Sine Requie (A)Live
Gioco Chiuso
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Nome Gioco: Sine Requie (A)Live
URL:
https://www.facebook.com/sinerequiealive/
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Categoria: Live Larp Grv
Genere: Zombi
Stato: Chiuso
Facebook: Sine Requie (A)Live
Descrizione:
Gioco di ruolo Live ambientato nel distopico mondo di Sine Requie!
Le città sicure dagli attacchi di morti erano veramente poche. La mia era una delle ultime della zona ad essere rimasta fino a quel momento illesa da massicce orde che sembravano muoversi in branco per tutta la valle. Molti ritenevano che, una volta una città o un paese venissero infestati, l’intera popolazione, ridotta ad un esercito di carne morta, si spostava inconsciamente nella direzione della città più vicina, attratta dall’odore dei vivi. Ognuno aveva la sua personale versione dei fatti.
Le poche comunità sopravvissute erano ormai ridotte a piccoli ammassi di case convertite a postazioni di guardia, armerie, cucine e magazzini, mentre tutto il resto era adibito a zona dormitorio. I punti più alti, come campanili e municipi, fungevano da ottimi punti di osservazione. La maggior parte della popolazione era composta da cacciatori di morti, difficile trovare borghi gestiti da una qualche forma di governo, al massimo erano sotto la legge marziale. I civili si ammassavano nei rifugi protetti da soldati, poiché i cacciatori erano solitamente rozzi e aggressivi. Giravano in bande e rispondevano soltanto al loro capo. Non avevano rispetto per le persone disarmate, e preferivano razziare, piuttosto che proteggere. La loro sopravvivenza dipendeva da questo. Inoltre sembravano amare il rischio, e prendevano la caccia ai morti come una questione personale, una specie di nuovo stile di vita, dove chi faceva fuori più morti era considerato un uomo di valore.
Da una settimana ero finita in uno di questi “Quartieri”, come li chiamavano loro. Era un paesello di montagna, con una vecchia cabina di distribuzione della benzina, ormai fuori uso, un parco che fungeva da piazza principale, con pini alti e panchine storte, e qualche gioco da bambini abbandonato a sé stesso; una fila di case stinte e una chiesetta bianca.
Tutto intorno era solo buio, montagne rocciose, bosco, freddo e neve. La strada andava solo in due direzioni, da nord a sud. A sud, all’imboccatura della strada, c’era un vecchio autobus bianco parcheggiato di traverso rispetto alla carreggiata, con il muso contro la parete rocciosa e il fondo in bilico sul baratro. Per passare si doveva opportunamente entrare dagli ingressi sfondati del mezzo, che si aprivano e chiudevano ormai solo con un po’ di forza.
Finora non mi avevano toccata, poiché il tipo con la benda insanguinata, dopo avermi buttata giù dal carro merci in corsa e avermi condotta lungo un sentiero in mezzo ai boschi di notte, doveva essere un cacciatore rispettato. Finché ero sotto la sua protezione, ero di sua proprietà. Tra queste bande infatti c’era un personale codice che impediva, sebbene a stento, di uccidersi a vicenda. Poi però mi aveva abbandonata in una stanzetta del “Motel” per quattro giorni, ossia una stanza della vecchia cabina del distributore convertita a dormitorio, o per meglio dire, a luogo di piacere. Là dentro infatti stavano alcune donne che pur di non essere uccise facevano il lavoro sporco di divertire i membri della banda, giorno e notte, in condizioni di vita mostruose. Guardandole, mi venne da pensare inizialmente che era meglio morire nel bosco, piuttosto che finire a fare la puttana di uno di quei bruti. Poi mi resi conto che a breve avrei fatto la stessa fine. Ci portavano cibo e acqua, ma a stento le facevano dormire. Undici uomini per sole tre donne, quattro con me. Materassi lerci e coperte puzzolenti erano il nostro solo arredamento. La cabina era piena di spifferi e vetri rotti, la porta era sfondata e non c’era modo di difendersi in caso di pericolo. C’era tuttavia sempre un viavai di gente che aveva bisogno di “farsi un giro”.
Mi svegliai al settimo giorno per via delle voci che schiamazzavano intorno a me. Il tipo con la benda insanguinata parlava ad altri sei intorno ad un tavolo con qualche sedia. La lampada sul tavolo emanava una luce giallastra, quasi malata. Una donna completamente nuda, che non riuscivo ad identificare, stava seduta in un angolo a fumare una sigaretta, con il volto in ombra. Era buio fuori. Il tipo stava dicendo cose strane.
Da mesi erano braccati dalla Bestia. La Bestia colpiva regolarmente, una volta a settimana, come il lupo fa con le pecore. Avevano perso quattro uomini così. Scomparsi nel nulla. Poi una notte, la Biancaneve, (così si faceva chiamare una delle prostitute) disse che un tipo comparso dal nulla, nella piazza qui di fronte le aveva fatto delle avance. Un tipo ben vestito, diceva, non sapeva avessero un membro nuovo nella banda. Con quel bel cappello e il bastone. Un tipo davvero strano. Ma l’aveva toccata e baciata sul collo, e le aveva fatto tanti complimenti, e lei, che era abituata ad essere usata come un sacco da pugilato, era rimasta lusingata. Quando poi le avevano detto che nella banda non era stato accettato alcun damerino, era sbiancata per davvero.
Quindi ora sapevano che la Bestia era innamorata. Non sapevano come altro definirlo, questo strano evento. Adesso potevano sperare di catturarla e farla fuori. Dovevano solo usare Biancaneve come esca. La notte fatidica stava tornando. La donna nuda ebbe un sussulto. Si alzò da terra e si avvicinò alla luce. Col cavolo che sarebbe tornata fuori, disse la Biancaneve. Non ci pensava nemmeno. Ma i sei cacciatori la rassicurarono che non doveva avere paura, che loro sarebbero stati in allerta e non appena la Bestia fosse saltata fuori l’avrebbero impallinata a dovere. Poi il cacciatore con la benda insanguinata, come svegliato da un pensiero improvviso, girò l’occhio sano verso di me.
E mi sorrise.
La notte dopo mi afferrarono senza tanti complimenti. Le altre ragazze riuscirono a mettermi i pochi stracci di Biancaneve: le calze bianco lurido e i reggicalze, l’abito color senape macchiato di colori improbabili, le scarpette che un tempo dovevano essere state lucide, la giacchetta blu scolorita e il fiocco rosso in testa. Speravano che la Bestia si confondesse. Mi truccarono con quelle poche cose che avevano nelle borsette. Poi mi ributtarono sul materasso. I sette stavano in allerta guardando fuori dai vetri rotti del Motel. Il buio ed il freddo invece, penetravano dai muri come spilli.
Poi uno dei cacciatori fece un gesto. Tutti quelli che finora stavano sussurrando possibili piani di attacco si zittirono. Le donne sospirarono. La Biancaneve sembrava quasi dispiaciuta, non capivo se di me o per il tipo che le aveva fatto da corteggiatore. Mi presero in due e mi spinsero fuori dalla porta. Uno di loro, appoggiandomi la bocca all’orecchio, mi disse di avanzare fino al centro del parco. Dietro la mia schiena sentivo la canna dura e fredda della doppietta.
Avanzai tremando nella la piazza del distributore. Attraversai la strada e affondai le scarpette nella terra del parco, nascosta dall’erba bruciata dal freddo e dagli aghi di pino. Mi accorsi, abituandomi finalmente al buio, che davanti a me c’erano due panchine, una accanto all’altra, rivolte verso la chiesetta. Su una panchina stava una figura, sull’altra stava seduta una seconda figura. Sin dal momento in cui vidi le due presenze, mi resi conto, con stupore, di non avere più altri pensieri per la testa. La mia mente si era svuotata ed era fredda come una delle case intorno a me, fredda e vuota. Un secchio pieno di ghiaccio. Continuavo ad avanzare verso le due figure, lentamente, ma non ero sicura di volerlo davvero. Eppure lo stavo facendo.
E poi, senza quasi rendermene conto, ero seduta in mezzo a loro.
Alla mia destra, avvolta in un pastrano nero e pulcioso, una strana creatura mi guardava con un occhio solo. La sua pelle era grigia e raggrinzita, e l’altro occhio, sebbene presente, era veramente piccolo e sproporzionato rispetto al secondo, enorme e fisso, con delle ramificazioni rosse tutt’intorno alla pupilla azzurra. Gli mancavano sia il naso, sia parti del cranio, coperto da poche ciocche di capelli biancastri, e aveva la bocca distrutta, scarnificata, da cui si vedeva chiaramente il bianco dell’osso che si attacca alla dentatura rovinata. Un eterno e agghiacciante sorriso. Stava immobile, con le mani sulle ginocchia, anch’esse piene di ferite e scarnificazioni. A differenza di me, non gli usciva vapore dalle narici scoperte, e non gli si muoveva il petto ritmicamente, mentre il mio si alzava e si abbassava frenetico, scioccato dagli sbalzi di temperatura e…da tutto il resto.
Voltandomi a sinistra invece, mi trovai molto vicina ad un uomo che un tempo doveva essere stato bello e affascinante. Indossava un completo gessato, scarpe lucide, guanti in camoscio, un mantello cadeva morbido sulle spalle e, appoggiato alla panchina, accanto a lui, stava pure un bastone nero con un pomello bianco lucido, tondo come una palla da biliardo. Un cappello a cilindro lo faceva sembrare ancora più alto, sebbene fosse evidente la sua statura fuori dal comune. Il braccio destro già mi cingeva le spalle, mentre la mano sinistra rimaneva abbandonata sulla gamba accavallata sull’altra, con nonchalance. Il suo volto era per metà ricoperto da un’orribile bruciatura, e l’occhio, mancante, era nascosto da una lente di vetro cerchiata d’oro sormontata da una catenella. Tuttavia l’altra metà, seppur pallida, rivelava un viso gradevole e ben curato. La visione, nonostante fosse meno terribile dell’altra, mi spinse a distogliere immediatamente lo sguardo. Il cuore mi batteva a mille.
E così in questo luogo dimenticato da Dio camminano ancora gli angeli. Una voce calma e profonda interruppe per un attimo il mio respiro affannoso. Tenendo fisso lo sguardo davanti a me, verso il terreno, non riuscivo a capire se l’uomo col cappello aveva aperto bocca per parlare.
L’altra notte ne ho incontrato uno, ma rispetto a te, sembrava un povero piccione spennacchiato. Il tono della voce era mellifluo, rassicurante. Ero sicura che stesse sorridendo. Nonostante non lo guardassi, immaginavo che il suo sorriso possedesse denti bianchissimi, di cui il canino leggermente appuntito, incorniciati da labbra violacee.
Ma da quel che ho capito, tu non sei qui per caso. Tu sei un dono. Incartato male, ma pur sempre un dono. Un dono regalatomi dalle povere pecorelle smarrite che chiedono il perdono per i loro peccati. Lo sanno che io posso perdonarle. Sanno che lo farò, se soltanto si dimostrassero riconoscenti.
Il suo volto si era avvicinato al mio. Non sentivo alcun profumo nella sua pelle o nei suoi abiti, non percepivo il calore del suo fiato. Solo freddo, tanto freddo.
E mi hanno dato un dono meraviglioso, ma ahimè…è un po’ tardi per essere riconoscenti. Dopo tutto questo tempo…non so se li posso perdonare. Hanno commesso troppi peccati. E se il vostro Dio di solito si dimostra pateticamente misericordioso, io, al contrario, so benissimo cosa significa il peccato.
Ormai la sua bocca era a pochi centimetri dal mio orecchio, e tuttavia non riuscivo ancora a percepire nulla, neppure il movimento delle sue labbra.
Il peccato è una macchia che si espande dal cuore e intacca le vene e le arterie. È un tumore o, se preferisci, un orribile veleno che genera putrefazione. Una malattia incurabile. Dio lo sa. Per questo ha punito gli uomini. Eppure alcuni pensano di essersi meritati la sopravvivenza perché graziati dalla misericordia. Oh no…non è affatto così. Dio vi ha abbandonati. E la vostra è la condanna peggiore di tutte. Ad alcuni infatti ha donato il paradiso. Altri invece, li ha dati in pasto alla morte. E ugualmente questa potrebbe essere una consolazione. Ma voi, che siete ancora qui, che camminate ancora su questa terra ditemi: pensate di essere salvi? Pensate di essere persone innocenti?
Deglutii tutta la saliva accumulata fino a quel momento. Avevo la gola bloccata da qualcosa che partiva dalla bocca dello stomaco e si fermava a metà strada, incapace di fare altri movimenti.
L’uomo col cappello abbassò lentamente la testa e con un’inaspettata dolcezza mi baciò il collo. Le sue labbra erano morbide, ma fredde come il ghiaccio, e si soffermarono a lungo sulla mia pelle come a volerne catturare il calore, o ascoltarne il tremito convulso.
Tu sì che puoi capirmi, angelo mio. Va’ ora, e consegna al mondo il mio messaggio.
Mi alzai di scatto, come se fossi stata seduta su una molla. La creatura alla mia destra non aveva ancora fatto nessun tipo di movimento. Sembrava spento, come un’automobile abbandonata lungo la strada.
Mi allontanai lentamente, senza voltarmi. Lentamente, molto lentamente, attraversai il parco.
Poi, in lontananza, sentii uno strano rumore provenire dal nord. Sembrava il rombo di un motore. Dentro la mia testa qualcosa si agitò convulsamente. Sentii una forte fitta di dolore. Superai il tronco di un pino, ed improvvisamente mi ritrovai nuovamente l’uomo col cappello di fronte.
Scusa tesoro, ma ho cambiato idea.
E, alla velocità del vento, mi fu addosso.
Come in un sogno, vidi che aveva cambiato espressione: i suoi occhi fiammeggiavano e la sua bocca aperta era piena di sangue. Il mio sangue. Brandelli di carne venivano strappati via dal mio corpo, tranciati di netto dalle sue mani. I guanti di camoscio erano spariti, lasciando intravedere le ossa, con dita appuntite come matite di scuola. Sentivo nelle orecchie un fischio acuto e insistente. La vista funzionava come una lampadina male avvitata, ad intermittenza, che a volte illuminava la scena, e a volte si spegneva nel buio.
Il corpo dell’uomo col cappello era crivellato di colpi. Si vedeva il bel vestito gessato che scoppiettava come uno stagno colpito dalle gocce di pioggia. Non gli usciva un filo di sangue, ma ne era comunque ricoperto, perché il sangue che scorreva davvero era il mio. Dietro di lui si fermò una motocicletta tutta bianca, splendente, sgommando con i fari che accecavano l’oscurità. Lo vedevo solo perché la mia testa era abbandonata di lato, con una guancia a contatto con la terra. Un tipo vestito con una giacca di cuoio scese dalla moto. Altri, come lui, si erano avvicinati rombando, ma io non sentivo alcun rumore. Mentre l’uomo col cappello si girava, essi lo trafissero con forza, trapassandolo da parte a parte con un punteruolo di metallo. Vidi passare sopra di me la punta ricoperta di brandelli di carne e vestiti. Il fischio continuava imperterrito a distruggermi la testa. Sentivo solo quello, ed era veramente fastidioso. L’uomo col cappello venne trascinato via da me. Il punteruolo, pieno di escrescenze, lo aveva incastrato. Riuscii a vedere uno dei cacciatori in motocicletta con una tanica legata dietro la schiena, da cui partiva un tubo. Dal tubo usciva un getto di fiamme, che illuminavano la notte come un faro. Il proprietario della motocicletta bianca si avvicinò al mio corpo, abbandonato a sé stesso. Aveva la barba incolta e lunghi capelli legati dietro la schiena, dalla quale spuntava anche un’arma che mi ricordava le favole sui cavalieri medievali. Mi guardò per un attimo, come tentato di avvicinarsi ancora a me, poi scosse la testa, prima di tornare ad aiutare i suoi compagni. Dalle sue labbra lessi queste parole:
Non posso svegliarti dal tuo sonno, bellezza.
Quattro uomini tenevano il grosso spiedo che un tempo doveva essere stato l’uomo col cappello, e nonostante la sua carne stesse annerendosi e bruciando, la creatura tirava ancora verso di sé, e dentro di sé, il grosso punteruolo di ferro che i quattro cercavano di tirare con tutte le loro forze dalla parte opposta, senza farsi troppi problemi. A breve si sarebbero incontrati, terminando quel folle gioco mortale.
Mi resi conto che le energie mi abbandonavano. Cominciai a sentire dolore in alcune parti del corpo, che fondamentalmente mancavano. Lo sapevo perché le vedevo sparse intorno a me, fra sangue e frattaglie.
I quattro mollarono la presa. L’uomo col cappello tirò via il punteruolo dal corpo. Continuava a ricevere su di sé il getto di fiamme e i colpi dei fucili, che io naturalmente non udivo. Poi, con un balzo sorprendentemente lungo, abbracciò l’uomo in motocicletta con la tanica sulla schiena.
Tutto divenne un grosso falò.
Gli altri cacciatori scapparono in tutte le direzioni. Qualcuno dall’alto lanciò un piccolo oggetto tondeggiante direttamente dentro le fiamme.
Una luce accecante, una sfera di luce bianca si allargò fino a raggiungermi con il suo calore.
E finalmente il fischio cessò.
Tag:
#Larp
GdrID: 5714
Data Pubblicazione: 18/12/2014
Ultimo Aggiornamento: 06/03/2025
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