Racconto pubblicato il 04/02/09 Autore: ALUCARD95
Fa freddo. Fa dannatamente freddo questa sera. La mia mano coperta dallo straccio verde scorre lungo le curve della mia Beretta. Alzo solo un attimo lo sguardo, e vedo nei volti dei miei amici ansia e preoccupazione. Sapevamo tutti che questa sarebbe stata la nostra ultima notte. Presto sarebbero venuti a bussare al nostro portone e si sarebbero aperti un varco. Era inevitabile. Mio fratello Philip entra nella stanza e ci avverte tutti:“ragazzi è quasi mezzanotte. Portate alle finestre quelle bocche di fuoco” nessuno dopo quelle parole obiettò. Mio fratello è il capo indiscusso del nostro gruppetto, e nessuno alza mai la testa quando gli ordini sono i suoi. Io mi posiziono al piano terra, in una finestra vicino alla porta. Voglio starci io qui, per essere il primo. Il primo a morire, una volta che entreranno. Il primo a lasciarsi alle spalle questo mondo disperato e collassato. Mi sento male a pensare a quanto egoismo alberga in me. Devo smetterla di pensare in questo modo. La pazzia mi prenderà prima della morte, se non rimango con i piedi per terra. Ma forse la pazzia potrebbe essere una via di fuga? Forse, se io impazzissi, gli altri mi ucciderebbero, e io potrei ricongiungermi con Clara. Clara… amavo alla follia quella ragazza. Ma l’hanno portata via. L’hanno uccisa, e ora non la rivedrò mai più. Ora l’unica vera speranza è la morte. L’orologio a pendolo sta scandendo ora la mezzanotte. Ed eccoli lì. Fra le tenebre e la nebbia, comincio a intravedere le loro sagome traballanti e decomposte. Parte il primo sparo e si fermano un attimo, per poi riprendere come prima. Un secondo sparo parte e una sagoma si accascia a terra, fra la nebbia e le tenebre. Ora sparo io, e ne centro uno. Si fermano una seconda volta. Si sente ad un tratto un lamento, come quello di un torturato, e tutte le sagome stanno ora correndo verso di noi. La notte ormai è iniziata per noi, e ci tocca sopravvivere a nostro modo. Li vedo che ululando come forsennati, mentre vengono verso di me. Sparo altri colpi, quasi alla cieca e ne prendo tre. Sento varie scariche di proiettili provenire dalle Uzi dei miei compagni, e una doppietta ha appena fatto fuoco. Sparo un altro colpo, e ad un tratto sento un passo pesante dietro di me. Mi giro di scatto e mi accorgo che si tratta di mio fratello Philip. È completamente ricoperto d’esplosivi. Mi viene un nodo alla gola perché ora toccherà a lui morire.“tutti via!” ordina Philip brusco. Nella mano destra tiene un detonatore e gli occhi azzurri contengono la follia. Nessuno si muove, e tutti riprendono a sparare.“tutti via!” ripete urlando Philip. Vede che nessuno si muove e si dirige verso di me. Ho appena fatto fuori un altro di quei cosi, e lui mi prende per la maglia, sollevandomi di peso dal pavimento di almeno due centimetri.“digli di andare via, Ben!”“no, Phil, noi restiamo con te”“questo compito è mio e solo mio. Ora andatevene” mi lascia cadere ,e io riprendo subito posizione. La porta si apre di scatto e mio fratello esce. Regge ora nella mano sinistra il detonatore e nella destra una mitraglietta.“uno!” comincia a contare Philip, mentre ha preso a fare fuoco“due!” continua, e ora alcuni stanno già correndo“tre!” dà un solo sguardo indietro. Io stavo già correndo. Non l’ho potuto nemmeno guardare un attimo in faccia, prima che morisse. Ma forse è meglio così: quegli occhi mi avrebbero ferito troppo profondamente. Tutto il gruppo è nella cucina della nostra base. Uno schianto lacera il lamentarsi dei mostri, e subito dopo tutto è silenzio. Si sentono solo i singhiozzi di alcune ragazze che fanno parte del gruppo. Io non sto piangendo. Mio fratello si è sacrificato e piangere sarebbe di sconforto.“dobbiamo muoverci!” esclamo ora io, sicuro come non mai. Le donne smettono di piangere e gli uomini mi guardano, come fossero sorpresi. Anche io sono sorpreso. Non sono mai stato così sicuro, ma so di potercela fare.“non mi avete sentito? Dobbiamo muoverci, prima che entrino di nuovo” ancora silenzio“pensate che siano finiti? Non finiranno mai, lo sapete” Detto questo esco dalla porta secondaria e tutto il gruppo mi segue, con le armi imbracciate e i cuori straziati dal dolore. Dal canto mio, io mi limito a guidarli. Come aveva fatto mio fratello, e come aveva fatto nostro padre, quando io e mio fratello seguivamo un altro gruppo di rifugiati. Dopo due ore di marcia, con i gemiti e gli urli alle nostre spalle, troviamo un ospedale abbandonato. Ci stabiliamo lì, anche se la porta non c’è, ma tanto si sa che le barricate non servono a niente: muri e palizzate sono destinate a cadere. L’unica certezza è la fuga. Una disperata fuga omicida dagli orrori dei nostri padri. Mentre il nostro gruppo si assesta e gli uomini cominciano a piantonare le scale e le porte, sentiamo un pianto disperato che invade l’intera stanza. Il suono è così forte che siamo tutti costretti a tapparci le orecchie, per evitare di rimanere assordati. Ad un tratto, però tutto cessa, e si sente uno schianto dietro ad una porta, che secondo un cartello lì vicino porta all’obitorio. Già storco il naso, ma mi faccio coraggio. Dovevo farmi coraggio, o non sarei mai e poi mai sopravvissuto. Mi organizzo quindi e con un gesto della mano chiamo a me Marcus e John. Marcus è un ragazzo più o meno della mia età, e porta un con sé una doppietta rimediata durante un giro d’esplorazione all’interno di una stazione di polizia abbandonata. John, invece è più vecchio di me di due anni, e porta con sé una Desert Eagle. Scendiamo tutti e tre nel magazzino, io vado avanti, con una torcia elettrica tenuta a ridosso della canna della mia pistola. Ci sono delle scale da percorrere, e sono rese scivolose da qualcosa. Meglio non indagare, mi dico, mentre arrivo alla fine degli scalini. Sento ora un rumore proveniente da destra, quindi istintivamente mi volto in quella direzione, ma qualcosa da sinistra mi colpisce, mandandomi a terra. Non perdo i sensi per pura fortuna, data l’entità della botta, ma tuttavia non mi rialzo e sia la pistola che la torcia mi sono volate dalle mani, ognuna ad un lato opposto della stanza. Intanto, sento dietro di me John che urla. Alzo appena lo sguardo per vedere il suo cadavere senza testa che si accascia sul pavimento. Intanto un’ombra nera si muove velocemente all’interno della cantina, e si fionda su Marcus, che prova a colpirla su quello che sembra una testa, ma è inutile: la cosa prende il fucile e lo scaglia via, per poi dare un morso in testa a Marcus. Brutta mossa, penso io, vedendo il fucile del mio amico che mi vola incontro. Lo afferro, alzando un braccio e mi metto a sedere. Sparo, e per un istante d’orrore vedo in faccia la morte stessa: era una creatura rassomigliante a un insetto grosso due metri e mezzo, con gambe pelose di ragno e una testa grossa e ovale delle dimensioni di una ruta per camion. Nessun occhio era presente, ma solo una bocca orrendamente larga e dalle labbra allargate come un elastico eccessivamente stressato. Dai lati della cavità uscivano delle mandibole, che avevano cominciato a schioccare nervosamente, all’impatto con i miei proiettili. Il corpo era ovviamente umano, ma al contempo orribile: le braccia erano muscolose in un modo contro natura e dannatamente asimmetriche. Il busto, invece era umano, ma rigirato come un calzino e le ossa bianche sporgevano dai muscoli rossi e contratti nel dolore dell’urto. La creatura si gira verso di me, senza urlare o dire altro, e io sparo una seconda volta. Ma ora mi è addosso. Mi ha atterrato e sento il suo fiato pestilenziale in faccia. Ora mi sta mordendo un braccio. La sua forza è bestiale, e il mio braccio dolorante è l’unica cosa che mi separa dalle fauci fameliche della morte. In quell’unico istante ho la tentazione di cedere. Di morire, e di lasciare quell’inferno alle spalle. Ma ora il ricordo di mio fratello che si è sacrificato, di Clara morta sotto le fauci degli zombi e di tutti i miei compagni, caduti ingiustamente, mi ridà forza, così con una spinta sovrumana allontano i denti aguzzi dalla mia carne, e pianto la doppietta proprio sotto il mento della creatura, dove c’era una parte molle e fragile. Boom. La testa del mostro viene sparsa nella sala, e grumi di sangue e cervello schizzano ovunque, ma non su di me. Sanguinante e contuso, a questo punto mi trascino su per le scale, con le poche forze che mi rimangono, e apro la porta. Mi accascio ora, svenendo e non capisco più quello che mi succede intorno.
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04/02/2009 - Grazie mille!!! Lo apprezzo davvero molto!!! In effetti ho cominciato da poco a scrivere, e anche quei due soli commenti che avete lasciato mi hanno fatto infinitamente piacere!p.s.:si vocifera che forse esce un libro ispirato a questo racconto (che poi sarebbe questo racconto, ma per esteso e con la trama spiegata per benino!) Purtroppo devo finire di scriverlo, ma ce la metterò tutta! ;)
04/02/2009 - In effetti davvero un bel racconto! Complimenti!
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