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 L'Ultima Resistenza

Racconto pubblicato il 04/07/07
Autore: JADE


Kerya era seduta a gambe incrociate sul pavimento di pietra.
In grembo teneva il capo di quello che era stato il suo Condottiero e il suo amante, e con la mano libera gli accarezzava amorevolmente gli arruffati e annodati capelli neri.
Quante volte lo aveva aiutato ad intrecciarli, prima delle grandi battaglie! Questa volta non aveva neppure avuto il tempo. Il Nemico era piombato senza preavviso nel loro mondo, seminando morte e disperazione.
Lo sguardo si spostò sul ventre del suo amato, squarciato da un’affilata lama. Oramai il sangue sgorgato era seccato, impregnando la rozza tunica. Non avevano neppure fatto in tempo ad infilarsi le armature, solo ad impugnare le armi.
Un suono strozzato fuori dalla porta le fece alzare la testa di scatto. L’ultima guardia doveva essere stata soppraffatta dal Nemico. Probabilmente Gunth. Era il secondo in comando, e guardia del corpo personale di loro due. Non sapeva che stava oramai difendendo un cadavere e una morente.
Morente…
Sollevò la mano che teneva premuta sulla schiena e la trovò ancora sporca di sangue fresco. Colpire alle spalle una fuggitiva… Un comportamento degno del Nemico. Un uomo che chiamava loro “sporchi codardi” perché lo combattevano in gruppo. Che li chiamava “bestie”e “animali”.
Lui che li aveva sorpresi nel sonno, uccidendo in silenzio le sentinelle, fino ad arrivare ai Condottieri. Il suo amato si era svegliato in tempo, impugnando subito la spada, e questo l’aveva salvato da una morte disonorevole, ma poi…
Lo sguardo ricadde sul volto che aveva in grembo, contratto da una smorfia di dolore, mentre dalla porta provenivano colpi, segno che qualcuno la stava cercando di abbattere.
Si ricordava ancora oggi come si era sentita quando il Condottiero stesso le aveva portato il suo dono di nozze. Nessuno era meglio di lui. E nessuno l’avrebbe resa più felice.
Non ricordava neppure più a quante battaglie avevano preso parte, lui in avanscoperta, armi in pugno, e lei nelle retrovie, a scagliare i suoi incantesimi sugli avversari.
E alla fine, a festeggiare la vittoria nelle loro stanze, l’uno nelle braccia dell’altro.
Non avrebbe pianto, non l’aveva mai fatto, non era uso del suo popolo e non era uso suo. Ma avrebbe venduto cara la sua pelle! Con rabbia afferrò il bastone da sciamano appoggiato al suo fianco, depose gentilmente il capo del suo unico amore a terra, e si alzò in piedi, ignorando le fitte di dolore alla schiena.
Oramai i colpi alla porta continuavano da un pezzo, e un cardine saltò, rotolando sul pavimento della grotta. Kerya impugnò saldamente il bastone, invocando silenziosamente la sua divinità.
E all’improvviso il rozzo pannello di legno cedette con uno schianto.
E dall’uscio apparve il Nemico.
Solo, come sempre. Con l’armatura candida, bollata in più punti. Con la spada in mano, avvolto da un tenue bagliore bianco dei suoi incantesimi.
Sul volto poteva benssimo leggere il suo odio, il suo disprezzo per quello che lei rappresentava.
Kerya sollevò le labbra, scoprendo una lunga fila di zanne aguzze, e ruotò il bastone verso di lui, sapendo che avrebbe perso, sapendo che sarebbe morta.
Ma una Condottiera dei Goblin non muore mai senza combattere, e si scagliò avanti.




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