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 Date a Cesare...

Racconto pubblicato il 22/11/06
Autore: CLAUDIO CHILLEMI


Il piccolo villaggio di Labarre in Francia era immerso nel caldo tepore di Luglio.

Le immense coltivazioni di viti sonnecchiavano al sole e rigogliosi crescevano succosi chicchi di uva. Il capitano Picard giunse nei pressi della sua casa natale proprio alle prime ore del pomeriggio, quando la siesta, così comune a tutti gli europei, irrompeva prepotentemente nelle abitazioni. Da quasi due mesi suo fratello Robert e suo nipote Renè non erano più, arsi vivi in un incendio; e lui, vigliaccamente, non era riuscito a trovare un attimo di tempo per andare a trovare sua cognata Marie. Ma ora, che la sua nave stellare era stata distrutta in quel di Veridiano III e lui stava aspettando una nuova destinazione, una nuova Enterprise, ora, aveva qualche giorno da trascorrere con la vedova di suo fratello e curare gli affari di famiglia.

Arrivò innanzi alla porta di casa di soppiatto, come fa un ladro per non esser visto.

Da dietro le tendine alle finestre non scorgeva anima viva, ma, evidentemente qualcuno doveva essere a casa perché dal camino si innalzava una sottile linea di fumo. Bussò alla porta, una, due volte, poi udì piccoli passi frettolosi e l’uscio si aprì.

“Jean-Luc…”, mormorò la cognata trovandoselo innanzi.

“Marie…”, rispose lui porgendole le braccia.

Si abbracciarono per un lungo istante, poi calde lacrime scesero lungo le gote di entrambi e un dolore simile alla morte si impadronì del loro cuore. Si confortarono a vicenda con piccole pacche sulle spalle, poi si accomodarono in salotto, su quelle sedie che, qualche anno prima, avevano visto il capitano e il fratello Robert tornare infangati dopo una sonora litigata.

“Non abbiamo potuto far niente…Il fuoco è divampato immediatamente e ha distrutto il fienile in un attimo…”, spiegò la donna.

“Non vi era nessun sistema antincendio…?”.

“Tu lo sai com’era tuo fratello, nessuna tecnologia…E questo lo ha ucciso…Lui e il nostro bambino…”.

“Dove sono sepolti?”, chiese il capitano.

“Accanto ai tuoi genitori…”.

“Domani li andrò a trovare…”.

La notte trascorse senza sussulti, cullata da un lieve vento di ponente che muoveva le foglie degli alberi. Picard passeggiò a lungo prima di prender sonno sorseggiando del buon vivo di qualche anno prima. Quando il mattino bussò all’orizzonte il sonno lo aveva appena colto e la luce solare lo ferì non poco. Si alzò, si vestì alla meglio e, senza svegliare la cognata, si incamminò verso il piccolo cimitero del villaggio.

Quando giunse a destinazione si trovò innanzi una lapide che accomunava padre e figlio, suo fratello e suo nipote. La fotografia sorridente dei due spiccava sul marmo bianco e loro sembravano ancora vivi. Tutto era cambiato negli ultimi trecento anni, ma la morte no. Quella restava sempre la stessa, identica a se stessa.

Tornato a casa Marie aveva cucinato delle succulente omelette che lo attendevano. Si sedette e spiluccò un po’ di pane e marmellata senza dire una parola; quindi si versò una tazza di caffè e lo sorseggiò.

“Devo dire che sull’Enterprise non ho mai mangiato nulla di simile, Marie…”.

“Grazie, Jean-Luc…Hai visto come sono stati sistemati…”.

“Più che bene…”, mormorò, ma si interruppe perché un cicalino lo informava che qualcuno lo stava cercando. “Qui Picard…”.

“Capitano, comando flotta stellare, ho una chiamata per lei, si tratta del professor Marconi….Vuole riceverla?”.

“Il professor Augusto Marconi?”, chiese, non senza una profonda curiosità.

“Credo che si tratti di lui…”.

“Me lo passi su questa postazione…”.

Sul terminale di casa Picard apparve il faccione rubicondo di Augusto Marconi, un fenomenale vecchietto di oltre ottant’anni che sorrise bonariamente al capitano.

“Signor Picard, è un piacere vederla…”.

“Il mio è un onore, professore…In cosa posso esserle d’aiuto…”.

“Il collega Galen mi ha parlato con grande considerazione di lei…Mi ha detto che è un archeologo più che dilettante…”.

“Il professor Galen è stato più che un insegnante per me, la sua scomparsa mi ha addolorato profondamente…”.

“Ho bisogno di lei Picard…Ho fatto una scoperta sul mondo Romano che rischia di sconvolgere l’intera concezione che noi abbiamo della storia…”.

“Ma la civiltà romana è stata ampiamente studiata…L’archeologia non ha più nulla da aggiungere in proposito…”.

“L’archeologia forse no…Ma la cronoarcheologia, sì…”.

“Lei mi incuriosisce, professore…”.

“Bene, l’aspetto domani a Roma, facciamo alle dodici in punto, all’Istituto di Studi Romani…”.

“Ci sarò…”.

Marie aveva osservato con compiacimento l’intera discussione e, quando il cognato si alzò dalla sedia su cui aveva condotto l’intera comunicazione con un piccolo sorriso sulle labbra, fu contenta per lui. Almeno così, il suo ritorno a casa era più piacevole e soddisfacente.

“Domani andrò un paio d’ore in Italia, farò più presto possibile…”.

“Io spero per te che farai il più tardi possibile…”, rispose la donna.

Roma non era cambiata negli ultimi duecento anni, da quando il secondo grande incendio della sua storia avevano ridotto l’intero agglomerato urbano in un ammasso fumante ed informe di macerie, provocando quasi centomila vittime. Un incidente, avevano sentenziato le autorità locali, ma quasi un terzo della città era andato in fumo per una vecchia bomba inesplosa, ricordo della Terza Guerra Mondiale. Da allora, l’ex capitale del mondo era stata rigorosamente protetta e restaurata come bene comune dell’umanità, e il suo controllo era stato affidato all’Istituto di Studi Romani, sito proprio in quel campidoglio che, prima della distruzione, ospitava una delle più belle piazze del mondo. Fu proprio in questo vetusto palazzo che il capitano Jean-Luc Picard dell’Enterprise entrò con fare quasi solenne per incontrare il professor Marconi.

Lo studioso aveva un grande laboratorio che si affacciava proprio su quelli che erano stati i fori imperiali. Ricevette il suo ospite con grande cordialità, innanzi ad una teiera fumante ed a una guantiera di dolci assortiti.

“Lei mi vizia professore…”, mormorò il francese.

“La sua visita è un onore così grande…”.

Sorbirono un po’ di te, poi si guardarono a lungo negli occhi. Fu l’archeologo italiano che ruppe il silenzio.

“Lei si chiederà come mai l’abbia contattata…”.

“Beh, in effetti sì…Ma non troppo, tornare a Roma è un piacere così grande…”.

“E’ successo un fatto grave, Jean-Luc…Posso chiamarla Jean-Luc?”.

“Ma naturalmente…”, disse il capitano fortemente incuriosito.

“Abbiamo fatto una scoperta sensazionale, lei sa cos’è la cronoarcheologia?”

“E’ lo studio della storia attraverso l’ausilio di sonde temporali che vanno indietro nel tempo per raccogliere dati sui misteri dell’antichità…E’ in uso solo da un paio d’anni e, se non sbaglio, è stato lei il fautore di questa tecnica…”.

“In effetti sono stato io a metterla a punto…Questa, come dice lei, tecnica…Ci ha permesso di datare con esattezza monumenti e rovine; ci ha permesso di scoprire cosa servissero i monumenti megalitici e come furono costruite le piramidi; e ci è servita anche per scoprire alcuni attentati temporali che siamo riusciti a sventare…”, Marconi pronunciò le ultime parole con calma, studiando attentamente la reazione del suo interlocutore, quindi si sedette e finì di bere la sua tazza di te.

“Attentati?”, chiese Picard sorpreso.

“Sì, attentati…Cosa mi direbbe se le dicessi che Caio Giulio Cesare non avrebbe dovuto morire ucciso dai senatori romani il 44 a.C. ?”.

“Che…E’ impossibile…”.

“Ed invece è così, signor Picard…Giulio Cesare è morto per una cospirazione temporale, per un attentato…Se egli non fosse perito, ucciso dai congiurati, sarebbe vissuto altri dodici anni, avrebbe fondato una dinastia imperiale, avrebbe messo sul trono suo figlio Cesarione e i suoi discendenti…La dinastia sarebbe durata quasi mille e trecento anni, e Roma sarebbe divenuta padrona del mondo…E, soprattutto, scavalcando completamente il Medioevo, la nostra civiltà si sarebbe evoluta molto tempo prima, raggiungendo le stelle con quasi quattrocento anni di anticipo…La pax romana, avrebbe evitato tre guerre mondiali, unificato il mondo sul finire del settecento…”.

“Ma è sicuro di quello che dice, professore?”, chiese Picard stupito.

“Guardi qua…”, disse Marconi mostrando una serie di reperti.

Si trattava di antiche monete di oro e rame, con date che le facevano risalire da un minimo di mille a un massimo di duemila anni. Le effigi che portavano impresse erano quelle di re e imperatori, vi era un Cesare XVIII, un Giulio V, un Caio Claudio XIII. Accanto alle monete, una pistola a tamburo con l’impugnatura in legno su cui era incisa una strana scritta: “Esercito della Repubblica Romana anno 831”. Infine, un nastro magnetico e un apparecchio di riproduzione. Marconi lo inserì e subito la cassetta emise alcuni suoni: erano una sorta di latino, ma molto più semplice e lineare.

“Oggi, il Presidente della Repubblica Romana, l’onorevole Caio Giulio Augusto Ekilos, ha salutato i gloriosi astronauti che hanno partecipato al primo volo su Marte…Da questo momento, ha detto il presidente, le frontiere del sistema solare sono molto più vicine…”.

“Dove sono stati raccolti questi reperti?”, chiese Picard.

“In una spedizione cronoarcheologica…”.

“Ma è vietato raccogliere testimonianze concrete durante queste spedizioni…”, esclamò il capitano in tono sorpreso.

“Signor Picard, lei ha la minima idea di cosa c’è in gioco…”.

“Chi ha tentato di cambiare la storia, facendo uccidere Cesare?”, chiese il capitano.

“…La cosa è avvenuta quasi duecento anni or sono, sul finire della guerra con i Romulani…Nella linea temporale alternativa i Romulani sono usciti sconfitti dal conflitto e per cambiare le loro sorti sono tornati indietro nel tempo, cospirato per uccidere Cesare e, una volta mutata la storia, si sono trovati di fronte una Federazione di gran lunga più debole che hanno facilmente controllato. I trattati di pace che sono seguiti, la zona neutrale e tutto il resto, il mondo cioè come lo conosciamo noi, deriva da questo…”.

“E’ difficile da credere, professore…”, disse Picard alzandosi dalla poltrona dove quell’incredibile rivelazione l’aveva sprofondato. “Io in cosa posso esserle d’aiuto?”.

“Voglio che lei torni indietro nel tempo, voglio che lei rimetta la storia nei suoi giusti binari, voglio che impedisca che Caio Giulio Cesare venga ucciso per le Idi di Marzo del 44 a.C….”.

“Ha informato i vertici della Federazione di tutto ciò? E’giusto che loro sappiano…”.

“Io la credevo un uomo di azione, signor Picard…Lei stesso, quante volte ha preso decisioni importanti per la Federazione senza informarne prima i suoi vertici?”.

Era un’argomentazione decisamente importante. Jean-Luc Picard lo guardò a lungo, quindi si diresse verso la finestra che dava proprio sugli scavi. Un sole forte e intenso illuminava il Foro. Erano passati quasi duemila e cinquecento anni da quando quelle vie e quelle strade erano piene di gente e di vita; ora, solo sassi e rovine arrostivano ai caldi raggi della nostra stella. Si voltò, aggiustò la casacca della sua uniforme e quindi si avvicinò solenne al suo interlocutore. Augusto Marconi lo guardava con un vago sorriso sulle labbra e il suo capo era reclinato leggermente in avanti, quasi volesse accennare ad un sì.

“…Va bene, professore, farò come lei vuole, andrò ad informare Cesare della sua sorte imminente…”.

“Se è deciso, ci vediamo domattina alle 8 in punto, le spiegherò ogni cosa…”.

“Ci sarò…”, disse il capitano.

Quando giunse a Labarre si fece lasciare a un paio di chilometri dalla tenuta della sua famiglia. Il sole stava tramontando lentamente all’orizzonte, iniziò a camminare e dopo qualche passo si fermò. Prese un comunicatore e lo attivò.

“Qui Riker…”, rispose subito una voce.

“Comandante, parla Picard…Ho una missione importante da affidarle, prenda con sé il consigliere Troi, il signor Data e Geordi La Forge e osservi scrupolosamente le istruzioni che le mando…”.

“Subito capitano…”. La trasmissione durò pochi secondi, quindi la voce del primo ufficiale dell’Enterprise si fece nuovamente udire. Era sorpresa e, in parte, sconvolta; ma il tono era comunque deciso, pronto all’azione.

“Sarà fatto…”.

Quella sera, mentre cenavano disse a sua cognata che era stanco, che l’indomani mattina si sarebbe dovuto alzare presto per recarsi a Roma.

“Ma Jean-Luc, dovresti riposare, ne hai così poche occasioni…”.

“Ma io sto già riposando, mi riposo coltivando il mio hobby più sincero, l’amore per la storia e l’archeologia…”, e, detto questo, aspirò l’agre fragranza del vino e lo bevve a piccoli sorsi.

Il laboratorio di Augusto Marconi, quella mattina, era in pieno fermento. Quando il capitano Picard ne varcò la soglia, fu colpito da una decina di persone che vagavano per la stanza con fare dissennato. Il professore si trovava accanto al suo terminale di computer e dialogava con la macchina sbattendo il pugno sul tavolo; era su di giri, forse per l’intensità del momento o, molto più probabilmente, per sua natura caratteriale.

“Allora signor Picard, è pronto?”, chiese l’italiano tradendo un leggero accento romanesco.

“Quasi, prima devo mettermi in contatto con i miei ufficiali, ho alcune consegna da fargli…”, rispose il capitano con fare cordiale.

“Il dovere prima di tutto, il dovere…”.

Jean-Luc comunicò concitatamente con qualcuno e dopo pochi istanti la dinamica dissennata del laboratorio si fermò stupita dalla luce e dal tipico rumore di un teletrasporto. Tutti gli assistenti di Marconi e il professore stesso si fermarono sorpresi dal vedere sbucare dal nulla Riker, Data e Troi. Bazzicando tra le antichità, non erano certo abituati a vedere molti eventi simili. Comunque, appena i tre ufficiali furono del tutto materializzati, il numero uno di Picard porse al suo capitano un dipad.

“Questo è tutto ciò che abbiamo scoperto, signore…”.

“Grazie William…”, disse Jean-Luc osservando attentamente ciò che Riker gli aveva dato.

Augusto Marconi aveva il volto contrariato da quella strana visita. Probabilmente non voleva essere disturbato in un momento così importante; oppure, cosa più probabile, aveva qualcosa da nascondere, perché, istantaneamente diede ordine al suo computer di terminare il programma che aveva in corso e di resettare l’esperimento.

“Non si preoccupi per la sicurezza, professore…”, lo apostrofò Picard udendo quei comandi. “I miei ufficiali sono uomini fidati, vero?”.

“Verissimo, signore…”, rispose Data.

“Allora, veniamo al dunque…Il signor Augusto Marconi, insigne esperto di archeologia Romana, specialista in cronoarcheologia, ieri mattina mi ha messo al corrente di una straordinaria scoperta…”, l’incedere verbale del capitano era calmo e misurato, nel contempo compiva lenti passi attorno al suo interlocutore, quasi volesse metterlo in soggezione. “Giulio Cesare non doveva essere ucciso nelle idi di marzo del 44 a.C. …La cosa, inutile nasconderlo, mi ha messo un’enorme curiosità addosso, conoscete tutti la mia passione per la storia e l’archeologia…”.

“La conosciamo e l’ammiriamo…”, disse Deanna.

“Comunque, il professore mi ha anche detto che ad organizzare l’assassinio di Cesare sono stati i romulani, i quali hanno scoperto che se il grande dittatore romano fosse morto, la linea della storia avrebbe subito un cambiamento sostanziale…A noi, che abbiamo sempre conosciuto la storia del “Anche tu figlio mio!”, la storia della morte violenta e cruenta del generale romano, tutto ciò può apparire incredibile, eppure, per chi ha studiato dinamica temporale, per quanto assurdo, tutto ciò può essere anche vero…”.

“E’ vero!”, esclamò Marconi.

“In un certo senso…Caro professore, in un certo senso…Oggi lei avrebbe voluto che io compissi un viaggio a ritroso nel tempo, ed impedissi la morte di Cesare, questo avrebbe messo in moto una linea temporale alternativa (che lei ritiene però quella originale), nella quale l’impero Romano avrebbe dominato la Terra fino alla fine del XX secolo, portando l’uomo sulla luna quasi duecento anni prima…Interessante, molto interessante…Allora io ho chiesto ai miei collaboratori di compiere alcune indagini…Ciò che hanno scoperto è veramente interessante…”.

Si avvicinò al terminale del computer, collegò il dipad alla macchina e subito, in un grande schermo, apparve un’immagine leggermente sfocata ma leggibilissima. Sulla sinistra un uomo sulla sessantina con il naso adunco e lo sguardo penetrante, vestito con una toga violacea, allo stile romano; sulla destra, in una tunica bianca stretta in vita da un cordone giallo, il professore Augusto Marconi, riconoscibilissimo, anche se vagamente camuffato da una capigliatura posticcia, che porgeva all’uomo accanto a sé un rotolo di probabile pergamena.

“Mi sono subito chiesto come mai, un appassionato storico della sua grandezza, chiedesse ad un altro di compiere un incontro così sensazionale come quello di conoscere Giulio Cesare?” disse Picard. “Ma è ovvio, mi sono risposto, perché lo ha già conosciuto…”.

Il professore si coprì il volto con le mani, quindi si alzò e andò a fissare il mondo esterno dalla finestra che dava proprio sulle vestigia del Foro. Scoteva il capo con fare svagato come se volesse dare l’idea che l’intera vicenda non gli interessasse più, alla fine, dopo parecchi secondi, si voltò verso i suoi ospiti e li fissò a lungo.

“La civiltà romana è stata la più grande…Questa vostra Federazione è un futile esperimento in confronto ad essa…Sì, ho scoperto che se Cesare non fosse stato ucciso dai congiurati, l’intera storia della razza umana sarebbe cambiata, ed ho cercato di impedirlo…Ma non ho ottenuto nulla, ecco perché ho chiamato lei, signor Picard…Purtroppo, ha scoperto ogni cosa…I vostri stupidi scrupoli ora vi impediranno di cambiare lo stato delle cose…Ma lo sapete che la PAX ROMANA potrebbe impedire lo scoppio di tre guerre mondiali, il genocidio degli ebrei, la caccia alle streghe…Lo capite cosa significherebbe? E tutto questo impedendo a Cesare di essere ucciso?”.

Picard e i suoi ufficiali avevano ascoltato il lungo soliloquio con uno sguardo pieno di incredulità e pietà per l’insigne studioso, poi il capitano fece cenno a Riker, Data e Troi di uscire dalla stanza. Quando fu solo con Marconi, gli si avvicinò, gli porse la mano, tesa, piena di stima.

“La saluto professore…”.

“Dirà tutto, vero?”.

“Lei, come storico, deve sapere che ogni uomo è quello che è per via dei suoi errori e delle sue debolezze…Il resto non ha significato…”.

“Allora dirà tutto, ma comprende le mie debolezze…”.

Picard ritrasse la mano e lo salutò con un cenno del capo.

Quella sera si sedette vicino al camino per sorseggiare l’ultimo vino creato dal fratello. Sua cognata Marie lo guardò a lungo mentre leggeva con strano accanimento un vecchio libro. Fuori una leggera pioggia batteva sulle finestre e creava un suono quasi musicale. Il vento, poi, tirava il fuoco dalla canna fumaria e le fiamme gorgogliavano quasi fossero di seta.

“Ecco, ecco qua…”, disse Jean-Luc ad alta voce.

“Cosa hai trovato?”, chiese la donna.

“La quadratura del cerchio…”, rispose il capitano e chiuse il pesante volume che aveva tra le mani.

“Di cosa parla quel libro?”.

“E’ di uno storico latino di nome Svetonio…”.

“Capisco, ancora Roma…”, commentò Marie.

“Ancora Roma…”, disse il capitano avvicinandosi alla finestra e osservando la pioggia cadere. “Ancora Roma…”, mormorò nuovamente.

Quindi annegò i suoi pensieri nell’ultimo sorso di vino.


“Alle idi di Marzo, a lungo incerto se recarsi in Senato giacché la sua salute era malferma, fu infine convinto ad andarci da Decimo Bruto, uno dei congiurati. Volle dunque sfidare il destino: NON SI CURO’ DI LEGGERE UN BIGLIETTO CONSEGNATOLI DA UNO SCONOSCIUTO CONTENENTE UNA DETTAGLIATA DENUNCIA DELLA CONGIURA…”. ( Svetonio, Vita Dei Dodici Cesari, trad. di Luca Canali, edizioni PIEMME)




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