Terre di Thule
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Nome Gioco: Terre di Thule
URL:
http://www.terredithule.it
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Categoria: MmoRpg
Genere: Fantasy Storico
Stato: Chiuso
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mostra
Descrizione:
Un'antica leggenda nordica narra del dio Heindel che da tre diverse donne ebbe tre figli i quali furono i capostipiti delle tre categorie sociali. Thraell, il servo che aveva ruvide le mani e la faccia, curve le gambe e la schiena, grosse le dita. Karl il contadino rosso di capelli e di viso. Jarl, il conte dai chiari capelli, dalle guance lucenti e dagli occhi acuti come quelli di un giovane drago. Thraell sposò Tir, una fanciulla dal naso camuso e, tutti i suoi figli e nipoti furono schiavi come lui. Karl sposò Sùor ed ebbe una lunga discendenza di contadini. Jarl, che sin da bambino si trastullava con le armi, conquistò terre e accumulò ricchezze, sposò la saggia Erna che gli diede molti figli, che conservarono di generazione in generazione il dominio e la signoria.
Presso gli antichi Germani, quello degli adelingi era il ceto più elevato degli uomini liberi, ritenuti di origine divina e di capacità sovrana. E di origine divina erano considerati i Franchi Merovingi, sui quali fiorirono tante ipotesi e teorie, (anche esoteriche) collegate con il Graal. Alcuni studiosi interpretano il Santo Graal come Sang-Raal/Sang-Real cioè sangue reale, ritenendo che questa storia vada collegata con i Merovingi che discenderebbero così da Gesù Cristo, il quale era di sangue reale perché discendente dal re Davide e dalla Maddalena (Maria di Magdala), che sarebbe stata sua moglie, anch'essa di nobile origine e sposata nelle famose nozze di Cana. Gesù, poi, non sarebbe morto sulla croce, ma si sarebbe imbarcato con la moglie e uno o più figli, per la Francia. Nei Merovingi, quindi, si sarebbe perpetuata la stirpe di Gesù.
Il periodo aureo che vede il sorgere e l'istituzionalizzazione dei titoli nobiliari e dell'arte araldica è il medioevo. I primi titoli sorgono in rapporto all'amministrazione di territori, province e città
Presso i Longobardi troviamo il titolo di duca che costituisce la più alta carica subito dopo il sovrano. Quando Alboino aveva conquistato Cividale del Friuli (VI sec) aveva concesso al nipote Gisulfo il titolo e gli onori di duca del Friuli. Così man mano che continuavano le conquiste longobarde erano nominati dei duchi che governavano le città e i territori conquistati.
Presso i Franchi troviamo il conte, derivato dal comes il comandante di origine romana, e il marchese. Queste cariche furono istituite da Carlo Magno il quale conquistando nuove terre, ne affidava l'amministrazione ai conti, e le marche erano distretti militari di confine, i cui comandanti erano i marchesi, sotto Carlo Magno erano otto (la Marca di Bretagna, quella di Spagna, il ducato (ex longobardo) di Spoleto, del Friuli, dell'Istria, della Norbaldigia e i due distretti della Baviera).
Presso i normanni troviamo il titolo di barone che in precedenza indicava genericamente i feudatari e vassalli del sovrano.
Successivamente al disfacimento dell'impero carolingio, verso la fine del X sec., si ebbe quel grande movimento che prese il nome di feudalesimo. Si verificò infatti che in seguito alle lotte tra i discendenti di Carlo Magno, i signori che detenevano i beni in nome del sovrano, riuscirono ad ottenere i feudi a titolo personale per questo questi divennero ereditari. E questi titoli, che come abbiamo visto designavano gli amministratori che detenevano in nome del sovrano, vennero ora a designare i feudatari, titolari dei feudi . Il sovrano aveva anche il diritto di revocare titoli e benefici quando il vassallo si macchiava di fellonia, cioè di tradimento quando veniva meno al suo obbligo di fedeltà. Il titolo era strettamente legato ai benefici, costituiti da terre e castelli donde derivava il predicato, concessi in cambio della fedeltà e dell'obbligo di fornire armi e cavalieri quando il sovrano ne aveva bisogno per difesa o per conquiste.
Questi benefici erano detenuti in nome del sovrano, durante il regno di Carlo Magno. Successivamente i benefici erano divenuti ereditari, cioè trasmissibili in via maschile secondo il diritto franco (che seguiva la legge salica) oppure in via femminile, secondo la legge longobarda (e borgognona), purchè vi fosse un uomo che assumesse gli obblighi militari. La funzione dei feudatari e quindi della nobiltà da essi derivata, era quella di combattere per difendere il territorio a loro assegnato, non solo, ma di portare aiuto al sovrano al quale il feudatario era legato dal vincolo del giuramento, e al quale doveva essere fedele e prestare assistenza in tempo di guerra e consigli in tempo di pace. Egli, in caso di necessità del sovrano si presentava con un proprio seguito che variava da 50 a 150 o più uomini e altrettanti cavalli (che provvedeva a foraggiare). La funzione quindi dei feudatari sfociati nella casta della nobiltà (feudale) era quella di difendere il sovrano e il territorio, mentre al clero spettava la salvezza delle anime e alla borghesia-terzo stato (che comprendeva tutte le altre categorie sociali dal più ricco al diseredato), la produzione della ricchezza, e non a caso ricadeva su questa categoria il pagamento delle tasse.
Nel medioevo, per merito della chanson de geste si sviluppa la figura del cavaliere -chevalier - titolo molto ambito dagli esponenti della nobiltà di cui amavano fregiarsi principi e re, come Riccardo Cuor di Leone. La cavalleria, costituita in Ordine della Cavalleria, aveva portato una ventata di sentimenti che avevano raffinato la rudezza d'animo e di comportamenti di uomini adusi a una vita il cui scopo principale era combattere. Essa era fondata su principi di Lealtà e di Onore, con un misto di sacro e profano in quanto il cavaliere metteva la sua spada a difesa della Chiesa, della giustizia, dei deboli e degli oppressi da una parte, e dall'altra l'amor cortese che portava il cavaliere a struggersi d'amore per la donna amata, che non poteva essere la propria donna, ma la moglie di un altro, fosse questi il suo sovrano o il suo miglior amico, escludendosi che tale amore potesse esser riversato nei confronti di pulzelle (cioè di donne vergini e non sposate).
L'investitura di cavaliere era quindi riservata ai soli nobili che venivano a formare una casta nella casta. Essa poteva avvenire dopo un apprendistato come scudiero e dopo aver superato una prova di coraggio. Il figlio di un nobile passava normalmente il periodo dai sette ai quattordici anni , come scudiero (o paggio come si chiamerà successivamente), al servizio del sovrano o di un grosso feudatario, diventando poi cavaliere. Con una fastosa cerimonia che si svolgeva nella cappella del castello, dopo un bagno purificatore e una veglia d'armi (la notte passata nella cappella), era armato cavaliere (nel nome di Dio, s. Michele e s. Giorgio ti faccio cavaliere, sii valoroso e leale), e gli erano donati cingulum militaris e speroni dorati. Al cavaliere si dava originariamente lo scappellotto (colée), sostituito in seguito dal colpo di spada sulla nuca e sugli omeri del neofita inginocchiato. La cerimonia, per la quale si sceglieva la ricorrenza di qualche particolare festività, era accompagnata da tornei e festeggiamenti e terminava con un sontuoso banchetto e, spesso, finiti i festeggiamenti il novello cavaliere partiva in cerca di ventura.
Il cavaliere era tale perché legato indissolubilmente al suo cavallo. Senza cavallo sarebbe stato soltanto un uomo. Egli quindi allevava il suo destriero, che era un cavallo da battaglia o da giostra, forte, enorme, impetuoso, veloce e fedele, montato esclusivamente in combattimento. Nelle altre occasioni invece il cavaliere montava il palafreno che era un purosangue, ma di indole più docile e il gentiluomo al suo servizio (palafreniere), che accompagnava sempre il suo signore, guidava il destriero dal suo lato destro.
Le armi del cavaliere avevano anche un valore simbolico: la spada simbolo della croce, nel suo doppio taglio rappresentava la giustizia; la lancia significava la verità e l'acciaio della lancia la forza della verità; l'elmo, la vergogna del disonore senza la quale il cavaliere non poteva essere obbediente all'Ordine della Cavalleria; la corazza , castello e muraglia contro i vizi e gli errori; gli speroni, diligenza, prudenza e zelo che guidavano il cavaliere nel mantenere l'onore dell'Ordine; lo scudo significava l'ufficio del cavaliere; come infatti lo scudo era tra il combattente e il nemico così il cavaliere era il mezzo tra il suo re e il popolo.
Alla fastosità della cerimonia di nomina a cavaliere poteva seguire la umiliante degradazione durante la quale il cavaliere da un palco assisteva alla distruzione della sua armatura e della sua spada che veniva spezzata; il suo blasone veniva cancellato dallo scudo che legato alla coda di un cavallo era trascinato nella polvere e nello sterco. Gli venivano tolti gli speroni gli araldi gridavano il suo nome chiamandolo traditore, villano e sleale, mentre i sacerdoti gli scagliavano le più tremende maledizioni recitando il Deus laudem meam.
Accanto alla nobiltà feudale, con lo sviluppo delle città si viene a formare un altro tipo di nobiltà, appunto quella cittadina detta patriziato che trova il suo più fulgido esempio in quello veneziano. Nella Serenissima Repubblica troviamo infatti famiglie di antico lignaggio che avevano origine tribunizia discendenti cioè dai tribuni che avevano governato prima della creazione del dogato. Erano queste le famiglie antichissime o vecchie dette anche apostoliche dal loro numero alle quali andavano aggiunte le altre quattro dette evangeliste. A queste più antiche famiglie si aggiunsero le nove (nuove), cioè quelle che avevano raggiunto la nobiltà prima della serrata del Maggior Consiglio avvenuta nel 1260 e poi le novissime, ascritte al patriziato nel 1391. Erano tutte famiglie che potevano vantare tra i propri antenati, dogi papi e cardinali.
Ipatrizi veneziani erano tra i pochi in Europa che esercitavano il commercio, considerata arte vile e disdegnata dalla nobiltà. Si trattava comunque di commercio di livello industriale a carattere internazionale in quanto collegato con i traffici marittimi e con l'attività armatoriale. Moltissimi erano i capitani generali da mar che in tempo di guerra venivano scelti tra i patrizi che conoscevano l'arte marinaresca ai quali veniva affidata la condotta della guerra marittima. I figli dei nobili infatti erano imbarcati in giovanissima età sulle navi dove facevano la loro esperienza. Il caso di Marco Polo partito per la Cina a dodici anni non era un'eccezione.
Caratteristica del patriziato veneziano era quello di non avere titoli e predicati, e in verità non ne avevano bisogno. Bastava infatti chiamarsi Morosini, Contarini, Dandolo, Loredan, Soranzo che valeva più di tanti altisonanti titoli. Non a caso per illustri famiglie di terraferma (europee) era un grande onore essere aggregate alla nobiltà veneziana, come avevano ottenuto gli Orsini, i Colonna, gli Estensi, i Gonzaga, i Pallavicino, i Savoia, gli Asburgo, i Wittelsbach di Baviera, i Borboni di Francia.
La carica tribunizia (di derivazione romana) era stata istituita durante la dominazione bizantina. I tribuni erano scelti tra i grandi proprietari terrieri e, mentre in un primo momento avevano avuto il solo governo della vita economica, successivamente avevano assunto il dominio della vita amministrativa, civile e militare, impadronendosi quindi del governo locale che alla fine portò al distacco da Bisanzio con l'elezione del Doge.
I nobili quando erano a riposo, cioè quando non andavano in guerra a combattere, per tenersi in allenamento e per mostrare alle donne, per le quali spasimavano, il loro valore, partecipavano volentieri a giostre (combattimento che si svolgeva tra due concorrenti) e tornei (combattimenti che si svolgevano tra gruppi che potevano raggiungere un numero di cavalieri da quaranta-cinquanta e oltre). Su di essi erano sorte disquisizioni tra araldisti francesi e tedeschi che rivendicavano ciascuno la priorità dei tornei, ma i tornei erano sorti in Italia.
Essi erano occasione oltre che di divertimento, anche economica sia per i partecipanti che per la popolazione che arrivava anche da lontano. Queste gare duravano alcuni giorni e richiamavano mercanti, artigiani, giocolieri, prostitute che si presentavano più o meno sfacciatamente vestite. Per i tornei si presentavano grosse casate guidate dal capo o da un suo rappresentante, con seguito di gentiluomini e accompagnatori, tutti con gli stessi colori e sotto un'unica insegna.
Veniva montato l'accampamento, e tranne il capo che era ospitato nel castello, tutti la sera precedente provvedevano a lustrare e verificare le armature e bardature. Dame e cavalieri indossavano abiti coloratissimi. Le dame gettavano le loro sciarpe ai cavalieri che le avvolgevano attorno alle corazze o agli elmi. Tra la fantasmagoria di colori, di abiti, bandiere e stendardi, squilli di tromba, musica, l'atmosfera risultava magica ed eccitante. La sera, alla fine dei giochi era tutto un mercanteggiare sulle armi, sui cavalli, sui riscatti che si pagavano per gli ostaggi. Alla fine della giornata nel castello si svolgevano grandi festeggiamenti con banchetti, libagioni, danze e libertinaggi
Si sviluppa nel periodo dei tornei e l'araldica è l'arte di interpretare le armi (ossia le figure) riprodotte sugli stemmi. Il nome deriva dagli araldi che avevano il compito di organizzare giostre e tornei, erano i giudici di gara, annunciavano i partecipanti di cui descrivevano le imprese e la fama riconoscendoli dalle armi e dai colori dipinti sugli scudi, e riprodotte sulle gualdrappe dei cavalli e sugli stendardi.
Come si è verificato in altri campi, l'araldica italiana, nel contesto europeo, è stata la più negletta essendosi ritenuto che la vera araldica fosse la francese, la tedesca, l'inglese.
GdrID: 2954
Data Pubblicazione: 15/09/2012
Ultimo Aggiornamento: 05/01/2016
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