Racconto pubblicato il 18/03/2009 Autore: BLACK
Eldred Jonas cavalcò tutta la notte, tenendo il baio di buon passo senza concedersi che le soste necessarie a far riposare un poco l’animale; qualche ora dopo giungeva sulle rive del piccolo emissario che, dal lago Soroni, parecchie centinaia di ruote più a Nord, porta l’acqua ai campi fertili ed ai frutteti della Baronia. Sotto la Luna dell’Ambulante l’esiliato spinse la cavalcatura fin quasi al centro del fiume, il cui livello era basso in quella Tardestate così calda, e proseguì nel letto dello stesso: avrebbe cercato di far perdere le sue tracce senza contare troppo sul fatto di avere un giorno di vantaggio dalla sua. I mastini di Gilead erano tenaci.Il giovane si tenne nel fiume a lungo e vide alternarsi sulle rive campi, frutteti e terreni più brulli e sassosi dove forse demoni dimoravano nel sottosuolo, mentre la luce glabra della notte lasciava il posto a quella lattiginosa dell’alba; scelse di abbandonare il letto del corso d’acqua dove l’argine era pietroso, quando il sole era di già salito sopra l’orizzonte, indirizzandosi lungo una pista in terra battuta che si inoltrava tra i poderi appena dopo il guado. Di tanto in tanto, lungo la via, incontrava persone a piedi, carri e carrettieri, e le espressioni di vaga curiosità che apparivano sul volto della gente quando li affiancava e superava si trasformavano in timore malcelato nello scorgere le due pistole che portava ai fianchi; il ragazzo considerò a malincuore che sarebbero stati tutti testimoni scomodi perché il passaggio di un pistolero, anche nelle campagne di Gilead, non passa mai sotto silenzio. All’ennesima persona che incrociò, un uomo alto ed emaciato dalla carnagione color della terracotta ed i capelli di un nero già ingrigito, chiese se vi fossero villaggi nei dintorni: con lo sguardo che incessantemente correva dal terreno alle sue fondine, il contadino lo informò che Pennilton era “a non più di cinquanta ruote dalla parte dove sorge il sole”, aggiungendo che, comunque, altri villaggi più piccoli erano disseminati lungo tutta la pista fino al limitare delle grandi foreste nel Sud della Baronia: Jonas lo compensò con una moneta d’argento, e quello benedì il suo nome e quello di suo padre, la diffidenza scomparsa come neve al sole. La cosa lo fece sorridere.Il cavaliere proseguì il suo viaggio fino a mezzogiorno, abbandonando la pista di terra battuta e le terre fertili che essa attraversava qualche ora dopo: vide le terre farsi nuovamente brulle, la terra diventare del colore del ferro arrugginito; decise di accamparsi presso alcune piccole alture disseminate di massi, disposte a cerchio intorno ad una spaccatura nel terreno dove l’erba si faceva rada e da cui si alzava il rumore di acque sotterranee. Il cavallo venne legato ad uno sperone di roccia, all’ombra presso una piccola sorgente, ed il ragazzo andò a fargli compagnia poco dopo distendendosi a terra col capo appoggiato alla sella. Uccelli volavano in un cielo azzurro pieno di luce: forse erano falchi. Aveva praticato la caccia col falco, a tutti gli aspiranti pistoleri veniva insegnata la falconeria…chissà che fine avrebbe fatto il suo rapace? Il pensiero che Fardo gli tirasse il collo per fargli pagare il fio delle sue colpe gli fece increspare le labbra in un sorriso, che si tramutò attimi dopo in una sonora risata. Malgrado tutto quello che era successo, malgrado avesse ucciso il suo più caro amico, aveva il cuore leggero; era la benedizione della gioventù e dell’incoscienza, la capacità di lasciarsi dietro i problemi, per quanto gravi apparissero: era come se tutto fosse capitato a qualcun altro.Più tardi si nutrì con alcuni pezzi di pane e carne secca e bevve dall’otre, mentre il cavallo piluccava qualche stelo di erba tra le rocce vicino alla polla scacciando mosche oziose con scatti della coda; avrebbe aspettato lì fino al mattino dopo e, se non fosse arrivato nessun cane da caccia a mordergli le chiappe, si sarebbe rimesso in marcia.Non dovette attendere tanto.Il cavallo iniziò a dare segni d’inquietudine qualche ora dopo, verso sera, scalpitando con gli zoccoli e smuovendo il pietrisco a richiamare l’attenzione del padrone: Jonas, che si era da poco assopito in un leggero sonno da calura, fu in piedi quasi subito e, prima ancora di realizzarlo, si ritrovò in mano le pistole già perfettamente armate ed i pollici protesi sui cani.Il giovane si acquattò vicino al cavallo, lo carezzò sul muso, gli sussurrò per tranquillizzarlo e quello sbruffò in risposta: poteva essere che l’animale avesse sentito la presenza di qualche predatore, ma in regioni come quella, sottoposte alla legge ed al controllo di Gilead, mutanti e banditi erano certamente rari.Poteva però trattarsi di predatori a due gambe, nient’affatto mutanti, ma forse altrettanto pericolosi.Jonas si tenne basso, per non fare rumore, ed allontanatosi dalla sorgente si arrampicò sul fianco di una delle piccole alture: un’occhiata al circostante gli bastò per rendersi perfettamente conto di quello che stava per succedere, ed un pensiero di gratitudine fu subito rivolto al cavallo.Ad una cinquantina di metri da lui, chini sul terreno con tutta l’aria di star seguendo delle tracce, c’erano tre uomini che subito riconobbe, dalle uniformi blu acceso prima che dalle armi da fuoco che portavano, come membri della guardia di Gilead: il ragazzo fece una smorfia, ed in quel momento il cavallo mandò un brusco nitrito. I tre alzarono di scatto la testa, li vide imbracciare le armi ed allargarsi a ventaglio. Stavano venendo per lui.Armi in pugno si lasciò scivolare giù dalla china, andando ad acquattarsi dietro un grosso masso al limitare del piccolo spiazzo dove si era accampato, ed aspettò: minuti dopo, lo scricchiolare della ghiaia sotto suole di stivali lo avvertì dell’arrivo di qualcuno; il giovane uomo che fece capolino nello spiano della polla non gli era sconosciuto, ma non perse tempo nel tentare di ricordarne il nome: lo vide accorgersi del cavallo, abbassare il fucile che reggeva ed avvicinarsi a passo più spedito dopo un’ultima occhiata intorno.Un pistolero non sarebbe stato così imprudente, pensò con un sogghigno, ma quelli non erano pistoleri: poco più che guardiani di capre a cui era stata data una casacca sgargiante e qualche vecchio fucile, che probabilmente non avrebbe mai sparato al primo tentativo, erano miliziani noiosi ed indolenti che aveva visto spesso oziare nelle taverne e nei bordelli dei bassifondi di Gilead. Del tutto trattabili, a patto che non si fosse lasciato sorprendere.Jonas raccolse da terra una pietra delle dimensioni di un pugno di bambino, e presa un attimo la mira la scagliò con mano sicura: la guardia cadde in avanti senza un gemito, il suo fucile con essa.Partì un colpo.Il ragazzo ne fu sorpreso, di venire smentito in modo così repentino; non passarono che pochi attimi quando il rumore di passi concitati precedette l’irrompere nello slargo, armi spianate, degli altri due.“Will si è fatto beccare” commentò uno, un giovane che forse non aveva nemmeno vent’anni.“Ma il cavallo è ancora lì, quindi deve essere scappato a piedi” gli fece eco l’altro, che avrebbe potuto benissimo essere suo padre.Jonas sollevò il cane delle pistole col pollice e fece un passo di lato uscendo dall’ombra del roccione, le armi puntate a mezz’altezza ed appena inclinate di lato verso l’interno, gli uomini nel mirino.“Giù le armi, lentamente” intimò con voce fredda.Non voleva ucciderli, altrimenti avrebbe già fatto fuoco a tradimento. Non voleva ucciderli perché aveva già versato troppo sangue in così poco tempo.I due trasalirono senza girarsi, non se l’aspettavano: il più giovane dei due (che Jonas giudicò essersela fatta nei pantaloni, da come aveva preso a tremare) alzò lentamente le mani ed un secondo dopo si abbassò sulle ginocchia, deponendo a terra il fucile.“Siete pessimi soldati, i vostri padri non devono certo essere orgogliosi di voi due idioti” sbottò sprezzante, concedendosi forse un attimo di distrazione di troppo: il ragazzo si avvicinò di qualche passo e fece per dire qualcos’altro, quando il secondo uomo, rimasto fino a quel momento immobile, si voltò di scatto, spianò il fucile e sparò.Il corpo di Jonas reagì come dotato di vita propria, scartando di lato nel momento stesso in cui una staffilata di dolore bruciante gli esplodeva nel corpo all’altezza della coscia sinistra: le sue mani furono subito piene di fuoco e di tuono, ed il miliziano che aveva osato troppo venne sbalzato indietro di parecchi passi finendo riverso contro la parete di roccia in uno scoppio sanguinolento di carne lacerata. Il ragazzo sentì la gamba sinistra formicolare e cedere. L’eco delle detonazioni riverberò e si spense tra le rocce della piccola conca.“Davanti a Dio, se ti muovi ti ammazzo come un cane!”Gli parve di sentire un gemito acuto e strozzato venire dal miliziano ancora in piedi, che, occhi sgranati come un animale terrorizzato, muoveva ripetutamente il capo dalla sua figura a quella dell’uomo riverso nel sangue e nella polvere. Tenendolo sotto mira Jonas barcollò nella sua direzione e gli sferrò un pugno, colpendolo alla mascella col calcio della colt, tanto per essere sicuri…anche se probabilmente non avrebbe avuto nulla da temere da un coniglio del genere. L’altro, almeno, aveva dimostrato d’avere una parvenza di spina dorsale.Legò entrambi i sopravvissuti facendo a pezzi un lasso, senza darsi pena di seppellire il morto, e prese loro le armi e le munizioni che avevano nelle cartucciere: bossoli riutilizzati riempiti a mano, che ad occhio e croce parevano dello stesso calibro di quelli delle rivoltelle, e carabine a leva costruite dagli armaioli delle Baronie centrali semplificando schemi di armi del Vecchio Popolo; non valevano tutte insieme uno solo dei revolver da novizio che portava…non prima che le avesse pulite, almeno. E poi avrebbe potuto, se non altro, venderle.Uguale sorte toccò ai cavalli, che legò in cordata dietro al suo dopo aver trasferito i viveri e gli oggetti utili dalle loro selle nella sua: li avrebbe tenuti come bestie di scorta, ma pianificava di rivenderne uno o due non appena si fosse imbattuto in qualche villaggio.Per ultimo, lacerò un lembo dalla coperta ed esaminò la sua ferita. Aveva avuto fortuna nel beccarlo, quel figlio di puttana, proprio in un posto dove le ferite diventano molto facilmente pericolose: adesso a metà coscia gli si apriva un tunnel rossastro e grondante scavato nella carne viva e nel cuoio dei pantaloni, che ora pulsava sordamente ma, ne era sicuro, si sarebbe presto svegliato con l’umore di un bambino urlante. Ci versò sopra del tabacco preso dalla sacca del fumo, stringendo stoicamente i denti alla staffilata di bruciore che gli salì nell’inguine e nel ventre, poi lo bendò strettamente dopo averlo lavato; e grazie agli dei che la pallottola era uscita! L’esiliato si lasciò alle spalle la sorgente e le alture dopo nemmeno mezzora, rinnovata la provvista d’acqua, diretto nuovamente a Sud-Ovest.* * *Cavalcò per tutto il giorno seguente, e l’indomani, e l’indomani ancora, e la ferita lo torturò sotto il sole come uno spiedo rovente conficcato nella carne, iniziando ad avvertire vera spossatezza di corpo solo sul fare della terza sera: come temeva, gli si stava infettando. Ma ad ogni pistolero viene insegnato a riconoscere le erbe medicamentose da quelle che sono inutili, o di danno, e non dubitava che avrebbe trovato di che curarsi…a patto di muoversi in fretta, prima che le forze iniziassero a mancargli davvero. Si era accampato in una radura ai margini di una piccola macchia, non potevano ancora essere le propaggini delle foreste meridionali, aveva fatto troppa poca strada da Gilead, ed aveva appena acceso il fuoco per prepararsi qualcosa di caldo quando i cavalli si inquietarono. L’esiliato fu rapido nell’impugnare ed armare le pistole, rimanendo in ascolto: gli arrivò un rumore di rami spezzati, via via in avvicinamento, ed un canto intonato con voce roca; poco dopo un uomo anziano, che si tirava dietro un mulo carico di fascine di legna, fece la sua apparizione dalla parte opposta della radura. Lo vide avvicinarsi al fuoco con tutta calma e, quando fu a pochi passi, si sentì salutare.“Vita alle tue messi”“E alle tue” rispose, abbassando le pistole e disarmando il cane con un sommesso *CLICK*. Il vecchio sorrise.“Che i tuoi giorni possano essere numerosi su questa Terra” proseguì.“E due volte tanto lo siano i tuoi”.“Posso sedermi al tuo fuoco, giovane uomo?”.“Puoi, anche se la notte è calda ed il mio è un fuoco da caffè e da chiarore, più che da calore”.“Oh, ma le mie ossa tengono fin troppo bene la memoria dell’ultimo inverno, giovane!”. Jonas annuì e si alzò in piedi con fare incerto, cercando nelle tasche della sella la caffettiera ed il caffè, mentre il vecchio si accostava al fuoco sedendosi come al rallentatore, nel pugno nodoso la cavezza del somaro. I suoi occhi scivolarono sulla bendatura alla coscia del pistolero, mentre questi la caricava, prima con l’acqua e poi con la polvere corroborante di quei semi già conosciuti al tempo dei Grandi Antichi, per metterla infine sulle fiamme più basse.“Quella ferita andrebbe curata, giovane”.“Lo so che andrebbe curata, ma passerà anche questa”.“Io posso medicarti” aggiunse.Jonas si voltò, corrugando la fronte. “Perché lo faresti?”“Perché va fatto” tagliò corto quello.“Posso fidarmi?”. Il vecchio sorrise ancora, la pelle del suo volto era come la terra del deserto, scura e spaccata dal sole di troppi anni, ed il gesto fece morire pianure e nascere crepacci. “Puoi fare questa scelta, giovane uomo, oppure non farla. Da parte mia sono in buona fede”.Jonas sospirò, distendendo la gamba e svolgendo la bendatura: i lembi erano gonfi e rossi, di un colore febbrile, ed ai margini della ferita iniziava già ad essudare il pus.“Fai del tuo meglio, sai” concesse, ed il vecchio si rialzò accostandosi all’asino; dalla sella rovinata sulla sua groppa tirò fuori un sacchettino di cuoio che aprì davanti agli occhi del ragazzo: un odore penetrante si sparse nell’aria intorno, e l’esiliato vi riconobbe i sentori di diverse erbe benefiche che conosceva misti ad altri profumi che gli erano invece ignoti. Seppe che poteva fidarsi. Sempre in silenzio il vecchio uomo lavò la lacerazione con l’acqua di una piccola borraccia, asciugò e sparse le erbe essiccate sulla ferita, quindi si strappò un lembo della sua stessa, già lacera camicia e bendò con dolcezza.“Ho curato i dolori del mese di mia nipote, questo è più o meno la stessa cosa. Anche qui c’è del sangue che non vuole stare dove invece dovrebbe”. Il vecchio chiocciò una risata, Jonas sorrise a sua volta.“Di dove vieni, uomo?”“Amlis; è a poche decine di ruote da qui, nella direzione da dove il sole si alza, poco distante dalla Via dell’Ovest.“Ho già sentito questo nome”“Sei già stato da queste parti?”.Jonas sorrise, fissando le braci nel fuoco che rilucevano come occhi di gatto. La caffettiera gorgogliò e mandò sbuffi di vapore al gusto di caffè.“No. Ma il mio…beh, diciamo così, istitutore, mi ha fatto conoscere la geografia della Baronia”“Vieni da Gilead, giovane uomo?”Il ragazzo non rispose subito: versò prima il caffè in due scodelle di terracotta sbreccata che aveva trovato nella sella del cavallo di Douglas.“Come mai tu pensi che io venga da Gilead, vecchio?”“Tutti i signori, i ricchi, i nobili…ed i pistoleri…vengono da lì. Ed è fuori di dubbio che, con tutti i cavalli che possiedi, tu sia un ricco, se non un nobile”L’uomo indugiò un attimo, quindi prese la sua scodella.“Sei un pistolero, non è vero?”Jonas sospirò. “Le apparenze parlano per me” rispose, e l’altro parve pago della risposta perché si accontentò di accennare un assenso.I due uomini bevvero in silenzio, poi Jonas si distese a pancia in su, sotto la coperta, la testa appoggiata sulla sella.“Se vuoi, domani, puoi venire con me al villaggio” disse ancora il vecchio accoccolandosi a sua volta accanto al fuoco, e lui annuì soltanto: una vaga sensazione di caldo formicolio stava iniziando a promanargli dalla ferita ora ben medicata, diffondendosi nella parte inferiore del corpo e da qui al torso ed al capo. Il ragazzo sbadigliò: si ripromise che avrebbe dormito con un occhio solo, perché fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio…tuttavia, nel momento stesso in cui le formulava, quelle considerazioni vennero bruscamente interrotte dal velo nero del sonno che calò come un sudario sulla sua mente.* * *Il mattino giunse rapido: Jonas si riscosse dal torpore di uno strano sogno dove non aveva fatto altro che uccidere il suo amico di una vita, più e più volte, e la situazione non tardò a ritornargli; con una stretta impaurita alla bocca dello stomaco realizzò di aver dormito come un masso, e si tastò con ansia le fondine solo per scoprire che i ferri da tiro erano ancora al loro posto. Lo stesso valeva per i cavalli, impastoiati là dove li aveva lasciati la sera prima; il vecchio, dal canto suo, stava sgranocchiando un pezzo di pane con del formaggio accanto ai resti ormai freddi del fuoco di bivacco. E lo guardava.Il ragazzo si stropicciò gli occhi, stirandosi poi le membra. L’alba era appena sorta.“Buon giorno, giovane” lo salutò l’altro, ridendo in risposta al mugolio poco convinto che ricevette. Jonas si issò in piedi: la ferita gli doleva ancora, ma meno delle mattine passate: dopo aver bevuto dall’otre per scacciare l’intontimento del sonno, sciolse il bendaggio dalla ferita per sostituirlo ed il vecchio gli fu subito accanto.“Va meglio, vero?” chiese con un sorriso, l’esiliato annuì sorridendo di rimando.Cambiata la medicazione mangiò un po’ di carne secca e bevve caffè freddo, rapidamente, poi si rimise in sella senza perdere altro tempo; per qualche ora i due cavalcarono fianco a fianco, nel silenzio, e Jonas si scoprì più volte a fissare la figura dell’uomo, di certo un contadino o un pastore, che conduceva con calma il mulo, rimuginando su quanto era accaduto.Su quanto aveva imparato.Per qualche ora i due cavalcarono fianco a fianco: si lasciarono la macchia alle spalle procedendo verso Est, e raggiunto un sentiero in terra battuta lo imboccarono. Il sole era alto nel cielo quando arrivarono in prossimità della grande costruzione di metallo.In realtà non doveva trattarsi proprio di una “costruzione”: assomigliava piuttosto ad un qualche tipo di…cosa, abbandonata in mezzo al nulla delle pianure meridionali della Baronia; una reliquia dell’Antico Popolo, poteva esserlo benissimo, dal tanto che era strana: assomigliava ad un cilindro di quello che doveva essere ferro, lungo una ventina di piedi ed alto sei o sette (ma, dato che era semisepolto, doveva di certo esserlo maggiormente), butterato di ruggine in ampie colature su una superficie in origine liscia e di colore candido, ed appariva come se fosse stato spezzato via da qualcosa di più grande dato che alle due estremità era frastagliato e sventrato con lacerazioni che dovevano essere vecchie quasi di un’era. Al suo interno, Jonas volle _assolutamente_ spingere il cavallo da un lato e guardare dentro, c’erano numerose file di alloggiamenti, di sedili, e numerose aperture circolari comparivano su entrambi i lati (fiancate?) in corrispondenza di ogni fila di sedie, come buchi di un flauto; alcune erano sfondate, altre chiuse da un qualche tipo di vetro che, quando Jonas gli batté le nocche sopra, non gli ricordò nemmeno lontanamente il materiale di cui erano fatti i bicchieri o le vetrate delle chiese.“Lascialo stare” lo ammonì il vecchio, facendo uno scongiuro nel notare il gesto, “Questa è roba che noi non possiamo capire, ed è meglio per tutti se la lasciamo stare così com’è!”.Jonas aveva scrollato le spalle. “Da quanto tempo è qui?” aveva domandato, oziosamente, e l’altro si era stretto nelle spalle a sua volta.“Mio padre mi portava da queste parti a piazzare le trappole, quando ero ragazzo, e c’era già. Prima non so” concluse, il tono che tradiva disagio.Stavano per allontanarsi quando Jonas notò le scritte sulla parete sinistra del cilindro, e ne fu colpito; erano lettere della Lingua Eccelsa, ecco la cosa del tutto fuori posto: sbiadite dal sole e dal vento dei secoli apparivano di uno spento color bluastro, ma Jonas riuscì ugualmente a discernere, all’inizio della prima parola, una “A” ed una “M”…dopo venivano quelle che potevano benissimo essere una “E” ed una “R”, ma la presenza di un grande squarcio slabbrato dai bordi anneriti rendeva difficile l’identificazione. Sotto ce n’erano altre, ma soltanto una “L” ed una “I” si potevano distinguere con chiarezza.Il ragazzo si sentì scuotere da un brivido: era una cosa troppo strana per poter essere capita…aveva ragione il vecchio, si poteva solo lasciarla perdere. “Andiamocene” sentenziò, dando un colpetto di speroni al baio, l’altro ne fu davvero lieto.Arrivarono al villaggio mezzora dopo. Amlis, titolavano viluppi di fil di ferro inchiodati ad un grande cartello di legno a sua volta impalato all’inizio della main street (a Jonas non sfuggì che le lettere del nome erano le stesse, quelle leggibili almeno, della scritta sul misterioso leviatano di metallo…e la considerazione lo fece sentire nuovamente a disagio). Per essere un villaggio delle Baronie Centrali, non era di certo un posto ricco: due file di baracche appena, ai lati della pista polverosa, una scuderia, un saloon, costruiti principalmente in legno e fogli di ferro ondulati che avevano tutta l’aria di essere stati a loro volta recuperati da qualche costruzione degli Antichi. Tutto intorno, come la punteggiatura irregolare del discorso di un matto, campi di grano e frutteti che tuttavia apparivano miseri e stentati, segno di una campagna non certo fertile come nella Baronia interna. Ma forse erano soltanto gli influssi delle Terre Desolate, l’aria dell’Ovest, a rendere la terra megera.Jonas seguì il vecchio nel paese sentendosi addosso gli occhi degli sfaccendati e dei perdigiorno, nemmeno fosse stato un mutante con tre occhi: l’uomo lo condusse fino ad una piccola baracca di legno con un camino di lamiera sul tetto ed un piccolo recinto sul davanti. Dal camino usciva un filo di fumo e l’esiliato colse brevemente, nello smontare di sella, lo scorcio di un povero orto a fianco della costruzione quando la porta si aprì ed una figura minuta di ragazzina, un mestolo in mano, il grembiale in vita ed un foulard a tenere raccolti i capelli color della paglia, si affacciò all’uscio.“Zio!” salutò, rivolgendo al vecchio un sorriso candido: l’uomo sorrise di rimando, lei gli corse incontro. Si abbracciarono.Poteva avere non più di quattordici anni, considerò Jonas, mentre legava le cavalcature ad un piccolo traliccio di legno presso un abbeveratoio. Quattordici anni, e già una casa a cui badare, già i segni della fatica sul volto, rimuginò. I due gli si accostarono, attesero che finisse e si girasse; poi la ragazzina gli sorrise ed il vecchio, semplicemente, attese.“Vita alle tue messi”“Grazie-sai. Alle tue sia vita.” rispose lui, “Tuo padre e tuo zio devono essere fieri di avere una figlia ed una nipote così rispettosa”. La vide arrossire.“Suo padre lo è di sicuro…lui è ovunque ormai” sospirò il vecchio, prendendo la parola, “Ed anch’io lo sono. La mia casa è la tua casa, il mio cibo è il tuo cibo” concluse.Jonas si sentì improvvisamente un groppo alla gola: così, di punto in bianco, e gli occhi gli si inumidirono. “Vi…vi farò onore, come mio padre mi ha insegnato” replicò, ma non gli sfuggì l’occhiata interrogativa che i due si scambiarono vedendolo quasi commuoversi. Il pasto venne consumato in silenzio: loro offrirono una zuppa di verdure cotta al fuoco di una stufa sgangherata, che certamente avrebbe potuto essere più sostanziosa, e lui contribuì con parte del pane all’olio e della carne secca di cui aveva piene le sacche della sella. Alla fine terminarono con un caffè che, a detta della ragazzina, era una delle cose più buone che avesse mai assaggiato perché “non ne gira molta, di roba da ricchi come questa, qui in giro!”. E tutti risero.* * *Jonas si sentiva bene, gli ultimi avvenimenti sembravano lontani secoli nello spazio e nel tempo: quel pomeriggio dormì dividendo un umile pagliericcio con la nipote del vecchio, sotto la coperta di Douglas, e quando questa nel sonno lo cinse lui non la scacciò. Si svegliarono abbracciati mentre fuori pioveva, e guardarono insieme l’arcobaleno nascere appena prima del tramonto.Rimase con loro per una settimana, facendosi vedere il meno possibile in paese, il tempo necessario a che la sua ferita si rimarginasse senza pericolo di riaprirsi: prestò le sue braccia ripulendo il piccolo orto della famigliola dall’erba diavola e dai sassi, e smosse la terra con la zappa per far salire alla superficie quella più nera e fertile; aiutò l’uomo (a cui non chiese nemmeno il nome, dato che lui non gliel’aveva chiesto) a portare alla piccola capanna un tronco d’albero ed a farlo a pezzi in modo che quell’inverno la legna non gli mancasse; riparò il tetto, il tavolo, ed una delle pareti della baracca per renderla più solida. E rispose alle loro domande.La ragazzina era la più curiosa, perché la curiosità è femmina ed è giovane: ed erano le armi a destare la curiosità maggiore, com’era prevedibile.“Queste sono le armi del tuono?” le aveva chiesto una volta, vedendolo smontare con gesti rapidi e sicuri uno dei fucili a leva preso ai miliziani, e pulirne l’interno della canna con un panno ingrassato; lui aveva annuito sorridendo.“E dove le hai prese?”“Me le hanno date degli uomini presso cui sono stato, a Gilead”Lei l’aveva guardato e lui aveva potuto sentire la curiosità che bruciava dentro quegli occhi giovani, l’aveva percepito come un qualcosa di fisico. Ma c’era dell’altro. C’era ammirazione, e di ciò si compiacque.“Per noi, Gilead è come l’altra sponda del mare Occidentale” era intervenuto il vecchio, seduto vicino alla stufa su una sgangherata seggiola a dondolo ed intento a fumare la pipa. “Un posto che non potremo mai raggiungere; un posto di ricchi, di nobili, di cibo che c’è sempre, di balli e di vita dorata. Per Gilead, invece, noi siamo come la merda dei buoi sulla strada”.Jonas era rimasto in silenzio, non aveva replicato, ma il suo viso si era fatto triste. La legge di Eld…il credo dell’onore…che significato potevano avere per chi non era nemmeno sicuro, svegliandosi la mattina, di poter trovare di che nutrirsi durante il giorno? E poi, anche senza essere stati educati da un tutore, da un Fardo che dispensasse botte ed insulti per facilitare l’apprendimento, costoro avevano l’aria di non aver mai dimenticato il volto dei loro padri. A differenza sua.La ragazzina l’aveva strappato alle sue riflessioni.“Come funzionano?” aveva chiesto, e lui aveva risposto, mettendo da parte il fucile smontato ed estraendo il revolver destro dalla fondina.“La pistola è una tana di tenebra in cui dimora una belva di ferro, che può attaccare solo quando viene percossa: chiamiamo ‘cane’ questo pezzo di metallo a forma di batacchio, chiamiamo ‘tamburo’ questo cilindro coi buchi, chiamiamo ‘canna’ questo tubo stretto e lungo, chiamiamo ‘grilletto’ questa piccola leva che sta dove c’è il mio indice”. Aveva impugnato l’arma, tenendola puntata verso il soffitto, ed enumerato le componenti così come Fardo gli aveva insegnato…e sorprendentemente non si era dimenticato di nulla.“La tana di tenebra è questo foro nel tamburo” aveva continuato, “La belva di ferro è quello che chiamiamo ‘bossolo’”.“Bossolo…” aveva ripetuto; lui le aveva dato una cartuccia, le loro dita si erano avvicinate…ed aveva visto affiorare colore sulle guance di lei.“Quando carichiamo infiliamo il bossolo nel tamburo” aveva ripreso, “E non dobbiamo guardare mentre lo facciamo perché il nostro sguardo deve stare sul nemico. Chi guarda in basso mentre carica la pistola ha dimenticato il volto di suo padre. Quando abbiamo caricato, chiudiamo il tamburo…”, ed aveva fatto vedere, “Poi alziamo il cane col pollice, ed in questo modo il tamburo ruota. Quando la cartuccia è davanti al cane, noi premiamo forte il grilletto…e allora le nostre mani si riempiono di fuoco e di tuono”.La ragazzina lo guardava affascinata con gli occhi allargati di una cerbiatta. Il vecchio sorrideva, anch’egli interessato.“Quando noi miriamo al nemico, non lo facciamo con la mano, ma con l’occhio” aveva concluso,“Chi mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. Quando liberiamo la bestia di ferro dalla sua tana di tenebra, non lo facciamo con la mano, ma con la mente: chi spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre. E quando uccidiamo, lo facciamo col cuore” sospirò, “Perché chi uccide con la pistola ha dimenticato il volto di suo padre”.Sentiva i loro occhi puntati, sentiva la loro curiosità bruciante, ma sentiva anche qualcos’altro…era forse ammirazione, quella che percepiva in quel vecchio uomo ed in quella piccola donna? Ammirazione per un omicida del suo ka-tet?L’indomani, lei gli chiese di poter usare quelle armi di cui le aveva tanto parlato: la riluttanza del giovane non durò che un attimo, era il minimo che potesse fare per come era stato accolto…e poi era letteralmente pieno di munizioni, più di quante avrebbe mai potuto consumarne, dato che i bossoli dei fucili andavano bene anche per le camere della pistola. Così aveva chiesto il permesso a suo zio, l’aveva fatta salire dietro di sé a cavallo ed erano partiti di buon mattino verso la macchia portando con loro bottiglie di vetro vuote e piccole cianfrusaglie.Trovata una radura abbastanza grande, Jonas aveva allineato una fila di bottiglie sul tronco caduto di un grosso albero, e poi si era portato con la ragazzina a trenta passi di distanza.“Si mira con l’occhio, si spara con la mente, e si uccide col cuore” aveva sentenziato, mettendole l’arma in mano ed aiutandola a reggerla: lei si era aiutata con entrambe le mani, l’aveva allineata, ed aveva premuto con lentezza quasi estatica il grilletto.Il rinculo le aveva fatto schizzare i polsi verso l’alto, con tanta violenza che Jonas per un attimo fu preso dal panico al pensiero che se li fosse rotti; la detonazione fu il rombo di un tuono schiantato sulla terra, e quando il fumo bluastro ed acre della combustione si fu dissipato entrambi poterono vedere che un grosso morso di legno era stato strappato via dal tronco caduto appena sotto la fila dei bersagli. Lui l’aveva rincuorata, massaggiandole le mani e confidandole (naturalmente non era vero) che anche a lui, la prima volta che aveva sparato, era successa la stessa cosa. Poi l’aveva esortata a provarci ancora guidandole le mani. Questa volta era andata meglio, e la gioia della ragazzina nel veder schizzare in mille pezzi una bottiglia fu qualcosa al limite della comprensione per l’esiliato.“Adesso sono degna di te” le aveva detto, abbassando l’arma: lui provò sorpresa, ma capì subito e sentì calore nel corpo mentre incontrava il suo sguardo.Fecero l’amore sull’erba della radura, e fu dolce come il miele e violento come un temporale estivo, e la terra si arrossò del sangue di lei: era ka, che arriva come un uragano e spazza via le cose degli uomini come foglie cadute d’autunno, senza riguardo per progetti e situazioni…era la forza della vita, era passione, era khef; e stretti l’uno nelle braccia dell’altra, aye, i due furono ka-tet. Il giovane uomo e la giovane donna giacquero, dormirono, tornarono soltanto a sera: ed il giorno dopo nella baracca erano rimasti di nuovo in due.Sul tavolo della piccola stanzetta erano stati lasciati degli involti di carne secca, del pane, un fucile con molte cartucce ed un piccolo sacchettino di monete d’argento; fuori, legato accanto al mulo, c’era un cavallo corsiero con tanto di sella. Il vecchio rimase a bocca aperta nel vedere tutto quel ben degli Dei, e benedisse più e più volte il nome del giovane sconosciuto e quello di suo padre…ma la ragazzina scoppiò a piangere, e pianse amaramente ed a lungo.* * * Il ragazzo riprese la Via, perché non poteva fare altrimenti. In un cantuccio del suo cuore avrebbe serbato gelosamente i ricordi di quel vecchio buono e di quella piccola donna che l’aveva amato, ma non poteva fermarsi, e non perché non lo desiderasse: era ancora troppo vicino al centro della Baronia, e l’eco del delitto che aveva commesso non si sarebbe spenta forse per gli anni a venire. Rimanendo con loro li avrebbe solamente messi in pericolo. Non c’era scelta, ma sarebbe potuto tornare. In seguito, quando le acque si fossero calmate, sarebbe potuto tornare: e si ripromise quella mattina, guardando indietro un’ultima volta la piccola capanna immersa nella bruma, che per l’Uomo Gesù l’avrebbe fatto…sarebbe tornato e, se il ka avesse voluto, l’avrebbe fatto per restare. Il ragazzo riprese la Via lasciandosi il paese alle spalle prima che il sole fosse sorto del tutto, con sé l’ultimo dei tre cavalli come bestia di scorta. Per tutto il giorno puntò a Nord-Ovest orientandosi col sole, incontrando campi e frutteti sul suo cammino, ed altri villaggi del tutto simili a quello che si era lasciato alle spalle. Ritrovò la Via dell’Ovest poco prima di mezzogiorno, un serpente di acciottolato bruno che tagliava il suolo erboso come una cicatrice, e si incamminò nuovamente lungo essa anche se poteva non essere una mossa saggia: l’avrebbero cercato sicuramente ancora, ed era probabile che la notizia della sua fuga fosse stata inviata ai quattro angoli della Baronia tramite messaggeri e piccioni viaggiatori. Ma avrebbe corso il rischio, bilanciato dalla prospettiva di muoversi certo più velocemente che attraversando le campagne. Una settimana dopo incontrava le prime propaggini delle grandi foreste meridionali della Baronia, e si accampava proprio al limitare delle stesse in una piccola radura punteggiata di rocce. Lungo il cammino, da un po’ di giorni a quella parte, andava imbattendosi nei resti di edifici diroccati: caseggiati bassi e lunghi dalle ampie finestre di vetro pieni di strane ombre ed ancor più strane forme di ferro, o strutture più tozze provviste di grandi…camini cilindrici di mattoni, ora spaccati e smozzicati, la cui altezza doveva tuttavia ancora essere di svariate decine, se non centinaia, di piedi; anche se in abbandono mantenevano un senso di innaturale maestosità, come tutte le reliquie dei Grandi Antichi: se ne era sempre tenuto ben lontano, dato che erano posti che potevano portare sfortuna, pure se attiravano il suo interesse in modo quasi morboso. Anche adesso dal bivacco poteva scorgere la sagoma torreggiante di una di quelle costruzioni svettare sulla foresta rada, una forma buia e densa, ora che il sole era tramontato e la luna faceva appena capolino; doveva essere a poche ruote di distanza e più di una volta il giovane si scoprì a fissarla con gli occhi invadenti di chi prova timore, rispetto e curiosità nello stesso tempo.Si era da poco avvolto nelle coperte accanto ai tizzoni del fuoco quando aveva avvertito i primi rumori provenire dalla boscaglia; realizzato che non si trattava di scherzi giocatigli da una mente troppo stanca si era girato su un fianco, aveva preso il cinturone e controllato che le armi fossero cariche, e nel rialzare la testa aveva colto luci in movimento nella massa scura della boscaglia forse a pochi metri addirittura dal bivacco. Era strisciato a terra come un serpente, affacciandosi oltre un cespuglio di felci, e quello che aveva visto gli aveva fatto morire il respiro in gola.C’era una figura, un…uomo, gli sembrò, alto all’incirca sette piedi, magro, che si aggirava tra i pilastri scuri dei tronchi d’albero col fare di chi stia seguendo con attenzione un sentiero: a malapena la luce della luna poteva permettergli di distinguerlo, ma il particolare che notò subito e che più lo inquietò, per non dire che gli mise addosso una fifa blu, fu che i suoi occhi erano larghi e accesi come lanterne, infuocati di una luce candida che proiettava due ampi coni luminosi a rischiarare il terreno; il ragazzo sentì la mascella allentarsi verso il basso in una espressione di grottesca e comica incredulità mentre fissava l’essere che gli sfilava praticamente davanti: quando lo vide sparire oltre un gruppo di betulle, fu quasi automatica la sua decisione di seguirlo da presso.Non era difficile tener dietro all’essere: quello non si curava nemmeno di nascondere il suo movimento, e le luci scintillanti dei suoi occhi erano un segnale così vivido che non avrebbe potuto perderlo di vista nemmeno se avesse voluto.Proseguì per una manciata di minuti, tenendosi sempre di lato e ad una rispettosa distanza, quando si accorse che sotto i suoi stivali il terreno della foresta stava cambiando di consistenza facendosi più duro e compatto.Più artificiale.Poi la macchia si diradò in una seconda, più ampia radura: il giovane si accorse che stava calpestando pietra, o quella misteriosa sostanza che alcuni chiamano “asfalto” e con cui, i saggi tramandano, l’Antico Popolo usava lastricare le sue strade; qua e là nel grande spiazzo erano carcasse arrugginite di forme strane di metallo, frammiste ai tronchi d’albero caduti e ad altri monticelli di macerie, di cui non riusciva a distinguere bene i particolari…ma forse era meglio così. L’essere si accostò, sempre con la sua andatura claudicante, ad una di queste (ed al ragazzo la sagoma, a forma di cassone allungato, ricordò quella di un grande carro), fermandosi poi come in cerca di qualcosa: vide i fasci di luce candida muoversi a destra ed a sinistra facendo scintillare metallo corroso, quindi cambiare colore passando dal bianco niveo al rosso sangue. L’essere si voltò nuovamente, iniziando il tragitto del ritorno, come qualcuno che non abbia trovato quello che stava cercando.Jonas lo precedette, incamminandosi a passo veloce nella boscaglia con le gambe molli e formicolanti di timore: non aveva intenzione di rimanere lì, quella notte, ed una volta ritornato al bivacco raccolse rapidamente le sue cose e sciolse il baio proprio mentre i rumori di calpestio ed i lucori stavano tornando.Ma erano più nitidi e più affrettati, questa volta.Le mani del ragazzo tremarono, la briglia gli scappò: attimi dopo, due coni di luce vermiglia disegnavano l’ombra dell’uomo e dell’animale in un groviglio confuso.Jonas si voltò proprio mentre il cavallo si impennava con un brusco nitrito, e come per incanto la pistola destra era comparsa nella mano per cui era stata costruita. La detonazione fu, se possibile, ancora più violenta nel silenzio irreale del luogo e la vampa illuminò per un attimo un viso di macchina…un viso da incubo…proteso a guardare in atteggiamento di curiosità grottesca oltre la cortina verde delle felci. Poi le luci si spensero di scatto in un rumore come di terracotta spaccata, e si sentì qualcosa mandare uno sfrigolio sommesso.Il ragazzo rinfoderò e balzò con un unico gesto in sella al baio, spronandolo al galoppo lungo il sentiero della radura. Corse fino all’alba, non fermandosi che quando la luce livida del nuovo giorno giunse a scacciare le ombre e gli accadimenti, troppo strani per essere capiti (possiamo solo lasciarli perdere!), di quella notte bizzarra.TO BE CONTINUED…
Ti è piaciuto questo racconto? Condividilo!
Lascia un commento al racconto
100 Utenti Online