Occulta Cognitio Gdr
Gioco Chiuso
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Nome Gioco: Occulta Cognitio Gdr
URL:
https://occultacognitiohogwarts.forumfree.it
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Categoria: Play by Forum
Genere: Harry Potter
Stato: Chiuso
Descrizione:
Muffa. Lo scantinato odorava di muffa e polvere ma per il giovane uomo dai capelli biondo cenere non era importante: lì c’era Lei. Si sedette sul bordo del letto su cui lei giaceva ormai da tempo e gli accarezzo il viso con dolcezza specchiandosi negli occhi blu di Ariana. Anche quelli del ragazzo erano blu, ma non dello stesso medesimo colore: quelli di lui erano più chiari, privi delle venature grigie che le erano proprie. All’apparenza potevano sembrare simili, ma se qualcuno si fosse mai preso la briga di osservarli veramente avrebbe potuto notare quanto diversi fossero.
«Come stai?» chiese lui chiamando a raccolta il più tenero dei sorrisi nel tentativo di velare la preoccupazione che serbava nel cuore. La donna si drizzò a sedere e si mise le mani sul ventre gonfio accarezzandolo con dolcezza. Con quello sguardo, quasi infantile, immaturo eppure felice, con gli occhi colmi di una gioia pura, incosciente. «Non potrei stare meglio.. non affannarti troppo Albus, sto bene e lei sta bene.» disse sorridendo e guardando protettiva il proprio corpo con uno slancio che andava aldilà dell’istinto materno: era importante, non semplicemente importante per lei, era importante e basta, e se non lo era ora lo sarebbe stata. Lui annuì, le toccò i capelli in maniera quasi impacciata e le diede un bacio sulla fronte pallida che sembrò ad entrambi durare un infinità. E forse fu proprio così. [...]
La verità, prima o poi è una cosa che deve venire a galla e dopo secoli sento il bisogno di narrare al mondo magico ciò che per tutto questo tempo io sola ho conosciuto a pieno. Per capire tuttavia realmente cosa accadde bisogna partire da molto tempo addietro.
Muffa. Lo scantinato odorava di muffa e polvere ma per il giovane uomo dai capelli biondo cenere non era importante: lì c’era Lei. Si sedette sul bordo del letto su cui lei giaceva ormai da tempo e gli accarezzo il viso con dolcezza specchiandosi negli occhi blu di Ariana. Anche quelli del ragazzo erano blu, ma non dello stesso medesimo colore: quelli di lui erano più chiari, privi delle venature grigie che le erano proprie. All’apparenza potevano sembrare simili, ma se qualcuno si fosse mai preso la briga di osservarli veramente avrebbe potuto notare quanto diversi fossero.
«Come stai?» chiese lui chiamando a raccolta il più tenero dei sorrisi nel tentativo di velare la preoccupazione che serbava nel cuore. La donna si drizzò a sedere e si mise le mani sul ventre gonfio accarezzandolo con dolcezza. Con quello sguardo, quasi infantile, immaturo eppure felice, con gli occhi colmi di una gioia pura, incosciente. «Non potrei stare meglio.. non affannarti troppo Albus, sto bene e lei sta bene.» disse sorridendo e guardando protettiva il proprio corpo con uno slancio che andava aldilà dell’istinto materno: era importante, non semplicemente importante per lei, era importante e basta, e se non lo era ora lo sarebbe stata. Lui annuì, le toccò i capelli in maniera quasi impacciata e le diede un bacio sulla fronte pallida che sembrò ad entrambi durare un infinità. E forse fu proprio così.
I miei genitori; tutti conoscono i miei genitori, solo non sanno che per me sono tali. Tutti parlano un sacco, raccontano un sacco di storie sui miei ed in quanto a me non mi resta altro che ridere, ridere della loro ignoranza, di tutte le invenzioni di cui si riempiono la bocca, di tutte le congetture che si sentono in giro. Scandali su scandali, chiacchiere e racconti quasi divenuti leggende, non hanno fatto altro che popolare sulla bocca di maghi e streghe di ogni tempo; molte volte giornalisti e pettegoli hanno creduto, sperato, di aver raggiunto la verità senza rendersi conto di quanto essa non fosse lontana. Non possono nemmeno immaginare cosa c’è dietro a ciò di cui non hanno fatto altro che autoconvincersi per decenni: Ariana Silente, una maganò che vive nascosta da una madre che prova vergogna per lei, ai margini della società? No, piuttosto Ariana Melissa Sheepard, babbana con l’unica colpa di essersi innamorata del mago sbagliato; mio padre, Albus Silente, non ha mai avuto sorelle, più semplicemente un egoismo malato che lo ha portato a rovinare la vita di mia madre. Mio padre oltre che egoista era un gran vigliacco; che preferì che la gente gli attribuisse l’assassinio di sua sorella piuttosto che far trapelare la verità: si era innamorato di una babbana. Conobbe mia madre; era bella, giovane, ingenua e priva di poteri, e se ne invaghì, mia madre era troppo fragile ed indifesa per resistergli e se ne innamorò irrimediabilmente. Mio Padre però aveva grandi progetti pe il suo futuro e non poteva permettere che la gente sapesse che Albus Silente, il mago che voleva conquistare il mondo, avesse intenzione di sposare una donna priva di poteri magici; così la nascose la fece vivere nell’ombra . Mio padre, l’uomo che tutti conoscono come colui che amava predicare l’uguaglianza tra maghi e babbani era in realtà un giovane pieno di sé con un’ossessione mal celata per la supremazia della razza magica. Tuttavia l’amore che gli coinvolse era degno di essere comparato a pochi altri e fu inevitabile e che lui fece nascere una nuova vita dentro di lei. La mia vita.
Alice, spuma marina; non penso mia madre sapesse il vero significato del mio nome, con ogni probabilità l’aveva scelto perché era corto e semplice, semplice soprattutto, un nome che non avrebbe faticato a pronunciare. Un nome dal suono dolce e melodioso. Mia madre era così: schietta, elementare, una sempliciotta; ma mi voleva bene, più bene di chiunque altro, e me ne accorsi troppo tardi.
Era una donna fragile, la gravidanza ed il parto avevano reso la sua salute ancor più cagionevole, eppure non c’è stato giorno che io ricordi in cui sul suo viso scarno non splendesse il più sereno e dolce dei sorrisi. Dicevano tutti che assomiglio a mio padre, e probabilmente lo direbbero anche ora, ma solo perché non hanno mai visto mia madre. Ovviamente mio padre non poteva rivelare al che io fossi sua figlia, avrebbe fatto fin troppo scalpore e la gente avrebbe iniziato a fare domande e questo lui non lo voleva di certo; tutto quello che si era così tanto impegnato a nascondere e soffocare sarebbe irrimediabilmente venuto a galla se non avessimo agito con cautela. Tuttavia da me si continuava comunque a pretendere il meglio: io dovevo essere come lui, fare quello che lui era stato in grado di fare e anche ciò di cui non era stato capace. Perciò Hogwarts doveva essere la mia strada; aveva da poco ottenuto la cattedra di Storia Della Magia quando iniziai gli studi presso la scuola: dovevo semplicemente fingere di essere figlia di un cacciatore di kimere suo caro amico, sempre impegnato in lunghi viaggi in Oriente che mi aveva affidato a lui. Questa messinscena non era poi del tutto falsa: quel padre immaginario era scappato da me per dare la caccia a kimere in posti selvaggi e lontani, il mio padre reale invece era scappato da me per rincorrere i suoi sogni, o almeno ciò che ne restava. Tutta questa farsa mi piaceva, in principio, mi sentivo così complice di mio padre, avvertivo quel disperato desiderio di sentire che lui fosse orgoglioso di me, crescere sempre di più, giorno dopo giorno, nel mio profondo. Solo dentro quelle mura quasi sentivo che fosse così: fui smistata nei Corvonero, la casa dei sapienti, era soddisfatto di questa cosa, non faceva altro che ripetermi che ero una strega incredibilmente dotata e che avrei fatto grandi cose con la mia intelligenza. Quello che allora non capivo è che tutto ciò che gli serviva era un burattino, una marionetta, qualcuno che gli facesse da facciata: io. Lui mi voleva bene, non lo nego, dopo che mia madre si ridusse all’ombra di sé stessa mio padre riversò tutto ciò che provava per lei su di me; io ero la sua unica speranza, io potevo ancora brillare, ma mai gli venne in mente di chiedere ciò che volessi, io. Ormai non ero altro che una sua imitazione, incapace di capire ciò che realmente ero e volevo, solo schiava della continua ricerca della sua approvazione.
Hogwarts, una scuola, una casa, la mia rovina. Senza quella scuola non avrei mai dato modo a mio padre di tentare di usarmi, ma soprattutto non avrei mai conosciuto lui: Tom. Io ero una stupida e lui era diverso: non era semplicemente bello ed intelligente, lui aveva quel qualcosa in più; quel qualcosa in più che mi stregò. Mi mostrò un mondo diverso, mi fece credere che ciò che lui mio offriva erano i miei sogni, che mi avrebbe liberato da mio padre, non mi resi nemmeno conto che ciò che lui mi stava offrendo era esattamente ciò che mio padre faceva: manipolarmi; solo farmi manipolare da lui era così dannatamente dolce. Non mi dimenticherò mai la prima volta che lo vidi.
Nel momento in cui Alice aveva scelto di trascorrere la giornata nella solitudine del ponte sospeso della scuola non avrebbe mai immaginato che quel giorno avrebbe posato gli occhi sul ragazzo più misterioso e affascinante che avesse mai visto; eppure nel momento in sui i loro sguardi si incontrarono Alice si convinse che il loro incontro non era affatto il frutto di semplice coincidenze.
Non aveva mai creduto nel destino, lei la razionale Alice, intelligente dotata e logica non poteva credere nel destino, esistevano solo i fatti eppure in quel momento ogni sua convinzione venne stravolta.
Era appoggiata alla ringhiera del ponte sospeso, si era portata un libro da leggere, e se ne stava lì a fissare le pagine senza vedere le parole immergendosi in chissà quali pensieri quando una voce vellutata, e piacevole la interruppe.
«Mh.. Corvonero, giusto? » chiese con un sorriso sghembo stampato in volto.
Alice si girò di scatto, quasi spaventata e rimase come ipnotizzata, annuì ricambiando con un sorriso incerto. Quello era il principio, il principio della fine.
«Tom Riddle, quarto anno, Serpeverde, per servirla.»
L’amore; a quanto pare è la maledizione di famiglia, esattamente come per mia madre mi sono lasciata rovinare, sopraffare da questo sentimento, in balia di uomini sbagliati per i quali avremmo fatto di tutto, anche rovinare la nostra esistenza, e non solo la nostra. Innamorarmi di Tom è la cosa più insensata e masochista che io abbia mai fatto, ma se mai avessi una seconda possibilità rifarei quell’errore di nuovo, di nuovo, e di nuovo.. Ogni giorno passato con lui era un momento di pura e semplice felicità, quella dipendenza piacevole che ti accorgi poco a poco essere amore e che desideri sempre di più che ti colmi dentro, come un instancabile frenesia. Lui era tutto. Non era semplice questione di attrazione fisica: Tom era bello, semplicemente perfetto, lineamenti delicati e piacevoli a vedersi, occhi profondi e misteriosi, e fisico scolpito, ma soprattutto affascinante con quella sua voce vellutata; ma tra me e lui c’era molto più di questo… Io e lui potevamo passare anche giorni interi parlando, conoscevamo a fondo l’uno l’altra, ci capivamo ed il nostro profondo era sempre nudo l’uno di fronte all’altro, mi divertiva e mi capiva, era interessante e interessi ci accumunavano, pareva leggermi dentro; sembrerà strano ma eravamo due ragazzi normalissimi, semplicemente molto felici ed innamorati. Giudicatemi, dite pure ciò che volte, pensate che io sia una pazza e che nessuno mai potrebbe innamorarsi di un mostro come quello, ma voi non avete mai conosciuto Tom Riddle: non avete mai conosciuto quel ragazzo testardo e sfrontato, incredibilmente dotato che ho conosciuto io, voi non avete mai incontrato i suoi occhi quando ancora erano fragili, velati dal dolore, ma colmi di vita, voi non avete mai provato il tocco dolce delle sue mani sulla pelle; ma io si, e se aveste anche solo conosciuto uno dei più piccoli ed insignificanti particolari di Tom non trovereste poi tanto folle il mio amore per lui.Ero così felice prima che tutto cambiasse: all’inizio le cose era piccole, quasi impercettibili ma io le sentivo, mi accorgevo di tutto: di quell’ombra scura che iniziava ad accompagnare il suo sguardo, di tutte le mancanze, della lontananza, di quanto fosse diventato pieno di sé e suscettibile; ma non volevo vederle, non volevo rendermi conto che lo stessi perdendo, ogni giorno di più. Era l’inizio di ciò che sarebbe diventato, mio padre me lo disse, lui lo aveva capito fin dal principio, era sempre stato ostile nei confronti di Tom, lo guardava con un certo di stacco e non approvava il fatto che passassi con lui gran parte delle mie giornate. Credevo ci volesse dividere per volermi tutta per sé, cercava solo di proteggermi, di proteggere tutti quanti. Non gli diedi ascolto, anzi mi arrabbiai così tanto che per giorni mi chiusi in me stessa rifiutandomi di rivolgergli la parola. Mi sentivo libera, fiera di me stessa, perché ero riuscita a non piegarmi al suo volere senza sapere che inconsciamente era china a quello di un altro.
Tom restava al mio fianco, ma con il tempo tutto divenne diverso, non ero più una persona d’amare ma bensì un oggetto da possedere, in modo sempre più ossessivo. Assomigliava sempre più al rapporto tra me e mio padre, ora non si prendeva nemmeno la briga di nasconderlo celandolo dall’affetto, ma era diverso, mio padre non mi avrebbe mai parlato così. Diventò irascibile, geloso e sgarbato, come se dovessi semplicemente stargli accanto ma non fossi alla sua altezza. Però dovevo farlo, ero sua, sua e basta nulla di più, dovevo servirlo e riverirlo, essere carina ma non disturbarlo mentre lui faceva il buono ed il cattivo tempo con me. Poi iniziò a fare discorsi strani, parlava di potere, proprio come faceva mio padre, ma non avevo mai visto in mio padre quella scintilla di pazzia. Come una stupida pensai quasi che in fondo lui lo detestasse tanto perché era il figlio che non aveva avuto, lui era ciò che io non ero in grado di essere: condividevano gli stessi sogni, parlavano allo stesso modo; ma non era la semplice emulazione, come quella che tentavo io, Tom ci credeva davvero, era questo che mi faceva paura. Non riuscivo più a sopportarlo e poi ci fu quel giorno. Tom giocherellava con l’orologio da taschino dorato facendolo girare fra le dita come fosse una trottola mentre parlava come se stesse dialogando da solo ignorando lo sguardo confuso e preoccupato di Alice.Lei non cercava il suo sguardo, guardava l’orologio: gli lo aveva regalato lei, prima dell’estate, quando tutto era come doveva essere, guardava con quanta foga se lo rigirava tra le mani, senza cura o rispetto, come le sue dita incuranti raschiavano sul prezioso quadrante come fosse un semplice sasso.
«Devo farlo, non c’è altro modo, è un sistema geniale, perfetto, riuscirò ad avere il controllo di tutto in quel modo ness..» farneticava mentre con gli occhi lucidi che reclamavano sonno, seguiva il percorso dell’orologio fra le sue dita proprio come Alice, ma lui non lo stava guardato davvero, i suoi occhi puntavano in quella direzione, ma non lo vedevano, vedevano i suoi piani e i suoi progetti che prendevano forma.
«Stai diventando pazzo, ma che diamine dici? Io non capisco. » Gli occhi di lei comi di lacrime. La ragazza alzò la testa di scatto proprio quando l’orologio scivolò dalle sue mani e cadde a terra: si ruppe. Uno sbuffo frustrato, lui alzò lo sguardo di scatto e diede un calcio a ciò che restava del suo dono e con un gesto aggressivo la prese per le spalle.
«Taci.» le ringhiò, ma lo sguardo spaventato che la ragazza gli rivolse gli fece comprendere che stesse perdendo oltremisura il controllo, come non aveva mai fatto. «Alice, mi dispiace..» iniziò lasciandola andare leggermente «Ti prego, non sono in me negli ultimi tempi.» fece per giustificarsi.
«Me ne sto rendendo conto» Disse lei con quello che sembrò un tono quanto più disperato che distaccato.
Se a questo punto la ragazza avesse fatto quello che intendeva fare senza che lui glielo impedisse tutto sarebbe andato in un modo diverso; ma quando Alice face per andarsene la mano di lui la trattene e la spinse a se e lui la baciò rendendola inoffensiva. Come ogni volta che Tom la baciava il mondo prendeva a girare attorno a lei e si sentiva debole ed inebriata, come fosse una droga.
«Non sfuggirmi, non posso stare senza di te: ho un piano e funzionerà amore mio. Devi solo dirmi che vuoi essere mia per l’eternità-» le disse con la voce che quasi tremava, per un attimo, quando la chiamò con quelle dolce parole, nei suoi occhi era ritornato lui: il suo Tom.
Alice annuì senza smettere di fissarlo, era quello che voleva: lui, il suo vero Tom, e lei per l’eternità.
«Allora devi sacrificare qualcosa di caro a te, qualcuno: qualcuno che non sia indispensabile, di sacrificabile, che già non vale poi molto: tua madre. E poi potremmo essere una cosa sola.»
Buffo no? Tutto il mondo magico considera mio padre il più grande mago di tutti i tempi attribuendogli l’unica colpa dell’uccisione di Ariana, unica colpa che non ha. Io sono colpevole, io sono stata il suo male, io ho ucciso mia madre. Nulla mi sembrava a suo confronto: sacrificare una semplice e stolta babbana, una donna fragile ed inutile, quasi rimbecillita per un eternità da passare con lui non era nulla. Fu così che stipulai il mio accordo con il diavolo, la mia maledizione e tutti quelli che pensano che la vita sia un inferno non possono nemmeno immaginare cosa significhi inferno per l’eternità.
Ora dovreste giudicarmi, amavo Tom, non me ne vergogno, non era ancora un mostro, lui no, il mostro ero e sono solo e soltanto io: ho sacrificato mia madre, la sua vita per la mia immortalità; la sua anima per un corpo che è immutabile ed immune ad ogni cosa; i suoi sorrisi per un cuore che non batterà mai più veramente. Niente più sogni nelle mie notti, niente più cibo per necessità, niente più malattie, niente più vita vera. Io sono solo un illusione, un ombra, una volata di fumo, uno scherzo della natura; sono impalpabile, incolore, inodore; esisto ma sono solo una scatola vuota, una scatola vuota che si ciba di ricordi e che ne ha sempre più sete.
Alice Silente; diciannove anni, si, diciannove anni da quasi un secolo ormai. Sapete qual è la cosa peggiore del vivere per sempre? Non dimentichi mai; tutti pensano che il tempo curi le ferite, ma ogni giorno che passa è come se esse si facessero sempre più marcate e dolorose. Quando ho detto che mi ciò di ricordo, non era una semplice metafora: io non ho bisogno di cibo per viere, solo di ricordi. Quello che faceva mio padre nel suo pensatoio, che vanno avanti a fare i presidi della scuola generazione dopo generazione è nutrirmi. I ricordi non mi servono per restare in vita, ci resterei comunque in ogni caso, servono per evitare quel dolore che mi colma, come un senso di vuoto, insopportabile che si annida nel mio petto, e raggiunge la mente, è senza fine, l’unico modo per evitarlo è immergermi in quel contenitore di ricordi. Non me ne servono sempre i nuovi, perché quando io mi immergo non incontro nessun’immagine, nessun ricordo, dormo e basta ed essi vanno a colmare il vuoto senza lasciare traccia. Mi entrano dentro, mi conoscono e io conosco loro, entrano a far parte di me. Se prima di diventare immortale dovevo vivere tenendo nascosta la mia identità ora dovevo vivere nascondendo me stessa perché il corpo in cui mi avevano condannato, l’immagine che immutabile mi accompagnerà per sempre non mi permette di avere legami con niente e con nessuno: non ci si può legare a qualcuno quando questo invecchia, il suo corpo degrada e muore mentre tu nella tua forma perfetta non fai altro che aspettare il momento in cui ti abbandonerà. Non ho chiaro in mente il fine per il quale egli mi abbia trasformato nell’orrore che sono; forse intendeva semplicemente usarmi, proprio come aveva fatto mio padre, oppure mi amava davvero ma di quell’amore che provava per me non ve ne era più alcuna traccia. C’era solo sé stesso.
Inizialmente tutto mi sembrava perfetto: il mio corpo non era un problema, nessuno si era accorto del cambiamento, mio padre era stato accusato al posto mio ma la cosa non gli aveva recato alcun danno, ero immune ad ogni male fisico ma soprattutto con me c’era lui. Io non avevo idea in cosa consistesse il suo piano; ero del tutto convinta che il suo unico scopo fosse una scalata politica delle più comuni, non un ascesa al potere che comprendesse una strage e delle guerre. Quando i veri intendi di Tom mi furono chiari compresi che non era più il ragazzo di cui mi ero innamorata ma un mostro che aveva scelto di mutare il suo nome in Voldemort. Non passò molto dalla mia trasformazione perché la cosa si rivelasse: ogni giorno che passava era sempre peggio, ed iniziò a reclutare gente, predicare cose.. discorsi senza senso che mi facevano credere che fosse diventato folle. Quando poi prese a compiere i primi attacchi capì che Tom Riddle, il mio Tom, era ormai un ricordo lontano intrappolato all’interno di quell’essere mostruoso che portava il suo aspetto. Ebbi paura, lo temevo non perciò che avrebbe potuto farmi, ma perché non volevo raggiungere la consapevolezza di ciò che era diventato l’uomo che amavo e l’idea di svegliarmi un giorno e capire che tutto l’orrore nel mondo fosse causa sua mi terrorizzava. Come una codarda scappai, mi ritirai nell’ombra, sotto la protezione di mio padre invece di combattere contro di lui per impedirgli di portare a termine ciò che intendeva fare. Restai nell’ombra fingendo di non vedere ciò che accadeva al mio mondo, quando la vita è eterna non dai molto peso alle attese, anche se le passi sola, nascosta nelle foreste ai margini del mondo magico.
Quando quel bambino lo sconfisse per la prima volta io sapevo che le cose erano assai diverse: se Tom fosse morto io lo avrei sentito, sarebbe stato come morire a mia volta, per quanto assurdo possa essere da dire nella mia posizione, ma in quell’occasione non ebbi modo di provare quella sensazione e mentre tutti vivano sereni nella falsa consapevolezza che ogni pericolo fosse cessato io me ne stavo semplicemente in attesa: in attesa del suo ritorno per avere vendetta. In tutti gli anni di solitudine il mio amore per lui si trasformò in un sentimento che mi consumava l’anima ogni momento di più e che mi fece comprendere quanto ancora fossi innamorata di Tom e quanto odio provassi per Voldemort; ero realmente convinta, infatti, che dovessi essere io ad eliminarlo, di essere l’unica capace di ucciderlo. Non li vedevo come un'unica cosa, ma bensì come il mio Tom e quel virus che l’aveva avvelenato. Sciocca. Credere davvero di poter chiamare desiderio di vendetta un rimorso di coscienza, sciocca a credere di poter chiamare odio semplice rabbia, ero in attesa che tornasse, perché mi mancava. Così attesi, e per me un giorno, un mese, un anno o cento non fanno alcuna differenza: nulla sono a confronto dell’eternità. Me ne stetti dietro alle quinte fino all’ultimo istante: vidi annientare gli horcrux uno ad uno, vidi quel ragazzo maneggiare i doni della morte come fossero semplici accessori, vidi uccidere mio padre senza poter muovere un dito. Dovevo solo aspettare: non potevo aiutare il ragazzo, dirgli come maneggiare gli horcrux, difendere mio padre o aiutare studenti ed insegnati di Hogwarts. E in molti casi nemmeno lo volevo. Aspettare, aspettare fin quando il momento non fosse giunto, fin quando lui non sarebbe tornato da me.
Il vento le sfiorava il viso e faceva ondeggiare i suoi splendidi capelli biondi; appollaiata in quel modo, sulla tomba del padre, poteva sembrare una statua di marmo bianco: così perfetta, chiara, spenta, innaturale.
Aveva calcolato tutto, entro pochi attimi sarebbe stato lì: la cosa l’agitava, ma nessuno l’avrebbe mai detto: appariva calma, tutti i muscoli rilassati e gli occhi socchiusi.
Una folata di vento un po’ troppo impetuosa rispetto alle altre e lui era lì: fiero, letale, spietato, inumano ma.. sorpreso. Non si sarebbe mai aspettato di trovarla lì, ma Alice non riusciva a capire di che natura fosse quello stupore; se esso celava rabbia o qualcosa di assai diverso.
«Ciao Tom.» disse Alice con il tono più semplice ed inespressivo di cui fosse capace. Era contenta, sì lo era, era rimasta una delle poche persone capaci di stupirlo ed ora si considerava anche l’unica persona in grado di annientarlo. L’udire quella voce gli fece provare una sensazione strana, ma non nuova, un dolore al petto e una sorta di calore in prossimità del viso. Qualcosa che aveva già provato ma non ricordava in quale occasione. Non c’era tempo per i convenevoli: sguainarono le bacchette, scattarono in avanti e si baciarono.
Fu un bacio ossessivo, rude e aggressivo che parve durare un tempo infinito. Gli occhi dei due erano aperti e in quelli di lei si rifletteva l’immagine di un ragazzo, un giovane che sorrideva sfrontato, fragile ed innamorato, che provava un amore così puro, diverso da quel bisogni ossessivo che faceva vibrare ora i loro corpi di quell’amore, quell’amore quasi sporco..
I due corpi si accasciarono a terra senza mai smettere di baciarsi e si unirono in quel legame infrangibile e fatale.
Così fragile. Nemmeno sotto forma questa forma sono riuscita a resistergli. Io, io che volevo vendicarmi, ucciderlo, porre fine a tutto senza pietà sono caduta fra le sue braccia inerme e ho permesso a me stessa di far accadere ciò che quella notte avvenne.
Tom mi amava ancora, quella sera ne ebbi l’assoluta certezza, quando guardandolo vidi la stessa espressione giocosa che aveva un tempo, lo stesso innocuo e brillate mago, lo stesso Tom, che mi apparteneva. Nel momento in cui i nostri corpi si toccarono fui convinta che quel virus che se n’era impadronito poteva essere curato solo da me, che avrei dovuto farlo subito, invece di fuggire da lui, che non dovevo porre vendetta ma sanare la sua anima, e per il tempo della nostra unione ritornò davvero ciò che era stato, ma per non tornare mai più. Mi ero unita a lui senza opporre resistenza e quella notte lasciò un segno dentro di me che mai potrò cancellare. Nella situazione in cui il mio corpo era ridotto mai avrei immaginato che avesse potuto donare vita a sua volta; ma quella notte ebbi la prova del contrario: la nostra unione aveva generato nuova vita. Rimasi incinta; bastò quella semplice notte perché dentro di me si creasse nuova vita. Inizialmente ebbi la falsa illusione che dopotutto le cose potevano aggiustarsi, che ciò che Tom era divenuto potesse tornare indietro, come una tartaruga nel suo guscio, che si sarebbe fermato e che tutto sarebbe tornato come prima ma una volta che il Vaso di Pandora venne aperto non ci fu più modo di richiudere il male al suo interno, perché esso si disperse, e così sarebbe stato con Tom, ormai il male si era invaso in ogni cellula del suo corpo, lui era il male. Di ciò non mi ero ancora resa conto. La mia mente era a tal punto annebbiata da non rendermi conto di quanto folle non fosse la mia teoria e non mi resi neppure conto fino all’ultimo che lui non sarebbe cambiato mai.
Non mi ci volle nulla per capire ciò che al mio corpo era successo, dopo poco più di cinque settimane ebbe modo di dirmelo lui stesso, fui felice, speranzosa ed incredibilmente, stupidamente felice, dovevo proteggerlo, da tutto ciò che sarebbe successo, era l’unica cosa che mi sarebbe resta, mia per sempre perché venuta da me. Tom non lo voleva però, aveva paura per quella creatura che mi cresceva dentro giorno per giorno, paura per lui, paura per me. Per questo mi mandò da Lui.
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GdrID: 4894
Data Pubblicazione: 04/11/2013
Ultimo Aggiornamento: 27/04/2018
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