasto, quindi lo considero come una colazione. Afferro la tazza dal tavolo e la tengo mentre ci verso dentro il denso liquido nero dalla grossa boccia di plastica trasparente. Mentre faccio questo i miei occhi incontrano il mio distintivo digitale. Poggio tazza e caraffa, lo afferro e premo il piccolo pulsante sotto il suo schermo. Si accende, mostrandomi quello che una volta ero io. Un giovane detective privato entusiasta e felice del suo lavoro. All'epoca avevo i capelli lunghi, raccolti in una coda di cavallo dietro la testa, e mi facevo crescere la barba. Ora invece ho completamente rasato a zero sia i capelli che la barba. Perchè? Perchè così la feccia dello Sprawl non si può attaccare al mio viso mentre la bastono o prendo a calci il suo cranio sanguinante. Ho conosciuto tanta merda, da quando ho iniziato a lavorare, e la merda si attacca alle dita. E la puzza è difficile da mandare via. Prendo il cioccolato e inizio a sorseggiarlo. Ha un gusto dolciastro e non mi piace, ma mi aiuta a tenermi sveglio, con tutto lo zucchero che c'è dentro. Poggio la tazza e mi massaggio un attimo le tempie. Sento il mio computer squillare, sulla scrivania, e sospiro. Un'altra giornata di lavoro stava per iniziare. In realtà ora non sono più nemmeno un detective. Mi hanno tolto la licenza quando ho pestato a morte quel criminale, sei anni fa. Ora mi arrivano le mail della polizia grazie al lavoro di un Cowboy della Rete, un criminale del Cyber Spazio che per ora risparmio finchè mi aiuta a svolgere il mio lavoro. Mi siedo sulla mia vecchia poltrona e accendo lo schermo. Due mail nuove. Una è semplice pubblicità, quindi la cestino, e la seconda è da parte di un terminale civile. Bingo. Una rapina in banca. Mentre l'adrenalina e il senso della giustizia tornano a invadere il mio corpo mi alzo, afferro la pistola sulla scrivania, la ficco nella fondina sotto ascellare e mi metto la giacca. Guardo un attimo il distintivo e sorrido. Me lo rigiro un attimo fra le mani e decido di metterlo in tasca. Dunque esco. La banca non è troppo lontana, ma questo non mi impedirà di prendere la mia macchina. E' un veicolo civile, semplice. Una produzione di un'azienda giapponese molto in voga fra gli operai per il suo costo ridotto e la sua velocità moderata. Metto in moto e parto. Accendo la radio e uno dei tanti dj inizia a parlarmi nelle orecchie con quel suo accento da cretino. Entro venti minuti sono alla banca e la oltrepasso, iniziando a rallentare. La polizia non bada a me: hanno posto varie macchine davanti all'entrata, tutti schierati con i fucili puntati. Io parcheggio a un isolato di distanza e scendo. Mi infilo in uno dei vicoli e vedo una scala anti incendio calata. Perfetta. Arrivo fino al tetto e guardo in alto. Acciaio. Freddo acciaio, che mi separa dai piani superiori della città, quelli dove c'è la gente per bene. O meglio, le vittime di quelli che sono ancora più in alto di loro: i politici. Nel mondo non c'è gente per bene o criminali. Ci sono solo vittime e carnefici. E poi ci sono io. Una vittima che da la caccia ai carnefici. Una vittima impazzita, aggiungerei. Poi guardo giù. Il tetto è in acciaio, come quasi tutto nello Sprawl. Faccio qualche passo e dunque inizio a correre verso la banca. Salto da un tetto all'altro, e ringrazio le mie gambe meccaniche. Ormai so dove saltare e dove invece sprofonderei in un abisso di lamiere rotte e ruggine. Ci sono abituato. Lo faccio da sei anni e ancora lo Sprawl, quella bestia sudicia e corrotta, non mi ha preso. Arrivo sul tetto della banca e mi avvicino a una delle vetrate. Vetrate per modo di dire, visto che sono fatte di un semplice sostituto del vetro in fibre di carbonio. Tolgo lo strato di polvere dalla superficie sporca della lastra trasparente e ci guardo attraverso. Sono tre rapinatori e circa venti ostaggi, tenuti in un angolo della grossa stanza. Uno dei rapinatori si sta connettendo al computer tramite uno spinotto nell'indice della sua mano destra, e i suoi occhi sono bianchi, tirati indietro, mentre il Cyber Spazio gli scarica le informazioni e le immaggini direttamente nella corteccia celebrale. Gli altri invece sono armati di mitragliatori di piccolo calibro e si guardano nervosamente attorno. Uno dice qualcosa in modo concitato al tipo collegato al terminale, probabilmente per dirgli di sbrigarsi, ma il terzo interviene mettendogli una mano sulla spalla per tranquillizzarlo. Probabilmente gli dice che non può sentirlo, e quell'altro sbuffando torna a fare su e giù per la sala. Fra un pò chiederanno un mezzo di fuga e di poter fuggire in cambio degli ostaggi sani e salvi e saranno accontentati. La polizia è troppo pigra per acchiapparli, sopratutto nello Sprawl, e quindi riusciranno a farla franca. E fra una settimana ci sarà un'altra banca rapinata. Sorrido, perchè questo non accadrà. Mi alzo dalla vetrata e inizio a pensare, lo sguardo viene rivolto verso l'alto, e il primo pensiero che mi colpisce la mente è «Nessuno Dio». Non c'è nessun Dio a guardarmi mentre ripulisco lo Sprawl dalla sua stessa sporcizia, e nessuno Dio a impedire che la mia assenza danneggi altri esseri viventi. Guardo di nuovo in basso. Tutto tranquillo. Dunque noto che uno dei rapinatori è a torso nudo, coperto da una giacca di pelle nera aperta e senza camicia. Qualcosa per mostrare i finti pettorali, senza dubbio, ma noto qualcos'altro: una cicatrice sul petto. Non abbastanza piccola per poter essere frutto di una lotta al coltello, ma abbastanza grande per dire che se l'avesse ricevuta in uno scontro sarebbe rimasto squartato come un coniglio. Di sicuro si tratta di un'operazione per installare nel suo sistema nervoso qualche apparecchio per raddoppiare l'adrenalina. Perfetto. Ora ho un piano. Mi guardo intorno e scorgo immediatamente il pannello elettrico. Provo ad aprirlo, ma è chiuso, dunque prendo un coltellino multi funzione dalla mia tasca sinistra e forzo la serratura. Un ingarbugliato sentiero di fili e lucette si srotola davanti ai miei occhi, provando a confonderli. E' così che fa lo Sprawl: ti confonde. Ti acceca con le sue luci, poi ti fa vorticare con le sue droghe colorate infine ti prende a martellate la nuca con una spranga di ferro. Afferro la lama del mio coltellino e inizio a tagliare i fili che riesco a riconoscere. Le luci all'interno della banca saltano. Dunque i criminali iniziano a innervosirsi, e sento una voce da dietro le macchine della polizia dire che non devono agitarsi e che non è opera loro. I criminali non gli credono e stanno per fare fuori degli ostaggi. Intanto io conto. Uno. Riesco quasi a sentire la sicura che viene tolta. Due. Uno degli ostaggi sussulta. Tre. Inizia a piangere. Quattro. La luce torna e io taglio un grosso cavo arancione. Quello che collega l'alimentatore d'emergenza alla banca. Cinque. Il sistema elettrico va in corto circuito, e prova a mantenere accesi i terminali. Non ci riesce, e salta tutto, mentre la banca viene investita da una corrente d'energia. Sento delle urla e mi affaccio per la seconda volta alla vetrata. Il criminale attaccato al terminale è riverso a terra, con gli occhi sbarrati e con un sottile filo di fumo che si alza dalle sue narici, la mano destra totalmente bruciata. Quello con l'impianto adrenalinico è invece semi carbonizzato, con la testa scoppiata. Se non fosse per il fatto che ora è carbone, ci sarebbero schizzi di sangue e cervello ovunque. Il terzo è rimasto solo. La rapina è andata male, i suoi compagni sono morti e la polizia lo sa. Butta a terra il fucile e scappa per la porta sul retro. Sa che nessuno lo inseguirà. Si sbaglia. Ritorno a saltare sui tetti per inseguirlo. Lui si accorge che sono dietro di lui e ha paura. Poi imbocca la strada sbagliata ed è in trappola in un vicolo cieco. Mi calo in strada con un'altra scala antincendio e inizio ad avanzare per il vicolo lurido dove si è rintanato il criminale. Si accalca contro il muro, e bussa insistentemente contro una porta metallica a destra di quella che sarà la sua tomba. Mi vede e sbianca. Sa che non sono della polizia. Non sa chi sono, ma sa che è colpa mia se i suoi due amici sono morti. Si stacca dalla porta e si mette spalle al muro. E' fregato e lo sa, e questo lo renderebbe pericoloso se solo avesse modo di nuocermi. Non ce l'ha. Metto una mano sotto la giacca ed estraggo la pistola. Non gliela punto contro, ma la tengo bassa, vicino alla gamba. Quello inizia a supplicarmi, ma sono semplici rantoli di disperazione alle mie orecchie. Si accascia a terra e si aggrappa alla mia giacca, per farmi pietà. Ma io non sono impedito da certe debolezze e lo guardo dall'alto in basso. Inizia a piangere, disperato. Avrà si e no sedici anni, e avrebbe avuto una bella vita davanti a sè. Tuttavia l'ha buttata via, per fare il criminale e seguire l'esempio di qualche ragazzo più grande. E' solo un'altra vittima. Siamo tutti vittime dello Sprawl. Ci prende e ci trasforma in esseri peggiori. Poi ci sputa fuori, sulle strade, e ci dice di fare quello che ci sentiamo. E la risposta, il più delle volte è una e una sola: «Uccidere». Ed è stata anche la mia risposta. Ma io lo faccio per salvaguardare le persone. Le persone che non hanno dato quella risposta, o le persone ancora non corrotte dallo Sprawl. So che ci sono, da qualche parte. Abitano dietro le finestre che vedo scorrere sotto di me quando salto da un palazzo all'altro, abitano negli appartamenti chiusi a chiave, affinchè la sporcizia del mondo esterno non le raggiunga, e sono le persone più meravigliose di questo mondo. So che ci sono, da qualche parte, so che ne è rimasta almeno una. Una volta conoscevo una persona così. Si chiamava Dana. Aveva dei begli occhi azzurri, bionda e bassina. Quando sorrideva nei suoi occhi si accendevano galassie di luce e allegria, e lo stesso accadeva nel mio cuore. Poi lo Sprawl la prese. Non aveva chiuso abbastanza serrature sulla sua porta quella sera, e lo Sprawl si introdusse nella sua camera da letto sotto forma di quattro teppistelli di strada. La stuprarono per ore, poi le cavarono gli occhi e se ne andarono. Ora è in un manicomio, e passa le sue giornate ad ascoltare musica e a dondolarsi in una stanza oscura, con indosso una camicia di forza. Guardo sotto di me il teppistello che frigna. Mi chiede di salvargli la vita, mi promette che non lo farà mai più. Avere qualcuno che può veramente fargli del male l'ha scioccato. Prima si sentiva invincibile, col suo piano trito e ritrito che aveva sempre funzionato per tutti e con il suo gruppetto di criminali armati. Ora invece è in balia dello Sprawl e di una delle sue creature peggiori: Io. Ho visto tanta sporcizia e tanto letame infestare le vie della città e ho imparato a essere peggiore di tutto quello che che si agitava nelle viscere putride della bestia in cui vivo. E ora è un'ottima occasione per dimostrare ancora una volta di essere la cosa peggiore che si annida nello Sprawl. La cosa peggiore e, al contempo, l'unica cosa che sa cosa è giusto fare. Faccio cadere a terra la pistola, e quello sorride, mentre tira su col naso. Ancora in ginocchio mi abbraccia e io gli poggio una mano sulla testa. Si alza e inizia a correre. Mi ritrova due vicoli più in là, con in mano una spranga di ferro. Gli sono sopra in meno di un secondo, grazie alle mie gambe meccaniche. Dunque inizio a contare. Uno. Lo colpisco e la faccio cadere rannicchiato a terra, e quello torna a piangere. Due. Lo colpisco una seconda volta, e inizia a sanguinare, con le braccia intorno alla testa per proteggersi. Tre. La spranga va giù una terza volta, più forte, costringendolo a togliere le braccia. Quattro. Lo colpisco in pieno viso, facendolo urlare e facendogli sputare sangue dal naso e dalla bocca, mentre le sue braccia sono inutilizzabili. Cinque. Lo colpisco un'ultima volta sulla testa. Sangue e cervello sporcano le strade dei bassifondi, mentre il criminale, il mostro, la crudele bestia dello Sprawl muore, sotto i miei colpi. La stessa bestia morta poco fa sul pavimento lascia cadere la spranga dalla sua mano destra, si sistema la giacca e si dirige verso la sua macchina. Per oggi ha lavorato, e se non ci saranno altri incarichi probabilmente passerà il resto della notte davanti alla televisione, a guardare attraverso gli occhi dei media quanto pessimo è il mondo nell'anno 3020.




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