Heaven Fall
Gioco Chiuso
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Nome Gioco: Heaven Fall
URL:
http://www.heavenfall.altervista.org
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Categoria: MmoRpg
Genere: Fantasy
Stato: Chiuso
Email:
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Descrizione:
“La Luna era alta nel cielo. La terra era deserta… I suoni sembravano essersi fermati, gli stessi uccelli sembravano nascondere la loro presenza. Nascosti nell’ombra, gli spiriti aspettavano….”
Così comincia il primo libro della nascita di Heaven Fall la grande…tutto nacque in nove notti consecutive, il mondo era diverso da come lo conoscete ora, le lande erano tranquille, gli alberi offrivano i loro frutti con dovizia e i fiori catturavano la bellezza del creato per restituirla nei loro colori, melodie si diffondevano nell’aria passando fra le rocce e volteggiando nelle verdi colline. Fu in questo ambiente così perfetto che comparvero i primi esseri viventi; prima gli animali ed a seguire gli uomini che furono differenti dai primi per la loro capacità ed intelligenza di cambiare e modificare l’ambiente a loro uso invece di adeguarsi. Gli uomini cominciarono a vivere in gruppo e a moltiplicarsi trasmettendo ai loro piccoli le esperienze acquisite…era iniziato il cammino dell’uomo.
Si evolsero in questo mondo che loro chiamarono Heaven, mistico luogo descritto nei tomi Arcani, là dove la fantasia e il vero si confondono.
I secoli si succedettero e tutto sembrava restare immutato se non per il cammino dell’uomo che invece progrediva ed affinava anno dopo anno, secolo dopo secolo le sue capacità e la sua intelligenza.
La comunità degli uomini di Heaven progrediva in pace e prosperità, erano nate diverse città, l’uso dei segni si era affinato creando cosi una prima forma di scrittura, si elessero dei capi, scelti fra i più capaci che li governassero e regolassero i rapporti fra le varie comunità.
Ma una notte del primo mese della terza stagione, uno strano vento, anomalo per quel periodo, aveva portato un senso di angoscia e di paura tra abitanti del mondo di Heaven. Si diffuse come i fumi di un incenso trascinato da una brezza infernale; il vento cessava alle prime luci dell’alba e fu cosi per tre notti sino alla 5a ora della terza notte; i guardiani della notte videro appressarsi alla città una figura, avvolta in un mantello nero, il cappuccio calato sugli occhi un rozzo bastone nella mano sinistra, il quale aveva al seguito una creatura, di orribile fattezze di cui non seppero dire molto in seguito. Le ginocchia quasi si piegarono a quella vista; quest’essere vestito di nero si avvicinò ad una delle guardie e senza neanche alzare lo sguardo gli tese una pergamena, intimandogli di consegnarla al re entro la decima ora di quello stesso giorno. Questo successe contemporaneamente in tutte le città degli uomini del mondo di Heaven; come si seppe dopo dai racconti dei messaggeri. Non ci fu il tempo di raccogliere il coraggio e aprire bocca per chiedere, che la figura si girò e seguito dalla sconosciuta creatura scomparve in una coltre di nebbia, che nessuno aveva notato prima.
I guardiani della notte caddero all’indietro su se stessi e non ci misero poco a recuperare le forze ed il coraggio, di cominciare a realizzare quello che era successo; ma non trovarono una spiegazione, qualsiasi fosse l’ipotesi fatta. Alle prime luci dell’alba corsero dal re e raccontarono ciò che era successo. Consegnarono la pergamena, quasi contemporaneamente, ai sette Re delle terre di Heaven, i quali ricevettero le guardie della notte e prima della decima ora tutti avevano aperto la pergamena, ignari di quello che li avrebbe attesi.
Il re degli elfi cadde di peso sulle ginocchia, con gli occhi fissi sulla pergamena, si accasciò è morì, il re dei mezz’elfi sfilò uno stiletto alla guardia che gli aveva porto la pergamena e si trafisse il petto con una determinazione ed una velocità che nessuno poté impedirlo, il re degli umani corse con occhi vitrei verso la feritoia e vi si gettò; una morte atroce aveva colpito, nello stesso istante che avevano finito di leggere la pergamena, anche gli altri quattro Re di Heaven
Lo sgomento fu forte ma ancor più forte fu quando i ciambellani di corte, avvisati dalle guardie, recandosi nei luoghi delle tragedie e raccogliendo le pergamene, si accorsero che non vi era scritto nulla.
Gli strani fatti di quei giorni avevano lasciato una nuova consapevolezza negli abitanti di Heaven, una presa di coscienza verso un mondo di cui sino ad allora avevano ignorato l’esistenza, l’esistenza del male, dell’inspiegabile ed arcano…le coscienze stavano maturando e crescendo.
Passò qualche anno e la situazione sembrava essersi ristabilita nessuno più parlava di quanto successo. Non avendo potuto dare una risposta, si tentò di esorcizzare le paure con l’oblio, come se non fosse mai accaduto. Le città ebbero nuovi Re e il tutto sembrava andare nella direzione di prosperità per le città di Heaven.
Era il terzo mese della seconda stagione, un gruppo di cacciatori Elfi della città di Paranor, cacciava nella foresta limitrofa; erano in quattro quando sentirono tra le frasche del sottobosco quello che sembrava il rumore del passaggio di una preda, seguirono i rumori verso l’interno della foresta, verso una zona in cui non erano mai stati prima d’ora, sin quando arrivarono nei pressi di una strana costruzione trilitica. Il vento passando attraverso creava un sibilo che aumentava all’avvicinarsi degli avventori: erano degli ottimi cacciatori e non avrebbero avuto paura se si fosse trattato di una preda, ma la situazione imponeva prudenza ed indietreggiando ritrovarono la strada e scapparono fuori dalla foresta; memori dei racconti dei loro genitori, sulle strane morti dei Re, corsero a corte per avere udienza presso il Re di Paranor, il quale, dopo aver udito il racconto dei quattro decise di inviare una spedizione, dei migliori uomini della città; ai quattro cacciatori si aggiunsero: Valor il capo delle guardie della notte, Ixidor, studioso dei segni e della scrittura ed Anthor figlio del ciambellano di corte, giovane promettente.
Il giorno seguente i sette si alzarono di buon ora; avevano avuto le ultime raccomandazione dal Re in persona, che li guardò incamminarsi verso la strada che si addentrava nella foresta: passarono due mesi di lunga attesa dalla partenza della spedizione e proprio quando le speranze stavano lasciando il posto alla rassegnazione, ecco che il decimo giorno del primo mese della terza stagione, all’imbrunire quattro cavalieri con lunghe tuniche nere, a cavallo, entrano in città. Vengono riconosciuti: Valor, Ixidor, Anthor, ed infine Emoph, uno dei cacciatori. La gente che si trovavano nei pressi degli arrivati, non fecero in tempo a riaversi dello stupore che i quattro cominciarono ad emettere un sibilo profondo e acuto; questo sibilo era così profondo da toccare le anime stesse degli abitanti, gettandole nello sconforto e nella paura, una sensazione di male puro assalì chiunque stesse ascoltando quel canto maledetto. Ma quel canto infernale non era altro che il segnale per gli angeli del male, i quali si presentarono ad orda a seguito dei quattro; le più disparate e malefiche creature; qualcuno si ricordò che quella sera, era il quarantesimo anno della legenda dei re.
Le invasioni delle milizie del male si ripeterono in tutte le città ed i villaggi di Heaven; chi non si assoggettava al potere degli angeli caduti veniva brutalmente ucciso, migliaia di persone scapparono riuscendo a salvarsi, si rifugiarono nella valle dell’Anar, una zona spoglia e sterile molto difficile da raggiungere per via delle montagne. Cercarono di rifarsi una vita lontano dalle terre dei loro avi; ma grande era la rabbia per aver perso quella parte di Heaven senza quasi combattere a causa del fatto che sconoscevano le entità che li avevano, scacciati, dispersi e uccisi.
Passarono quasi quattro anni quando arrivò un viandante a Malg, capitale di tutta la Valle; Rone Leah (questo era il nome del viandante) si tratteneva la sera raccontando strane storie di uomini, di Re, e Demoni di terre di cui nessuno aveva sentito parlare, la loro attenzione fu attirata quando Rone Leah parlò del modo in cui altri uomini avevano sconfitto i demoni e li avevano scacciati dalle loro città. I capi delle razze decisero di indagare; chiamarono presso di loro l’uomo, il quale disse di essere un vagabondo, per scelta e non per bisogno, aveva deciso che il mondo stesso sarebbe stato la sua casa; disse di aver rischiato la vita parecchi volte nelle sue peregrinazioni; Beleg capo degli Elfi portò subito il viandante davanti alla domanda che premeva tutti, e dal quale si aspettavano un risposta da anni: C’era un modo per distruggere i demoni che si erano impossessati di Heaven?; il vecchio accennò un sorriso che poco aveva a che fare con il divertimento era più un sorriso di compiacimento per l’aiuto che avrebbe potuto dare a quegli uomini e raccontò di quando qualche decennio prima si era trovato nel paese di Graymark delle terre del Maelmord; gli raccontò di un vegliardo che viveva nelle montagne fra Toffer ed il Capar, il quale aveva dato loro il modo di distruggere i demoni; Slanter Mwell capo dei nani ascoltò il viandante che si dilungava nei particolari del racconto, ad ogni parola nel suo cuore si apriva la speranza e si fortificava credendo nel fatto che forse avevano trovato una risposta alla loro domanda.
Beleg con impeto ed impazienza chiese al viandante di dire immediatamente dove si trovasse il vegliardo e se li avesse potuti aiutare; Rone Leah, disegnò una mappa sulla quale mise l’esatta posizione della caverna dove stava il vegliardo. Detto questo, Beleg lasciò andare il viandante il quale accettò solo un bicchiere di vino a ricompensa e s’incamminò per la sua strada. I capi immediatamente formarono un gruppo di valorosi che partì alla ricerca del vegliardo.
Arrivarono nei pressi della caverna dopo nove giorni di viaggio. Entrarono con una buona scorta di diffidenza; dall’ingresso, fuoriusciva un debole fumo. Fecero per avvicinarsi quando sentirono una voce chiamarli: “Entrate gente di Heaven” disse la voce ferma ma rassicurante. Una parte del gruppo entrò nella casa mentre gli altri sostarono antistanti la caverna; percorsero in semioscurità la distanza dall’ingresso sino ad una nicchia sulla destra della caverna, il giovane ed impetuoso Eliahs, capo della spedizione e figlio del re degli umani, stava per motivare la loro presenza, quando il Vegliardo chino su una pergamena, fece segno di fare silenzio: “So cosa cercate e perché siete qui. Nei meandri della valle d’Ombra vi è una cascata, riconoscibile per la sua acqua di color argento vivo. All’interno della cascata, nascosta dalla stessa, vi è una piccola grotta. Lì troverete la risposta alle vostre domande.”. Lo stupore del gruppo fu sommo, ma nessuno osò mettere in dubbio le parole del vecchio, nei loro cuori c’era uno stato d’animo come di serenità, una serenità forse figlia della speranza nata dalle parole.
Il giovane Eliahs, stava ordinando le idee, per poter chiedere risposte ai mille interrogativi con i quali era cresciuto, e con i quali aveva imparato a fare i conti la notte prima di dormire; avrebbe voluto chiedere il motivo della loro rovina, la natura delle creature del male, e se un giorno tutto fosse tornato come prima….il vegliardo sembrava quasi leggesse il suo cuore, accennò un sorriso guardandolo con quegli occhi azzurri come il ghiaccio; gli disse di ritrovare la pace nel suo cuore, gli sarebbe servito tranquillità e coraggio per ciò che si accingevano a fare e non dubbi o incertezze, alla fine gli disse di tornare da lui quando tutto sarebbe finito, gli avrebbe dato le risposte che cercava.
Il Gruppo che era entrato, si inginocchiò davanti al vegliardo, in segno di rispetto e uscirono dalla caverna; raggiunsero gli altri raccontando con il fuoco nelle vene quello che era successo e ciò che gli era stato detto.
Rimontarono sulle cavalcature e seguendo le istruzioni del vecchio, fecero strada per le cascate della valle dell’ombra: quante volte erano stati in quella cascata a rasserenare l’animo, ma mai avevano pensato che un tale segreto si celasse dietro quelle acque argentee. Impiegarono otto giorni per raggiungere la cascata e come detto dal viandante trovarono la grotta. Cercarono a fondo trovarono una nicchia nascosta, alla fine trovarono ciò che cercavano: un forziere in legno su cui, il tempo, aveva lasciato indelebile il segno del suo passaggio.
Venne caricato, le cascate distavano da Malg quattro giorni di cammino, cavalcarono anche la notte per poter essere in città all’alba. I re furono avvisati per primi e si riunirono nel palazzo di Beleg Re degli elfi; Eliahs, sintetizzò in pochi minuti gli ultimi eventi dall’incontro con il vegliardo alla missione nelle cascate dell’ombra; dapprima vi fu sgomento per ciò che si poteva celare all’interno del forziere, ma questa passò in un istante pensando che se veramente lì dentro ci fosse stata la risposta alle loro preghiere, una nuova era si stava aprendo per le genti di Heaven.
Aprirono il forziere una pergamena si presentava ai loro occhi; Eliahs la lesse senza timori, con quel coraggio e quell’impeto che lo avevano contraddistinto in questa missione. La pergamena scriveva la creazione di un’arma che, secondo quanto scritto, aveva il potere di sconfiggere il male.
Una nuova speranza stava nascendo nelle genti di Heaven, alla notizia divulgata, riguardo l’arma che avrebbe distrutto i signori del male: Valor, Ixidor, Anthor ed Emoph.
Prima che cominciassero a costruire le armi, un elfo,sapiente della antica scrittura, scoprì dei segni nascosti in fondo alla pergamena. Tale scrittura recitava “La tua forza per la forza ed il prezzo è pagato”. I più decisero che qualsiasi fosse il prezzo da pagare valesse la pena costruire quelle armi per riportare l’ordine nel loro mondo. Impiegarono un mese nel realizzare le armi necessarie per tutta la loro gente. Si improvvisarono guerrieri contadini, sarti, maghi, chiunque potesse manovrare le armi costruite.
Decisero di attaccare la stessa Paranor, dalla quale tutto era scaturito. Lì infatti secondo alcune voci, c’era la residenza dei quattro maligni. I preparativi per la traversata non furono molto lunghi: sembrava che la gente aspettasse da tanto questo tempo e che fosse sempre pronta per partire. Erano pieni di coraggio e speranza ma solo queste sapevano non sarebbero bastate contro il male. Se quelle armi si fossero rivelate fasulle, sarebbe stata la loro totale distruzione, ma se non lo fossero state, avrebbero finalmente posto fine a questa crudele ingiustizia.
Si avviarono verso Paranor passando attraverso le Terre dell’Est e le pianure di Rabb. Non sembrava ci fossero creature durante il loro cammino e questo li insospettiva: probabilmente sapevano che stavano arrivando… passarono i denti del Drago, serie di montagne che costeggiavano la città di Paranor e quello che si disegnava ai loro occhi li lasciava inorriditi: un gran numero di creature erano tutto intorno alla città a guisa di guardiani; li avevano sicuramente visti, ma nessuno di loro accennava ad un minimo movimento. Capirono che li stavano aspettando ormai il loro destino era stato scritto, o sarebbero morti loro, o avrebbero distrutto il male.
Si avventarono con vigore, non più represso sulle creature guardiane. Le loro armi brillavano alla la luce del sole di un bagliore non naturale, caldo e raggiante, che si stagliava alto nel cielo. Caddero i primi corpi; ogni colpo che inferivano le loro lame brillavano alcuni di loro riuscirono ad aprirsi un varco, e si addentrarono nella vecchia capitale: trovarono i quattro signori del male seduti sui loro troni in attesa della loro venuta; ingaggiarono una lotta aspra e cruenta. ogni colpo che infliggevano ai quattro, le loro forze scemavano, e fu allora che capirono quale era il prezzo che dovevano pagare secondo l’iscrizione: la loro vita. Sia che li avessero distrutti o meno, le loro vite sarebbero finite; ma a nessuno balenò l’idea di tornare indietro, anzi, con maggiore coraggio si scagliarono sui quattro, crollarono quasi in sintonia sia i corpi dei signori del male che quelli dei coraggiosi che avevano ingaggiato battaglia con loro, le creature tutto intorno alla capitale cedettero di esistere nel momento in cui i quattro furono sconfitti. Quando si resero conto di cosa era successo, decisero di distruggere le loro armi e di poter mettere la parola fine a tutto quello che era successo; Heaven era libera, erano sopravvissuti solo il Re degli umani e quello dei nani, sia per le terre di Heaven che per i suoi capi era tutto da rifare, lo scenario che gli si presentava era di distruzione; ma il sogno che avevano fatto tutte le notti degli ultimi tre anni di libertà si era avverato.
Distrussero le armi, ogni razza rientrò nella propria città. Gli abitanti di Heaven, seguaci delle creature maligne, che si erano assoggettati al male abbandonarono le città consci della loro sconfitta e dell’impossibilità di convivere con coloro i quali erano stati una volta fratelli. Si sparpagliarono nel mondo; una nuova consapevolezza aveva messo radici nei vittoriosi abitanti di Heaven, il mondo non sarebbe stato più lo stesso, avevano vinto la battaglia ma non la guerra, avrebbero imparato giorno dopo giorno che la libertà riconquistata aveva un prezzo e che niente era stato loro regalato dagli eventi.
Passarono circa due mesi prima che gli abitanti di Heaven si avviassero ad una normalità di vita. Eliahs, più degli altri pensava alle parole del Vegliardo; nel suo cuore non c’era pace, la sua sete di conoscenza era febbrile. Lui doveva sapere, aveva mille domande, ma la sua giovane età non gli dava le risposte; doveva tornare indietro dal Vegliardo.
Kadiur sapeva ciò che tormentava il suo giovane figlio, un giorno della prima stagione lo mandò a chiamare di buon ora; Eliahs si presentò dal padre e senza che aprisse bocca Kadiur gli descrisse ciò che era il suo stato d’animo, la sua sete di conoscenza e di risposte al fin di capire se ciò che era successo potesse ripetersi o se dovevano mettere la parola fine al passato terribile di Heaven; il Re altresì disse che considerato la propria età ed il peso degli anni di regno sulle sue spalle non pensava che il momento del viaggio della notte fosse lontano, le responsabilità del regno degli umani sarebbero a quel punto passate sulle spalle di Eliahs, egli sarebbe stato il destino del suo popolo, per tanto voleva che Eliahs accantonasse i suoi dolori e cominciasse a vivere da futuro Re, così come egli era.
Eliahs ascoltò in silenzio le parole del padre, quant’anche i suoi occhi incontrarono spesso quelli di Kadiur non una parola fu proferita, mentre il Re parlava; alla fine chiese al padre licenza di parlare e questi acconsentì; Eliahs chiese a suo padre se avesse voluto che governasse gli umani con cognizione di causa o se li avesse dovuto governare nel mondo ovattato precedente l’invasione dei quattro, epoche in cui nessuno aveva capito ciò che stava succedendo. Kadiur sapeva dove voleva arrivare suo figlio con le parole; capì pure che nessun discorso di responsabilizzazione lo avrebbe dissuaso dal cercare le risposte che lo tormentavano; lo guardò come non lo aveva mai guardato. Il bimbo ribelle era cresciuto, ora aveva davanti un uomo; avrebbe voluto che sua madre fosse lì a guardarlo, ne sarebbe stata fiera. Alla fine acconsentì alla sua partenza per tornare dal vegliardo, ma gli diede due disposizioni alle quali si sarebbe dovuto attenere senza discutere; doveva portare con se alcuni fra i più valorosi del regno, e doveva tornare prima dell’inizio della seconda stagione. Il Re si avvicinò a suo figlio e lo abbracciò con tale forza che mai aveva usato: era un addio ma il cuore di Eliahs era troppo eccitato per capirlo; disse che sarebbe partito l’indomani e che avrebbe scelto due compagni di viaggio fra i più fidati. Detto ciò si congedò dal Padre e andò a dormire, un sonno pesante e pacifico lo prese come non aveva fatto negli ultimi anni. Era già pomeriggio inoltrato, quando fu destato da una presenza nella sua stanza, nessuno poteva entrare nei suoi alloggi e se qualcuno c’era riuscito doveva aver a poco conto la vita, infilò la mano sotto il giaciglio in modo impercettibile e ne tirò fuori un pugnale che teneva sempre per le esigenze estreme si girò di scatto e lo piazzò con una precisione estrema alla gola della figura che aveva avvertito alle sue spalle, grande fu lo stupore nel riconoscere sotto il cappuccio Nedina, figlia del re degli Elfi, morto nella battaglia di liberazione di Heaven. Era stata compagna dell’adolescenza di Eliahs a Malg, in esilio, ed era rientrata nella sua città a seppellire il padre all’indomani della vittoria. Nessuno gli aveva detto che Nedina era a Malg, allontanò il pugnale dalla gola di Nedina e l’abbracciò con fare fraterno. Gli disse che avrebbe voluto esserle accanto per la morte del padre ma non aveva potuto, troppo da ricostruire ed il suo ruolo glielo aveva reso difficile. Nedina non si scompose e lo salutò con il solito sorriso che Eliahs adorava. Prima ancora che gli chiedesse quale era il motivo di questa inaspettata visita, Nedina vuotò il sacco. Sapeva che l’indomani sarebbe partito per andare dal Vegliardo, disse con una sicurezza tipica degli elfi, ma di Nedina in particolare, e lei si sarebbe unita a lui nel viaggio che lo attendeva; inutili furono i tentativi di Eliahs di dissuaderla, seppur vero che lui non ci provò con forza, forse in cuor suo voleva portarla per poter condividere le sue ansie ma anche le verità che andava a cercare; e poi conosceva troppo bene Nedina, per sperare che ci ripensasse. Andarono nelle scuderie a dare disposizioni di preparare le cavalcature ed i viveri per l’alba dell’indomani. Ora c’era solo da scegliere il terzo che li avrebbe accompagnati; Eliahs avrebbe voluto chiederlo a Gurth, capo delle guardie e suo amico d’infanzia, ma avrebbe privato suo padre e la città di un uomo di troppo valore, poiché la battaglia aveva quasi azzerato i vertici dell’esercito; la sua seconda scelta ricadde sul fidato Belenor, capo dei fabbri di palazzo, uomo non di battaglia ma fidato e sincero; alla richiesta di Eliahs, Belenor non fiatò, lo guardò negli occhi e gli disse che sarebbe stato per lui un onore accompagnarlo nel loro viaggio.
Andarono a dormire presto anche se per tutta la notte il loro pensiero correva al mattino dopo; Eliahs fu sveglio prima che cominciasse ad albeggiare. Nedina aveva dormito con lui e quando lo sentì muoversi nella stanza, si destò pure lei, scesero nelle scuderie dove le cavalcature erano pronte. Lì c’era già ad aspettarli Belenor. Si guardarono negli occhi e saltarono sugli alcioni e si diressero per uscire da Malg da nord; quella mattina a salutarli c’era anche il re dalle sue finestre.
Era mattino e il cielo incombeva grigio, opprimente sulla terra. La Pioggia cadeva a rovesci, senza sosta, da ormai tre giorni, i tre amici erano fradici e freddi, Gli alberi, spogliati dai colori invernali, scintillavano neri e desolati attraverso spirali di nebbia che avanzavano come spettri nel cielo sempre più cupo. Nella foresta vuota c’era solo il silenzio.
Percorsero la strada che li separavano dal vegliardo in meno tempo questa volta. Cavalcavano senza sosta e si fermavano solo per soste essenziali. Sembrava conoscessero a memoria la strada, ogni ciottolo, ogni ramo. Era l’alba quando arrivarono nei pressi della caverna. Eliahs si fece avanti, e raggiunse il vegliardo, il quale chino su di una pergamena, sembrava non si fosse accorto della loro presenza, ma ad un tratto senza staccarsi dalla sua lettura invitò i convenuti a sedersi vicino al fuoco; li fece rifocillare e riscaldare; gli disse di riposare; alla mezza avrebbe iniziato un racconto che avrebbero trovato interessante. Eliahs, Nedina e Belenor si attennero a quanto detto, presero sonno dopo essersi riscaldati, un ora prima della mezza il vegliardo si avvicinò a Eliahs e lo destò; gli fece segno di seguirlo, Eliahs con la massima cura di non svegliare i compagni si alzò, lo seguì senza proferire parola, Sikut, lo condusse in un ambiente attiguo il cui ingresso era celato da un gioco di luci e buio, il giovane principe non si meravigliò più di tanto, piuttosto si chiedeva dove lo stesse portando e cosa volesse da lui. Il vegliardo illuminò l’ambiente con una tenue lanterna ad olio, su di uno scanno era poggiato un libro, con una pesante coperta in cuoio, dei simboli strani erano impressi a fuoco. Sikut prese il libro e lo porse a Eliahs, gli disse che se avesse voluto essere un Re giusto e consapevole nella sua vita avrebbe dovuto proteggere e studiare quel libro a rischio della sua esistenza; Eliahs chiese cosa contenesse, Sikut rispose che in esso vi era la memoria della nascita prima ancora che gli uomini gli elfi i nani e tutte le altre razze percorressero le vie del mondo; ma di questo ne avrebbe parlato alla mezza in presenza degli altri due. Eliahs non aprì il libro lo ripose nello zaino a tracolla, che portava sempre con se e seguì il vecchio che guadagnava l’uscita. Tornati trovarono Nedina sveglia mentre Belenor era in un sonno profondo; Nedina accolse Eliahs con un sorriso, ma non chiese niente su dove fosse stato, sapeva che Eliahs gli avrebbe detto tutto a tempo debito.
Il vecchio si sedette dietro il tavolo dove stava di solito, Eliahs si sedette vicino Nedina, nel mentre anche Belenor si era svegliato, era la mezza precisa, Sikut pressò delle foglie secche all’interno di un oggetto con una strana forma, le accese, e un’estremità se la portò alla bocca inspirando il fumo prodotto da quelle strane foglie; Eliahs guardò queste operazioni con una curiosità estrema; ma non si sognò neppure di chiedere cosa stesse facendo erano altri gli interrogativi a cui voleva una risposta. Sikut cominciò a parlare degli inizi; “Idenur il signore dell’inizio e dell’eternità, non aveva creato il mondo ma lo possedeva in tutta la sua estensione, in cielo in terra e sotto terra. Nessuno aveva memoria di come Idenur avesse potuto essere quello che era, si sa solo che i racconti degli antichi sacerdoti della prima razza parlarono della genesi dei suoi quattro figli: Eritrea, Isidor, Arthos, nati dall’unione divina di Idenur con Prosepia nella seconda era di Idenur. Mentre il quarto era Garlack, nato nella terza era di Idenur, frutto dell’unione di quest’ultimo con Elhas, una donna umana, splendida nelle forme, nera nel cuore e nell’anima. Passò il tempo che l’ultimo arrivato mostrò un’indole differente dai sui fratellastri; invincibile nel corpo, irrequieto nello spirito, potente come gli altri, ma con un qualcosa in più. Garlack cominciò a muoversi alla conquista completa dell’eternità, non gli bastava la sua esistenza immortale, non voleva solo limitarsi ad essere spettatore dell’esistenza ma protagonista; il padre Idenur non gli avrebbe mai permesso l’ingerenza con gli uomini; prima di mettere in atto i suoi progetti di dominio doveva rendere innocuo Idenur, signore del tutto. Egli sapeva che niente lo avrebbe potuto fermare; se non la non-dimensione, il non-tempo; attirare Idenur nella trappola fu una lezione di astuzia e di malvagità che la diceva lunga su ciò che era l’anima di Garlack; una volta eliminato Idenur, ne imprigionò i fedeli e sterminò chi gli opponeva resistenza; collocò il suo regno al centro della terra, nella valle degli inferi, dove un’ oscurità regna perenne. Solo Arthos il primogenito lo combatté per ben tre ere, ma alla fine dovette cedere al male di Garlack, dal quale fu esiliato nel cielo, mentre gli altri due fratellastri, Eritrea ed Isidor, non mostrarono nessun interesse a questo tipo di battaglie fra dei. Garlack diede loro il permesso di girare il cielo la terra, ma non avrebbero mai potuto mettere piede nel suo regno.”
Sikut, finì il suo racconto, nel mentre che lo strano aggeggio che si portava alla bocca aveva finito l’erba secca che lo alimentava; gli occhi guardavano fisso nel vuoto, era come se nel mentre che parlava avesse visto le immagini, erano vitrei, un brivido passò sulla schiena degli ascoltatori, e credo anche del vegliardo.
Eliahs cominciò a fare ordine nella sua mente, le risposte ai suoi interrogativi venivano a collocarsi in modo chiaro ad ogni dubbio e ad ogni domanda che si era fatto da quando era iniziato il tutto; non aprì bocca se non per chiedere una cosa di cui già sapeva la risposta: chiese se il periodo oscuro delle terre di Heaven era iniziato nel momento in cui, finita la battaglia delle tre ere, Garlack cominciò a regnare sugli inferi; Sikut annuì, chiese con voce calma e penetrante a Eliahs, come mai non gli avesse chiesto come combattere questo male, anche se già sapeva la risposta; il volto di Eliahs si illuminò di un sorriso sardonico, e congedandosi, disse al vecchio che sapeva che fin tanto avesse regnato Garlack, non avrebbero mai potuto sconfiggere il male definitivamente, ma solo combatterlo. Sikut sapeva che Eliahs era colui che avrebbe portato la speranza su Heaven Fall e che avrebbe scritto la parola fine su quella storia, tanto combattuta, del loro mondo. Eliahs e i suoi amici, partirono per far ritorno a Heaven, con molte risposte e con molti timori.
GdrID: 2934
Data Pubblicazione: 13/09/2012
Ultimo Aggiornamento: 05/01/2016
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